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SLOVACCHIA DA SCOPRIRE

settembre 2010 by:
Slovacchia

Molti continuano a confonderla con la Slovenia e forse diventeranno meno numerosi soltanto in Italia dopo lo smacco inflitto dai suoi calciatori (evidentemente incorruttibili, checchè subodorasse Umberto Bossi) agli stanchi guerrieri di Marcello Lippi in terra sudafricana. In realtà, benché piccola e giovane, come Stato, la Slovacchia non merita l’anonimato. Le sue prodezze non si limitano al campo sportivo e se ne contano, anzi, di ben più importanti e significative di quelle calcistiche, per quanto le une come le altre siano sempre soggette a conferma nel tempo. Le più recenti richiamano comunque su di essa una particolare attenzione.

Indipendente solo dal 1992, il paese aveva subito per molti secoli una meno che dolce dominazione ungherese, anche nell’ambito dell’Impero absburgico fino al suo disfacimento al termine della prima guerra mondiale. All’interno di un nuovo Stato comune con la Boemia-Moravia gli slovacchi soffrirono invece la preponderanza e la multiforme egemonia ceca, tanto che almeno una parte della popolazione non esitò a collaborare alla sua distruzione da parte di Hitler, nel 1939, sostenendo un governo separatista e filonazista. La partecipazione di truppe slovacche all’invasione dell’Unione Sovietica fu ben presto controbilanciata da una massiccia insurrezione antifascista, che preluse alla rinascita della Cecoslovacchia sotto un regime comunista inizialmente accolto, peraltro, con minor favore rispetto ai cechi.

L’ostentata repressione di un nazionalismo slovacco nel periodo staliniano non fu probabilmente priva di aspetti pretestuosi. Sta però di fatto che le rivendicazioni autonomistiche del paese contribuirono parecchio all’esplosione della “primavera di Praga” nel 1968 e alla sfida lanciata al Cremlino, in nome della democrazia, sotto la guida dello slovacco Alexander Dubcek, popolarissimo anche in terra ceca. Stroncato il “nuovo corso” dall’Armata rossa, l’unico suo frutto sopravvissuto alla conseguente “normalizzazione” (imposta tramite un altro slovacco, Gustav Husak) fu la trasformazione della Cecoslovacchia in Stato federale, per quanto poco ciò potesse comportare concretamente in un sistema di tipo sovietico.

Il ribaltone del 1989 fece comunque prevalere a Bratislava, come in tanti altri capoluoghi dell’ex “campo socialista”, la spinta incontenibile all’emancipazione totale. Accettato senza troppe difficoltà dai cugini cechi, il distacco da Praga appariva alquanto azzardato per la componente più piccola e più povera della federazione. Oltre a tutto, proprio sul suo territorio era concentrata quell’industria pesante tradizionalmente privilegiata dal “socialismo reale” e largamente destinata alla rottamazione in un’economia di mercato (anche se le acciaerie di Kosice vennero parzialmente salvate nel 2001 dall’US Steel con la benedizione di Bill Clinton). L’aspra conflittualità politica che contraddistinse il primo decennio di indipendenza contribuì a rafforzare i dubbi e a rendere ancora più fosche le previsioni. Le quali, tuttavia, hanno finito col venire smentite, dopo l’ascesa di forze e uomini più decisamente riformisti e meno controversi di una figura a lungo dominante come quella del populista autoritario Vladimir Meciar, un ex pugile.

Mentre la Boemia-Moravia vivacchiava sui vecchi allori, la Slovacchia ha infatti inscenato un boom senza uguali nell’Est europeo, che l’ha portata ad eguagliare o quasi il Pil pro capite della Repubblica ceca, salendo al terzo posto dopo quest’ultima e la Slovenia tra tutti i paesi ex comunisti (con la Russia, per dire, a circa metà del suo livello), e a superare la stessa Cechia persino nella corsa all’Euro dopo la contemporanea ammissione nell’Unione europea. Anche qui, si tratta di un traguardo raggiunto, finora, insieme con la sola Slovenia in tutta l’Europa orientale, all’inizio del 2009, grazie ad un’inflazione bassa e a conti pubblici in ordine. Principali strumenti di un simile exploit sono stati un laissez faire senza riserve, una politica fiscale imperniata sulla flat tax, l’imposta a livello unico, e la porta spalancata agli investimenti stranieri, che infatti sono piovuti in abbondanza specialmente nel settore automobilistico (Volkswagen, Peugeot-Citroen, Hyundai).

Un simile indirizzo è rimasto sostanzialmente immutato anche dopo l’avvento al potere, nel 2006, di Robert Fico, giovane socialdemocratico dipinto piuttosto come un populista dai suoi predecessori di centro-destra. “Meglio populista che ladro”, egli ama replicare, sostenendo ad ogni buon conto che la singolare alleanza di governo con il Partito nazionale, sciovinista e xenofobo, e quello residuale dell’irriducibile Meciar, non ha compromesso la continuità politica; come in effetti è avvenuto, appunto, in campo economico. Non così, invece, su un altro terreno scottante, quello dei rapporti con la grossa minoranza ungherese e con la stessa Ungheria sua protettrice. Qui la pressione dell’estrema destra si è fatta sentire (come pure riguardo alle altre due minoranze, i ruteni o ucraini e, soprattutto, gli zingari) dando il suo apporto ad un deterioramento non interamente addebitabile alla crescita di impulsi analoghi sulla scena politica magiara e delle denunciate interferenze di Budapest in una questione interna slovacca.

Nel frattempo, la crisi planetaria non ha mancato di sollevare le prime ombre sul miracolo economico della “tigre dei Tatra”, pur risparmiata sinora da tracolli paragonabili a quelli occorsi nelle repubbliche baltiche o in un suo corrispettivo, se si vuole, euro-occidentale quale l’Irlanda. Benché non catastrofico, il brusco calo del Pil (-4,7% nel 2009) dopo anni di galoppo ha innalzato la disoccupazione al 13%, tanto più pesante in quanto i senza lavoro a lungo termine sono intorno al 70%. In ogni caso, prima o poi gli operai, verosimilmente non appagati dalla medaglia d’oro in fatto di riformismo assegnata alla Slovacchia dalla Banca mondiale nel 2003, reclameranno salari superiori all’attuale media mensile di 500 euro. E, una volta passata come tutti confidano, o almeno sperano, la bufera globale, queste ed altre consimili rivendicazioni non potranno essere facilmente ignorate, innanzitutto, da un partito che si dice socialdemocratico come lo Smer-SD di Fico e che vanta il varo e l’attuazione (in realtà discutibile) del primo programma nazionale di Stato sociale.

Le prime risposte, per il momento, toccheranno tuttavia ad altri. Le elezioni parlamentari del 12 giugno hanno confermato la popolarità del premier uscente, il cui partito ha visto addirittura aumentare i consensi (specie tra i meno abbienti e in provincia) rafforzando così la sua maggioranza relativa. Ciò non è però bastato ad evitargli la perdita del potere a beneficio dei vecchi antagonisti di centro-destra. Si è formato infatti un nuovo governo di coalizione capeggiato dalla cristiano-democratica Iveta Radicova, per quanto esponente di un partito forte di soli 28 seggi contro i 62 dello Smer-SD su un totale di 150. La svolta, alquanto inaspettata, si deve ad un evento altrettanto imprevisto e di tutto rilievo non solo nel quadro nazionale: la sconfitta dei due partiti sinora alleati con Fico. Quello di Meciar non ha superato lo sbarramento del 5% e gli ultranazionalisti del truculento Jan Slota sono rimasti a stento in parlamento. Per contro, tra i quattro della coalizione entrante figura una nuova rappresentanza degli ungheresi, premiata da un brillante successo.

La bocciatura di Slota, in particolare, segna la prima battuta di arresto di un’avanzata delle forze di estrema destra che connota da qualche tempo il panorama politico dell’Europa sia orientale che occidentale. Se in quest’ultima il loro bersaglio principale, benché non unico, è costituito da genti allogene di più o meno recente immigrazione, nella prima la presenza di minoranze più o meno numerose in molti paesi genera da sempre problemi spesso acuti di convivenza interetnica o interculturale con conseguenti conflitti anche di straordinaria gravità; basti ricordare il caso jugoslavo. In Ungheria la recente impennata di un ringhioso sciovinismo ha avuto come sfondo una situazione economico-finanziaria oltremodo critica. L’esempio slovacco sembra indicare invece che da progressi adeguati o quanto meno promettenti in tale campo possono scaturire effetti benefici anche su altri.

Franco Soglian