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PARLAMENTO IN VACANZA

dicembre 2010 by:

Per capirci meglio.

Un coro di proteste indignate e scandalizzate si è levato alla notizia che il parlamento sarebbe andato in vacanza in attesa del fatidico voto di fiducia o sfiducia del 14 dicembre, che poi magari non ci sarà (stiamo scrivendo con qualche giorno di anticipo su quella data). Proteste sacrosante, per un verso. Si tratta infatti dell’ennesima e ormai non più stupefacente prova di insensibilità della classe politica, comunemente nota come casta, nei confronti di una comunità nazionale che forse confidava in qualche segno di resipiscenza almeno in un momento così cruciale.

Deputati e senatori lautamente stipendiati e spesso assenteisti in vacanza straordinaria quando buona parte del paese soffre per la crisi e per una sequela inarrestabile di emergenze come quella di Napoli? Quando si lamenta (almeno da qualche parte) che le crisi attuali come tante altre pregresse si snodano e si dibattono ovunque salvo che in quella che dovrebbe essere la sede naturale, ossia appunto in parlamento? Quando si denuncia l’arenamento di vari processi decisionali su questioni particolarmente scottanti e urgenti con conseguente pericolo di gravi danni economici, come nel caso di opere finanziate con fondi UE?

Ebbene sì, proprio in vacanza, per di più prenatalizia e, come se non bastasse, non senza il sospetto che una delle sue finalità, forse la principale, fosse quella di lasciare più libero spazio ad un inedito mercatino di fine d’anno quale la compravendita di voti in vista della fatidica scadenza di cui sopra. Nel qual caso i mercanti avrebbero avuto almeno la delicatezza di sgombrare volontariamente e sia pure solo temporaneamente il tempio. Non conviene però stracciarsi soverchiamente le vesti perché non tutto il male viene per nuocere. Forse gli stessi mercanti hanno inteso rendere un servizio al paese essendo verosimilmente consapevoli di come stanno le cose almeno per quanto riguarda la funzione istituzionale primaria del parlamento: la legiferazione.

Qui il punto è stato appena fatto, in modo icastico, dal rapporto annuale del Censis, che non ha mai peccato di pessimismo sulle sorti nazionali. Il nostro, secondo l’istituto presieduto da Giuseppe De Rita, sarebbe infatti un paese “senza regole né sogni, che non ha più desideri”, e questo anche perchè “con troppe leggi dove però la legge conta sempre meno”. Proprio come le grida manzoniane, insomma. Se ricordiamo bene, il numero di leggi vigenti in Italia sta in un rapporto di circa 100 a 5 con quelle vigenti in Germania, la quale non sembra languire sotto il peso di una simile inferiorità. Non risulta, d’altra parte, che lo sfoltimento legislativo intrapreso da un eminente statista come Roberto Calderoli abbia dato finora frutti molto apprezzabili. La vacanza parlamentare, dunque, ci può stare, e potrebbe persino definirsi salutare.

Nemesio Morlacchi