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COME LIBERARCI DEGLI OLIGARCHI

gennaio 2011 by:
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I proci del nostro tempo.

Nel 1996 si compì un secolo dalla pubblicazione degli Elementi di scienza politica di Gaetano Mosca, il maggiore scienziato italiano della politica. La sua concezione lasciamola descrivere a uno storico non di casa nostra, Wolfgang J. Mommsen, a lungo cattedratico a Karlsruhe: “Quasi lo specchio della prassi del parlamentarismo italiano, completamente staccatosi dalla democrazia liberale per trasformarsi in un sistema oligarchico in cui i professionisti della politica monopolizzavano i posti chiave dello Stato. Una continua lotta di piccoli gruppi dominanti, ciascuno con un’ideologia adatta ai propri interessi, destinata esclusivamente a giustificare il potere agli occhi delle masse”.

Gaetano Mosca traduceva questi concetti in un’aspra critica del sistema parlamentare, “una forma degradata di democrazia in cui tutte le istituzioni dello Stato si trasformavano in enormi macchine di propaganda elettorale”. Venti anni dopo, nota ancora Mommsen, Vilfredo Pareto si spinge più avanti: ogni fatto politico non è che scontro tra gruppi di potere. “Pareto nega qualsiasi validità oggettiva alle teorie politiche, e non nasconde il disprezzo per l’ordine liberal-democratico del suo tempo: nient’altro che il potere corrotto di un’élite già intimamente degenere”.

Il Trattato di sociologia generale di Pareto è del 1916. Ottant’anni dopo, i rifondatori del nostro regime, tra i quali dominano gli eredi del Pci, della Dc e del Msi, si dichiarano tutti liberal-democratici. Ma le circostanze sono tassative: se prevale il centro-sinistra ritorna appieno la Prima Repubblica. Il centro-destra è anch’esso Vecchia Politica. Nulla di diverso se risorgerà il centro-centro. E’ caduta anche l’ipotesi di una via giudiziaria alla rigenerazione. Non avevano ragione Mosca e Pareto? Sbagliarono solo a non prevedere quanto ladre si sarebbero dimostrate quelle che chiamavano “élites”.

Si traggano le conseguenze da un secolo di conferme rispetto a Mosca e a Pareto. Del resto negli ultimi tempi alcuni politologi di palazzo hanno fatto ammissioni di non poco conto. Per Stefano Rodotà è sbagliato demonizzare tutte le implicazioni della “tecnopolitica”, la quale è un portato della svolta telematica. Il monomane Giovanni Sartori (il quale conosce una sola salvezza, una sola prospettiva di miracolo: “il doppio turno alla francese”) fa meste previsioni sul finale trionfo di quello che chiama “il direttismo”. Per Domenico Fisichella occorre far nascere una “aristocrazia civica”, beninteso nulla a che vedere con parlamenti e altri organi elettivi. Ernesto Galli della Loggia precisa: “Oligarchia è il nome tecnicamente appropriato per la classe dirigente italiana”. Domenico Settembrini ha sottolineato: “Il concetto di democrazia, preso alla lettera, comporta che il governo della città sia affidato alla partecipazione diretta dei cittadini; né basta. Occorre anche che alla copertura delle magistrature si provveda esclusivamente per sorteggio e per rotazione: unico metodo che impedisca la distinzione permanente tra la quasi totalità dei governati e la ristrettissima minoranza dei governanti”.

Il Settembrini considera impossibile la democrazia “presa alla lettera”. Ma sbaglia. Sarà perfettamente possibile, coll’aiuto dell’elettronica, sorteggiare i politici per turni di un certo numero di mesi all’interno di un corpo ristretto in qualche modo somigliante alla “aristocrazia civica” invocata da Fisichella: per esempio mezzo milione di ‘supercittadini’ scelti impersonalmente dal computer tra quanti abbiano non una semplice iscrizione all’anagrafe, ma meriti oggettivabili: qualifiche culturali, esperienze lavorative di qualche peso, volontariato, etc. Abolite le elezioni, spariranno gli oligarchi ‘liberaldemocratici’ maledetti da Gaetano Mosca e da Vilfredo Pareto.

E’ dimostrato: i cosiddetti rappresentanti del popolo sono -dovunque nel mondo si tengano elezioni, non importa se regolari o scorrette- i Proci del nostro tempo. Impadronitisi della reggia altrui, gozzovigliano. Finché non torna Ulisse. Il senso di una democrazia diversa, diretta ma selettiva, è oggi appunto nella liberazione dai Proci. Legislatori non possono diventare molti milioni, ma nulla impone che il popolo sia chiamato intero a legiferare. E’ logico limitare l’assemblea totale della nazione, cioè il referendum, a poche occasioni di speciale importanza, su temi semplici da definire. Della maggior parte delle deliberazioni andrebbero investiti piccoli segmenti di popolazione, selezionati dal computer in rapporto a oggettivi criteri di qualificazione; ai quali segmenti fosse facile fornire tutti gli elementi di giudizio. Questi ‘campioni di popolo’ o ‘macrogiurie’ si avvicenderebbero a turno, per sorteggio o con altri meccanismi. Il risultato sarebbe di impegnare nella funzione deliberativa, per un periodo di ‘servizio politico’ limitato nel tempo come quello militare, 500.000 italiani o francesi per volta, un milione di americani per volta. Impegnarli proprio in quanto non sia più possibile fare della politica una carriera, una gozzoviglia e un racket.

A.M.C.