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LA BORSA DI STUDIO COMPORTERA’ QUELLA DI SOPRAVVIVENZA

gennaio 2011 by:

Image courtesy of liberareggio.com

L’esplosione demografica degli atenei dovrebbe terrorizzare quanto quella delle bidonvilles africane. Attorno alle nostre università le strade e le piazze formicolano di studenti, i più visibilmente venuti dalle periferie proletarie. Lezioni, per esempio di diritto, che richiedono non aule, ma grossi cine-teatri, con impianti d’amplificazione acustica di tutto rispetto.

Mi viene in mente quella volta, in un tempo lontano, che m’ero seduto per fatti miei nel banco più basso di un anfiteatro universitario perfettamente vuoto. Invece arriva il cattedratico, mi prende per un suo uditore e avvia la lezione solo per me. Che gli studenti fossero pochi era normale. La lezione dovetti sentirla tutta: il cattedratico tenne entrambe le mani sulle mie spalle: un po’ per bonarietà, un po’ perché l’uditore non sparisse.

Quell’anfiteatro contenente solo me accidentale è l’opposto metafisico dei maxi cine-teatri d’oggi, straripanti di moltitudini. Bene così. Giusto sia finita l’iniquità degli atenei per i piccoli numeri espressi dai licei, ehm, elitari. Oggi pochi proletari rinunciano ai figli universitari. Ma poi viene il vuoto. Chi ha fatto la fatica di prendere una laurea, magari triennale e persino on-line, cercherà di non lavorare in fonderia. Aborrirà la zappa. Al massimo dell’umiltà guiderà un taxi o farà il concorso per vigile urbano. Ma i vigili saranno pochi, forse diminuiranno. La competizione tra leve incalzanti di candidati alle professioni liberali e ai posti da tavolino o da tuta bianca si farà più feroce. Ciascun candidato sarà tentato di farsi caino di un altro. Gli studi e le posizioni esistenti, quelli che spettano ai figli e ai nipoti dei professionisti affermati, o appena sbarcanti il lunario, si terranno tutti i clienti e gli stipendi. Di che camperanno le turbe laureate?

Veniamo così alla conseguenza ineluttabile. Saremo costretti ad essere coerenti con la filosofia egualitaria che ha voluto il trasloco delle lezioni nei cine-teatri. Dovremo fare il passo successivo, quello che sarà accettato solo da una società parasocialista. Il conferimento di una laurea comporterà l’assegnazione di una borsa pluriennale, non più di studio ma di (magra) sussistenza. I dottori in possesso dei requisiti x e y saranno mantenuti (come Dio vuole) se dimostreranno d’essere disoccupati con figli o madri vedove a carico.

Il costo di questa coerenza essendo proibitivo, si abbasserà la saracinesca su varie botteghe della società organizzata sui beni, sul mercato, sulla libera iniziativa, sulla sacertà del diritto, sulla competizione, sulla vittoria dei più forti, persino sul dovere di lavorare. Dovrà vivere anche chi non lavorerà. Andranno distrutte le vecchie icone: produttività, progresso, pensioni generose agli anziani, visibilio d’ammirazione per gli operai-padroncini che in Veneto domano le esondazioni, per i finanzieri di piazzetta Cuccia e per le ‘grida’ della Borsa, cuore, polmone e cistifelia della modernità.

I conati di sinistrismo sono meritatamente falliti ovunque, ma ovunque occorrerà tornare agli sforzi di un secolo fa per umanizzare il vivere collettivo. Scopriremo di avere sbagliato a ripudiare gli ideali sociali solo perché gli esperimenti di socialismo hanno premiato i peggiori e incanaglito il costume pubblico. Guidati dai puri di cuore e non dai politici ed intellettuali ‘democratici’, ci convinceremo che sempre più le nostre società saranno contesti di senza lavoro e di precari. L’ultimo numero di Newsweek afferma che Obama entrerà nella storia solo se dirà all’America “la catastrofe economica che la attende”.

Solo la scelta di programmi parasocialisti di solidarietà austera mitigherà la sofferenza degli svantaggiati. Le tasse saliranno, il Pil scenderà, gli investitori e i redditieri fuggiranno, il benessere degli Ottanta resterà un ricordo. Ricordo non bello: i laureati senza lavoro sono una delle battaglie perse, una delle brutture da cancellare.

L’Ussita