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Ragionamento su Waterloo

febbraio 2011 by:

Io non saprei dire se sia corretto considerare una campagna militare, una guerra combattuta fra eserciti che si muovono su di un vasto territorio come una somma di alcuni scontri chiamati “battaglie”. Di certo una battaglia è anche più facile da raccontare di una guerra, ed è anche più facile attribuire ad un evento singolo, facilmente delimitabile nello spazio e nel tempo (quasi tutte le battaglie tradizionali vanno dall’alba al tramonto, hanno un luogo e una data), un carattere decisivo per avvenimenti e vicende storiche che possono andare anche, e molto, al di là.

Se ho scelto anch’io di ragionare su una battaglia, e una fra le più celebri nella storia d’Europa, quella del 18 giugno 1815 detta di Waterloo, è perché mi sembra che in essa più che in altre si evidenzi il punto di vista opposto: una altisonante e tragica inutilità, come si potrebbe dire anche di quasi tutte le altre battaglie napoleoniche. Ma c’è in Waterloo una cosa in più, ed è che in quelle giornate, perché a mio avviso la si dovrebbe far cominciare il 16 e finire il 19, gli avvenimenti ebbero una loro autonomia, andarono per conto loro, in maniera quasi del tutto indipendente dai piani, dalle attese, dai desideri, dalle speranze dei comandanti e dei soldati. Scrivendo delle ore centrali del 18 giugno Victor Hugo affermò “ci vorrebbe uno di quei pittori che hanno il caos nel pennello” per dipingere quello che accadde; poi non so se questo sia possibile in pittura ma è indubbio che a servirsi della parola non si può metterci dentro il caos più di tanto”. Né io stesso, dopo tanto tempo e dopo tante diversità accadute, cercherò di farlo. Ma una certa ambizione a ricostruire la contingenza non la posso negare.

La mia ricostruzione della battaglia fa riferimento a quattro protagonisti: Napoleone, Wellington, che comandava le truppe inglesi e fiamminghe (belgi, olandesi), Blücher, capo dei prussiani e il maresciallo francese Grouchy, che comandava l’ala destra dello schieramento disposto da Napoleone; quest’ultimo si può chiamare protagonista per quello che non fece, ma che avrebbe potuto, o dovuto fare, se le cose fossero andate diversamente. L’inserzione dei primi tre è dovuta e necessaria, perché appunto l’incrociarsi delle loro decisioni più eventi occasionali, ritardi, errori e altro hanno fatto accadere quello che è accaduto. Il quarto, Grouchy, è un protagonista assente, è l’enigma di quegli avvenimenti. Provocò la sconfitta di Napoleone perché la sera del 18 non si presentò sul campo di battaglia; cioè con la sua assenza o, per dir meglio, mancata presenza. L’evento determinante fu qualcosa che non accadde, ma che si sperava sarebbe accaduto. Era giustificata questa speranza? È di questo che si ragiona.

E’ attraverso questo Grouchy, poco noto agli storici venuti dopo e allo stesso Napoleone, che lo aveva nominato maresciallo poco prima (il 17 aprile 1815), che il caso si insinua nella ragione napoleonica, nella tenacia e prudenza dell’inglese, nella focosa aggressività del prussiano. L’assenza di Grouchy dal campo di battaglia in quella mezz’ora decisiva fu pura contingenza? Quelli che vogliono tenacemente ricostruire una ragione storica possono sostenere che Grouchy “non poteva non essere assente”, per tutte le circostanze che esporrò; ma sarebbero a loro volta discutibili. Se c’è una ragione degli avvenimenti che si possa distinguere dalla ragione delle idee è certo che quella sera si rivelò di gran lunga la più agguerrita.

Non si potrà fare a meno, nel ricostruire questo scontro fra la ragione individuale e quella degli avvenimenti, fra le cose pensate e quello che accadde, di dare un certo posto alla fortuna. La fortuna non è altro che il caso quando ci aiuta, quindi in definitiva c’è sempre da risalire a chi ne è toccato, perché è sempre lui che giudica se la tal contingenza gli ha giovato o non gli ha giovato. Ma in un caso e nell’altro ne deve tener conto. Una ragione cui la fortuna rimanga indifferente Napoleone stesso non l’avrebbe fatta propria, e in questo era davvero l’erede di quel modo di pensare del rinascimento italiano che giudicava necessario il legame tra “virtù” (nel senso di capacità) e fortuna: “virtù e fortuna”. Era arrivata la ragione, ma una ragione cui la fortuna rimanga indifferente lo stesso Napoleone non l’avrebbe fatta propria. Aveva imparato a liberarsi dei comandanti non fortunati; perdonava più facilmente l’infedeltà che la mala sorte.

Grouchy aveva voluto non essere presente quel pomeriggio, e quindi non fu propriamente sfortuna quella di Napoleone. L’assenza fatale di quel maresciallo esige ben più solide spiegazioni. E noi dobbiamo chiederci “perché” non volle essere presente.

Se per destino si intende una contingenza che si ripete sempre in una stessa direzione, Napoleone poteva ancora credere in un proprio destino favorevole. Le precipitose sconfitte dopo le quali aveva dovuto abbandonare prima la Spagna e poi la Russia, infine il resto d’Europa e la Francia stessa e ridursi all’isola d’Elba; tutto questo li poteva giudicare come eccezioni, compensate dal suo trionfale rientro. Poteva di nuovo farsi chiamare imperatore, poteva fare assegnamento sulla sua popolarità, fra i francesi e in Europa. Si sa che Wellington temeva la popolarità di Napoleone fra i suoi stessi soldati inglesi e soprattutto fra i suoi alleati olandesi.

Questa volta il caso, le contingenze, il destino, presero una strada diversa. Passarono per la testa di Grouchy, facendogli decidere di non presentarsi sul campo di battaglia. Sembra proprio che Grouchy, quando decise di continuare a marciare dietro ai prussiani malgrado sentisse alla sua sinistra i cannoni dello scontro in atto fosse convinto che Napoleone se la sarebbe cavata da solo, che ne sarebbe venuto fuori vincente. Non era questo Wellington un mediocre generale, non erano questi inglesi gente che non sapeva combattere fuori dalle loro navi, come aveva ben spiegato l’imperatore all’ultimo incontro, per dare fiducia ai suoi, per darla a se stesso? Certo, il suo destino, lui stesso e la Francia, se lo dovevano guadagnare; ma c’era da pensare che non sarebbe stato tanto difficile, con questi signori. La lontana fortuna di Marengo era stata proprio soltanto fortuna?

Si sa che Grouchy aveva ben ricevuto i suoi ordini prima dello scontro. Ma riguardavano soprattutto l’inseguimento dell’esercito prussiano, che era stato costretto alla ritirata la sera del giorno prima; c ‘era da impedire che si unisse all’esercito anglo-olandese. Per il giorno dopo, il 18 giugno appunto, era previsto l’assalto alle truppe di Wellington, che sulla collina di Saint Jean, quella che ancora oggi si mostra ai turisti, impedivano di arrivare a Bruxelles, pochi chilometri più in là. E Napoleone aveva già pronto in tasca il suo proclama da vincitore. Ma, come vedremo , non risulta in alcun modo che Grouchy dovesse tener lontani i prussiani dal campo di battaglia e dopo arrivarci lui. Doveva tenerli lontani e basta. Come tutti sanno, i prussiano arrivarono e lui no.

E’ rimasto celebre – c’è addirittura un dipinto – lo scontro che Grouchy ebbe con i suoi generali, soprattutto con l’eroico Gérard, che sarebbe morto il giorno seguente; era il mattino di quel fatale 18 e i generali insistevano perché si dovesse correre “aux canons”, cioè là da dove si sentiva il cannone; la collina di Saint Jean. Sarebbe stata, indipendentemente da ordini e interpretazioni, la decisione ragionevole, addirittura evidente. Ma Grouchy non ne volle sapere e rimase fermo al dovere di tallonare quella parte dell’esercito prussiano che si vedeva davanti, e che egli credeva fosse il tutto. Così, insisteva, gli era stato ordinato.

Lo storico inglese Hamilton-Williams (1) riferisce che il conte di Flahault (uno dello staff napoleonico) disse di aver udito con le sue orecchie, e di poterlo riferire sul suo onore, che Napoleone disse a Grouchy, nel famoso incontro preparatorio di tutti i comandanti : “Coraggio Grouchy, tenete dietro ai prussiani, con la spada alle reni; ma comunicate sempre con me con la vostra sinistra”. Non si preoccupò che ci fossero strade laterali per questi contatti, e in effetti non ce n’erano. Ma anche se una strada e un modo di comunicare rapidamente ci fossero stati era chiaro che più i prussiani si allontanavano meno il far le due cose sarebbe diventato facile.

Comunque Grouchy non fece né una cosa né l’altra. Infatti non seguì i prussiani “con la spada alle reni” e non mantenne le comunicazioni con Napoleone. Trovandosi in una situazione contraddittoria, scelse di non scegliere. Si mosse sì, ma come un corpo si muove per inerzia, cioè linearmente davanti a sé e sempre più adagio. Continuò a seguire i prussiani tenendosi ad una certa distanza. Nella discussione con i suoi generali l’argomento di Grouchy era che lui si sentiva tranquillo soltanto se poteva riferirsi ad un comando. Così è negli eserciti, almeno in quelli centralizzati e ben tessuti, come era quello napoleonico.

Non aveva torto, perché così lo stesso Napoleone gli aveva ordinato di fare. Infatti, continua lo storico, “Grouchy non si era di molto allontanato per prendere il suo nuovo comando che Napoleone fu preso da un certo timore per queste istruzioni. … Non aveva insistito abbastanza sulla necessità di essere prudenti. Quanto era accaduto nel 1813 e nel 1814 gli aveva insegnato che i prussiani in ritirata avrebbero potuto molto abilmente girarsi all’improvviso su Grouchy, specialmente di notte, e annientarlo. Perciò Grouchy avrebbe dovuto far attenzione ai prussiani, ma sempre in condizione di non farsi coinvolgere”. Gli inviò frettolosamente un altro messaggio scritto, nel quale ripeteva quello che aveva detto, ma anche “per ogni evenienza tenete i vostri due corpi di fanteria sempre assieme; e ogni sera cercate di occupare una posizione militare favorevole, con buone vie di ritirata”. Afferma lo stesso Hamilton-Williams, in una nota, che questo documento venne fatto sparire sotto Napoleone III; lo si riporta in opere scritte prima del 1850.

Si parla anche di un altro messaggio, che avrebbe ordinato di fare quello che non fu fatto, e che probabilmente nemmeno arrivò. E il povero Grouchy, fra ordini e raccomandazioni, proseguì per inerzia, cioè rallentando, come rallenta, appunto, una biglia per l’attrito del suolo.

Una domanda che è lecito porsi è che cosa abbia portato Napoleone, proprio alla vigilia di una campagna che si annunciava difficile, a nominare maresciallo (quindi in posizione di avere un comando autonomo) un uomo che sembrava non avesse alcuna delle caratteristiche che di solito si attribuiscono a quelli che facevano carriera nella Grande Armée. Anzitutto era un aristocratico dell’Ancien Régime e figurava fra i comandanti dell’esercito del re per nascita. Era poi passato con la rivoluzione, aveva anche combattuto in Vandea per la repubblica; aveva avuto comandi con Napoleone; era stato ferito ben quattordici volte in Italia, così diceva; alla battaglia di Eylau gli avevano ucciso il cavallo e si era di nuovo fatto del male, cadendone. All’inizio dei cento giorni aveva condotto una campagna militare piuttosto fiacca contro i monarchici del duca di Angoulême (così gli aveva detto lo stesso Napoleone, si racconta, perché quel duca si era preso i gioielli della corona, utilissimi per pagare i soldati, e con lui bisognava trattare per riaverli). Era stato un valoroso, certamente, ma anche malconcio (delle sue ferite si lamenta in molti documenti) e che comunque non aveva mai compiuto azioni da protagonista. Napoleone, nel comunicargli la decisione di nominarlo maresciallo, scrive di “belle manovre, capacità e coraggio di cui aveva dato prova in altre circostanze, e particolarmente a Friedland, a Wagram e nelle pianure della Champagne”. Ma sostanzialmente Grouchy era un militare di carriera, di routine, evidentemente stanco (come lo erano tanti degli altri marescialli) e molto bravo a far domande di congedo e a chieder favori alle autorità del momento, re, regine, imperatori che fossero. E Napoleone, che non aveva più voluto Murat, che soltanto il 15 giugno aveva dato un comando a Ney, l’uno e l’altro certamente più audaci, si fidò di questo timido che non aveva ambizioni. E così lo fece divenire famoso, ma di una mala fama che lo costrinse ad emigrare in America, alla fine di quegli avvenimenti.

Una battaglia faceva parte di una campagna militare. La campagna iniziava quando gli eserciti uscivano dalle loro sedi permanenti per occupare un territorio che non era quello abituale. Benché carte topografiche ben fatte non mancassero di certo, tuttavia l’insicurezza era forte quanto alle strade, alle loro condizioni che dipendevano dal tempo e alla possibilità di varcare i corsi d’acqua; per non parlare degli umori degli abitanti, perlopiù contadini che dovevano nutrir loro questi eserciti; e poi c’era l’altro esercito, esso pure in movimento. Si sa che Napoleone, occupato un villaggio, ordinava di farsi dare la corrispondenza appena arrivata, perché se ne poteva cavare qualche indicazione sui movimenti delle altre truppe. Quando si “misero in campagna”, ciascuno dei nostri tre comandanti sapeva ben poco delle intenzioni degli altri due, alleati o nemici che fossero. Si sa che Wellington aveva ordini riservati di badare soprattutto a tenersi il porto di Anversa, perché già Nelson aveva ammonito che in condizioni di tempo favorevoli una copiosa flottiglia di piccole navi avrebbe potuto da quel porto sbarcare molti uomini sul suolo inglese; la flotta inglese era fatta di navi grandi e non sarebbe arrivata a fermarle tutte. I prussiani avevano compreso che c’era sotto qualcosa e non si fidavano molto dei loro alleati; più volte furono tentati di tornarsene in terra tedesca per farsi raggiungere da austriaci e russi. Napoleone sembrava diretto verso Bruxelles e così era. Ma Wellington, che si era studiato le sue battaglie e ne aveva cavato l’insegnamento che sovente c’era da aspettarsi qualcosa di nuovo, sospettava di una finta e che il grosso dell’esercito francese dirigesse proprio su Anversa. Si seppe più tardi che qualche anno prima, passando davanti alla fatal collina di Saint Jean, aveva detto: “se dovessi difendere Bruxelles mi metterei proprio lì”; ed è quello che fece. Ma non era certo che avrebbe dovuto difendere Bruxelles. E forse fu proprio per farsi vedere da tutti ben presente sul posto che la sera del 17 decise di partecipare con i suoi ufficiali al grande ballo della duchessa di Richmond, dal quale si allontanò a notte alta quando si cominciò a sentire il rombo dei cannoni francesi. E ci fu anche la scena, alquanto oleografica, della figlia della duchessa, una bambina di sei anni, che fu tirata fuori dal letto a mezzanotte perché baciasse la spada del generale che stava per montare a cavallo.

Lo scontro di Waterloo ebbe questo di originale, che fu la riproduzione in piccolo, cioè su di un piccolo territorio, dell’intera campagna, come l’aveva ragionata Napoleone. Hamilton-Williams1 espone così il piano di Napoleone per l’intera campagna: “Napoleone decise di assalire Wellington e Blücher mentre attendevano l’arrivo degli eserciti austriaco e russo per raggiungere insieme il confine francese. Egli sperava di sconfiggere ciascuno dei due in maniera completa, ma era pronto, come sempre, ad adattare i suoi piani alle circostanze. Egli voleva anzitutto buttare Wellington in acqua, così che l’Inghilterra si trovasse fuori dalla guerra sul continente. Se Blücher fosse stato battuto i prussiani si sarebbero tirati indietro, per raggiungere le loro comunicazioni verso oriente. Wellington, in questo caso, si sarebbe a sua volta tirato indietro a occidente, per non perdere il contatto con le coste sul Mare del Nord. A questo punto, tenendo a bada Wellington e costringendo Luigi XVIII ( il re Borbone) ad andarsene da Gand e Guglielmo d’Orange ad uscire da Bruxelles, e avendo così conseguito un enorme successo politico, egli si sarebbe ancora una volta girato sull’altro lato e occupato di Blücher (vien da pensare al batacchio di una campana) … Li avrebbe costretti l’uno e l’altro a tirarsi continuamente indietro, per evitare il rischio di non poter comunicare. Con un po’ di fortuna gli sarebbe riuscito di chiudere gli eserciti alleati tra sé e i 54.000 uomini che Suchet stava portando avanti (dalla valle del Reno; Suchet, come Grouchy, quello che arriva e decide) … Napoleone sperava che il governo inglese di lord Liverpool, messo di fronte ad un’altra guerra che andava per le lunghe e alle conseguenti difficoltà finanziarie, dal momento che gli inglesi erano quelli che sostenevano le spese per gli alleati, avrebbe rinunciato. Senza il denaro inglese gli alleati non avrebbero potuto continuare la guerra. A questo punto Napoleone era certo che si sarebbe arrivati ad un accordo”.

Conviene ora spostarsi sull’altro lato della scena europea, nelle grandi pianure orientali, per ricordarsi di quanto aveva setto Kutùzov, nella versione posteriore di Tolstoi in “Guerra e pace”: “in guerra i piani troppo complicati non riescono”. E’ difficile dire a qual punto risultino “troppo complicati”; ma è certo che, aumentando il numero delle relazioni, delle dipendenze, tra un avvenimento e l’altro, basta che una di queste non si realizzi perché tutto il sistema ne venga compromesso; e quando i legami sono numerosi e interdipendenti e più facile che se ne rompa qualcuno.

Un progetto come quello napoleonico esigeva sicurezza di informazioni e di comunicazioni, cose che il Bonaparte era ben lungi dal possedere. La trasmissione degli i ordini si faceva a quel tempo con messaggeri a cavallo, ai quali poteva succedere di dover attraversare il nemico, e quindi girargli attorno; quelle campagne non erano mai quelle di casa loro, e se incontravano qualche contadino non parlava come loro, ammesso che volesse fargli il favore di mostrargli la strada giusta. Il destinatario spesso se lo dovevano cercare, perché le truppe si spostavano. In queste condizioni non deve stupire che il fatale ordine che Napoleone avrebbe mandato a Grouchy la sera del 17, che era di convergere al centro, non sia mai arrivato. Ma Napoleone stesso dovette pensare che ci sarebbe anche arrivato da solo a questa manovra, che era poi quella consigliata dai suoi generali; non si preoccupò tanto quando la sera del 18 vide arrivare Blücher alla sua destra. “Tanto dietro di lui ci sarà Grouchy”, deve aver pensato; sembra addirittura che abbia detto: “voilà Grouchy qui arrive”, scambiando i prussiani per francesi. A questo punto si ritorna al quesito: “perché Grouchy non corresse il suo cammino”?.

Dall’altro lato Blücher, il focoso capo in testa prussiano, aveva fatto il contrario di Grouchy. Dopo la parziale sconfitta del 17 i suoi comandanti gli consigliavano di ritirarsi, di tornare a casa e di lasciar perdere quei testoni degli inglesi, che tanto loro non si sarebbero mai mossi per aiutare i loro alleati prussiani ( Wellington aveva promesso a Blücher che si sarebbe spostato per aiutarlo se non fosse stato a sua volta attaccato; in effetti era stato attaccato contemporaneamente a Blücher, lo stesso giorno 17, e non si era mosso). Invece Blücher, che nutriva per i francesi un odio primitivo, benché anziano e ferito nello scontro del giorno prima, quel giorno 18 agì di propria iniziativa; senza trasmettere ordini si mescolò ai soldati, incitandoli a trascinare i loro cannoni anche nel fango, ad andare comunque dove lui aveva deciso si dovesse andare. La comunicazione tra uomo e uomo, tra padre e figlio potremmo dire, funzionò meglio degli incerti messaggi napoleonici, anche perché lì si era certi che il messaggio arrivava. Ma possiamo noi immaginare l’aristocratico, l’elegante maresciallo Grouchy, il quale proprio la mattina del 18 si sarebbe attardato a farsi dare dai contadini fragole appena colte, rivolgersi direttamente ai soldati per portarli là dove i loro stessi comandanti avessero detto che non si doveva andare?

Nel campo inglese le disposizioni avanti lo scontro erano più semplici; sul campo Wellington i suoi ordini li dava a voce, ed erano ordini urlati, ripetuti da un reparto all’altro. Ma anche lì non mancarono incomprensioni. La complicata macchina francese esigeva invece che Napoleone si rivolgesse ad un capo di stato maggiore, il quale trascriveva e spediva; quando non c’era il capo era lo stesso imperatore che dettava, come per la lettera a Grouchy che è sparita. Nelle precedenti campagne a prendere gli ordini c’era stato Berthier, uno che trascriveva con chiarezza, redigeva in più copie e affidava a più corrieri; anche quindici. Di Berthier, considerato un mediocre dagli storici militari, fu detto che era stato lui il vero artefice di tante vittorie; ma era morto di una morte poco chiara poco prima del rientro di Napoleone. Invece a Waterloo c’era Soult, che era un comandante di truppa; trascriveva male, a quanto si disse, e soprattutto spediva un solo uomo.

Anche in altri casi le disposizioni napoleoniche non furono molto funzionali. Si sa che D’Erlon, che comandava la fanteria francese situata alla destra di Ney e alla sinistra di Napoleone, aveva ricevuto ordine di obbedire a Ney, salvo ordini contrari dello stesso Napoleone. Risulta che Napoleone non si fidasse molto di Ney – colui che l’aveva convinto ad abdicare a Fontainbleau e che aveva promesso al re borbone Luigi XVIII di portarglielo in una gabbia – e si può pensare si riservasse il diritto di intervenire personalmente sui suoi ordini. Avvenne così che la sera del 17 Ney, che fronteggiava gli inglesi sulla loro sinistra, chiese a D’Erlon di mettersi al suo fianco, cioè di spostare le sue fanterie a sinistra. Nelle stesse ore Napoleone, che aveva aggredito i prussiani e li aveva costretti a tirarsi indietro, mandò a dire a D’Erlon che corresse a dargli una mano, verso destra, perché bisognava prendere i prussiani sul loro retro, prima che fossero sgusciati via. Ma D’Erlon, che nel frattempo si era spostato a sinistra, ci mise più tempo del previsto ad arrivare sui prussiani e li prese di fianco, che ormai si erano ricompattati. La sua azione fu ugualmente efficace, ma non decisiva. Blücher poté ritirarsi e tenersi pronto per il giorno dopo.

Ci furono anche le manovre finte, di comunicazione. L’astuto Wellington aveva disposto la sua fanteria su due file una dietro l’altra, in cima a quella collina che bisognava tenere per impedire ai francesi di marciare su Bruxelles. D’un tratto diede loro l’ordine di ritirarsi, ma soltanto per qualche decina di metri, fino ad arrivare sul versante interno e lì ridisporsi nei famosi quadrati. Un ordine che apparve poco motivato agli stessi comandanti di quelle fanterie. Invece ottenne i suoi effetti. Il focoso Ney, che stava ai piedi della collina con tutta la sua terrificante cavalleria, pensò : “questi si ritirano, saltiamogli addosso”. C’era sì l’ordine di attaccare, ma quando fosse arrivata la fanteria, perché prendere una posizione con i cavalieri quando non c’erano i fanti per mantenerla lo sapevano tutti che non serve. Invece Ney attaccò ugualmente, pensando di trovare gli inglesi con le spalle girate; se li trovò davanti ben posizionati in difesa e pronti a sparare con i fucili e fu un quasi totale disastro. Non aveva chiesto al capo, e si prese del cretino. Ma c’è anche chi dice che sia stato lo stesso capo a dare quell’ordine precipitoso.

La situazione era ancora favorevole ai francesi. Sapevano usare l’artiglieria molto meglio dei loro avversari, e facevano stragi. Lo stesso Wellington, che se ne stava ben in vista a cavallo sulla cima della collina, circondato dai suoi ufficiali, pure a cavallo, se ne vide cadere alcuni al suo fianco. E quando gli chiesero “comandante, che cosa facciamo se lei dovesse morire?”, la risposta fu “crepate anche voi”. Invece se la cavò, anche se lo sentirono che invocava, shakesperianamente, “give me the night”. In quella lenta serata di giugno la sua presenza ben visibile era un costante riferimento per i soldati; significava più che una presenza: “se il capo è ancor lì, può ancora andar bene”.

I francesi attaccavano ora con la loro potente fanteria. Molti ritengono che ce l’avrebbero fatta a sloggiare quegli inglesi se avessero avuto un paio d’ore di chiaro in più. Napoleone aveva previsto che tutto l’avanzamento dell’esercito francese dovesse aver inizio alle nove di mattina. Ma la notte precedente sera piovuto e non si poteva avanzare nel fango né tirarsi dietro mi cannoni. Perciò la partenza fu rinviata alle undici, quando il terreno fu giudicato asciutto; e tutto avvenne due ore dopo. Così molti dicono che fu la pioggia a sconfiggere Napoleone. A me sembra una conferma di quanto aveva detto Kutùzov, che in guerra i piani troppo complicati non riescono. Basta che arrivi la pioggia, personificazione della sorte cieca, del caos nella natura. Ma lo fu veramente, in quelle piovose contrade?

Napoleone fece tutto come aveva previsto, soltanto due ore dopo. Non aveva più quella capacità di improvvisare che lo aveva fatto vincere da giovane; sembrava diventato un generale austriaco. La fanteria francese saliva dunque sul colle guidata da D’erlon, il quale questa volta sapeva dove aveva da portare i suoi uomini. Qui si vide qualcosa che sul momento non si capì. Si vide la fanteria francese salire disposta in colonne, con il risultato che soltanto quelli che stavano davanti potevano arrestarsi e sparare ; invece gli inglesi erano disposti in file sottili e parallele, e così sparavano tutti. Le ragioni di questa disposizione francese furono comprese soltanto quando si fece il film e si dovette ricostruire quella salita: per i soldati, se disposti in colonna, sarebbe stato più facile arrivare tutti assieme fin sulla cima. Ma allora non si sarebbe dovuto ordinargli di fermarsi e sparare! E in cima a quella collina non arrivarono perché il fuoco della fanteria inglese, ben più efficace perché gli inglesi tiravano tutti e tiravano da fermi, li disperse.

A questo punto Napoleone decise che si doveva impiegare la guardia imperiale. Era come giocare la preziosa carta tenuta in riserva. Avevano la fama di soldati terribili, questi della guardia imperiale, tanto che alcuni prussiani arrivati in anticipo si erano spontaneamente tirati da parte. Nel riferire delle gesta napoleoniche sul suolo russo, Tolstoi nota come a Borodino la guardia non sia stata impiegata; avevano questa nomea di terribiloni ma veramente la conferma non si era mai vista, almeno nella campagna di Russia; e non la si ebbe nemmeno quel pomeriggio, a Waterloo. Anzi la loro fama agì, per così dire, all’incontrario. Quando gli altri soldati francesi e gli stessi comandanti cominciarono a dirsi “la garde récule” (e in effetti si era fermata) tutti ebbero al sensazione che a questo punto non ci fosse più niente da fare. Si poteva soltanto disporsi in difesa e sperare, o aspettare, che arrivasse Grouchy.

Wellington seppe cogliere molto bene il momento. Agitando con le mani il suo berrettone alato scese dal suo punto d’osservazione e si mise a cavalcare fra i suoi per tutta la larghezza della collina. I soldati compresero “stiamo vincendo” e si buttarono sui francesi, così da impedire che si organizzassero. Dopo ci furono gli inutili quadrati della guardia, che era stata pietosamente invitata ad arrendersi. E ci fu la non riferibile “ m….” del generale Cambronne, che tutti udirono ma che egli sempre negò di aver detto. E la cosa si spiega: riavutosi dalle ferite si maritò con una inglese e non poteva di certo vantarsi, al di là della Manica, di quella parola così poco “british”. E poi ci fu l’arrivo dei prussiani, come si è detto.

Si attribuisce a Wellington di aver detto “abbiamo vinto per un pelo, ma per un pelo così piccolo che non si arriverebbe nemmeno a vederlo”. A ricostruire il pelo della vittoria ci si sono messi gli storici, numerosi e pazienti e con tante informazioni più delle nostre. Ma così si è portati a ignorare la contingenza, ad ignorare che in talune situazioni tutto si può aspettarsi che succeda; raccontano gli avvenimenti ma non sono capaci di dimenticare che sanno come sono andati a finire. E’ certamente difficilissimo, per non dire contraddittorio, narrare una serie di fatti senza farsi condizionare da un finale noto; e senza che la narrazione sia costruita per rendere necessario questo finale. Poi ci sono sempre delle ipotesi ed è quasi impossibile, inumano si potrebbe dire, non farsene condizionare; cioè raccontare quello che è accaduto pensando a quello che, secondo la propria testa, avrebbe potuto accadere.

Più bravi a portare il lettore in mezzo agli avvenimenti sono scrittori e romanzieri, certamente meno informati. In quelle sette o otto ore la frequenza dei combattimenti ravvicinati, il fango e la polvere della terra e dei proiettili, il frastuono delle cariche di cavalleria (ce ne furono molte, anche da parte inglese), il lamento dei feriti, i cavalli senza più guida che giravano da tutte le parti, intorno ad una modestissima altura che è ancora lì da vedere, impedivano a chiunque di avere una visione chiara di che cosa stesse accadendo. . Gli stessi comandanti non ne capivano molto più dei loro soldati. Stendhal descrisse l’avventura di un volontario a Waterloo nella sua “Chartreuse de Parme”; e il povero giovane che cosa vide? Una gran confusione, pochi cavalleggeri ulani che gli passano davanti, tutti che cercano di fare qualcosa (anche nascondersi), tira un colpo anche lui e gli sembra di aver accoppato qualcuno; nessuno sa se dieci minuti dopo sarà ancora al mondo. Dopo un po’ ci sono quelli che se ne vanno e quelli che restano e sono i vinti e i vincitori. Con Victor Hugo sembra di essere al cinema; la sua descrizione è più ampia, ma tutto vi succede così rapidamente che non c’è tempo di fermarsi a considerare qualcosa. Tolstoi è allo stesso tempo cinematografico e frastornato, quando narra di Austerlitze e di Borodino.

C’è da far credito al vecchio Kutùzov quando, in dissenso con lo zar ed i suoi generali pianificatori, sosteneva che in questi avvenimenti la ragione non serve tanto. Tocca ai generali farsi soldati, percepire gli avvenimenti come loro li percepiscono. Chi ha un piano nella testa finisce con il trovarsi più impacciato di chi non l’ha. Si potrebbe azzardare che se Napoleone avesse detto Grouchy: “stai attento a non farti incastrare dai prussiani e ceca di andare dove ti sembra che sarai più utile” qualche possibilità di trovarselo lì dove serviva in quel fatale pomeriggio l’avrebbe avuta.

I soldati di Napoleone, abituati alla vittoria, devoti e fedeli fino al fanatismo, appiattiti sulla personalità del loro capo, convinti della sua superiorità su qualunque altro comandante e della loro stessa superiorità sul terreno, vedendosi nel giro di poche ore da vincitori certi trasformati in vinti ebbero la più naturale delle reazioni: siamo stati traditi. Salivano dal basso, questi mormorii di tradimento, e diventavano più consistenti man mano che toccavano i gradi più alti. Di certo gli errori, i ritardi, le incertezze da parte francese furono molti, come hanno ricostruito gli storici. Ma ce ne furono tante altre fra gli stessi inglesi, fra i loro alleati scozzesi, belgi, fiamminghi, e perfino nel campo prussiano. Si insiste di più sulle deficienze francesi perché bisogna in qualche modo spiegare come hanno perduto. Ma nel campo inglese interi reparti si nascosero tra i boschi e la cavalleria scozzese si fece massacrare stupidamente esponendosi all’artiglieria; poi c’erano i belgo-fiamminghi che marciavano un passo avanti e due indietro e i prussiani che avevano una gran voglia di tornarsene a casa. Ci furono anche gli eroi, è certo, e quelli che si sacrificarono. Ma ai morti non si può credere se sono morti per vocazione o perché è loro accaduto di morire.

Ragionando in senso più ampio possiamo dire che Napoleone era ormai un uomo dal destino segnato. Le sue capacità militari, la sua stessa “grande armée”, non interessavano più. La ragione storica, la ragione degli avvenimenti, se si possono usare questi concetti, era contro di lui. Egli aveva una sua pur possente ragione umana; “ragione degli avvenimenti è una metafora”, ad uso di storici e narratori; possiamo dire che la metafora ebbe la meglio? Sempre lo Hamilton-Williams nelle ultima pagine del suo libro insiste sul fatto che Waterloo, in se stessa, avrebbe potuto essere niente di più che una battaglia perduta in una guerra che si poteva ancora continuare. Così infatti la intendeva Napoleone quando, precipitosamente ritirandosi da quel campo di battaglia, chiese il comando di altri robusti eserciti per organizzare la difesa sul suolo patrio. Questo era stato, del resto, il suo piano iniziale, poi scartato in favore di quello offensivo. Ma non trovò consensi fra i politici né fra gli stessi militari del suo Paese.

Era tornato il momento della trattativa e della diplomazia. La diplomazia di Napoleone era stata particolarmente semplice: vinco io e dopo gli dico quello che deve fare. Ma il suo decisionismo non era stato decisamente risolutore, perché lui stesso si mostrava incapace di rispettare gli accordi conclusi, e dopo una battaglia, anche vinta, si doveva sempre farne un’altra. Si stava formando dovunque, in Europa, una borghesia che aveva filtrato le forme utopiche della rivoluzione così come le certezze degli assolutismi. Ci volevano pace, commerci, rapporti liberi e sicuri, un proletariato capace di lavorare e di produrre piuttosto che di combattere e fare lunghe marce. Napoleone, che prendeva tutti nei suoi eserciti, cominciava ad ingombrare. Lo seguivano ancora i semplici soldati, onesti proletari che militando nella Grande Armée speravano in un’ascesa sociale, in condizioni di vita più facili; rischiose, certamente, ma forse non più che un lavoro in miniera o nei campi, dove per giunta c’era la fame.

Sarebbero stati loro la base d’opinione di quel conturbante fenomeno che fu il bonapartismo, in Francia e in Europa. Una malattia dello spirito europeo. Quanto a lui, poveretto, se si affidava così tenacemente alla sua ragione umana era forse perché, lui per primo, aveva perso fiducia nella fortuna e nella storia.

La sua fama rimase immensa e oscurò quella dei vincitori. Tolstoi, che considerava Napoleone poco diverso da un condottiero del rinascimento italiano (ma non sapeva che quei condottieri le battaglie molto spesso se le inventavano) e che aveva per lui il sano disprezzo di un intellettuale con principi morali, si stupiva che se ne continuasse tanto a parlare. Fu certamente la vulgata francese degli avvenimenti che fece di Wellington “quel cretino che ha vinto Napoleone”. Ma dietro c’era ben altro. Piaceva all’emergente spirito romantico l’idea che la solare razionalità mediterranea del Bonaparte fosse stata sconfitta da virtù più semplici: la tenacia inglese, la pazienza russa, l’irruenza prussiana; anche il fanatismo ispanico veniva in qualche modo recuperato e perfino il papa, in armonia con la recuperata sacralità del medio evo. E ciò malgrado fosse ben chiaro che la solida capacità di resistenza del soldato inglese aveva trovato in Wellington chi l’aveva saputa impiegare. E la bella domanda di Kutùzov “che ne sapete voi di quello che pensa Napoleone?” a Waterloo si sarebbe potuta rovesciare: “che ne sapeva quel genio dei suoi avversari?”.

Fra i vinti si venne formando il mito dell’eroe che aveva in sé un destino di caduta, perché soltanto i mediocri galleggiano in ogni situazione. C’era in quel mito niente di meno che l’idea che l’incarnazione di un dio, Apollo: Napoleone = Néoapollon. Fra tanti fratelli battezzati Giuseppe, Luigi e simili lui soltanto “Napoleone”; era stato per indicargli il suo destino. E poi c’era quel “Buonaparte” , che faceva pensare a “colui che viene dalla parte buona”, cioè dalla parte del sole, che sorge ad oriente e illumina tutto il Mezzogiorno; e poi tramonta ad occidente, dietro l’oceano, come di fatto era accaduto. Ma il sole ritorna, basta aspettare.
Per i greci di Omero Apollo era stato un dio sterminatore di soldati, come è narrato nell’Iliade. E che cosa era stato Napoleone se non il più grande sterminatore di soldati? La brillante immaginazione dei poeti greci aveva visto i raggi del sole come frecce del dio Apollo irritato. E il nuovo Apollo entrò nella mitologia solare, del resto già ricca di re e imperatori. E ne venne arricchito il bonapartismo.

Il sole è indifferente alle sciagure umane. Si sa che Napoleone era del tutto indifferente alle idee rivoluzionarie che i suoi eserciti esportavano e anche imponevano; così come era indifferente alle situazioni che trovava nei vari Paesi. Considerava il vecchio re francese come uno che aveva perso il trono perché non aveva piazzato due cannoni davanti alla folla e di ogni popolo gli interessava soltanto quanti soldati poteva fornire e che fossero bravi e pronti a morire per lui. Diceva che Dio sta sempre dalla parte di chi ha più grossi battaglioni e si racconta che alla vista di tanti morti dopo una delle sue vittorie abbia avuto un sospiro di rammarico ma poi abbia esclamato: “una notte di Parigi rimedierà a tutto questo”.

Ma proprio questa sua indifferenza favoriva il credere in lui. Tutti coloro che soffrivano e speravano, o semplicemente sognavano, uomini o popoli che fossero (polacchi, ungheresi, italiani) non faticavano a pensare che un simile “genio dell’azione”, come fu chiamato, sarebbe arrivato a cambiare qualcosa anche per loro; tanto più che dall’altra parte si predicava il puro ritorno al prima. Quanto ai privilegiati, pensavano che agisse per loro, o anche contro di loro. Lui non si pronunciava; i suoi proclami alle truppe o ai popoli erano come i raggi del sole, che non si pronunciano; il sole non sa niente di ciò che i suoi raggi illuminano o riscaldano.
Il povero generale Buonaparte (per i francesi de Bonnepart), così rapidamente diventato Napoleone I imperatore, sapeva bene di non essere il sole; e per questo si affidava tanto alla sua ragione. Ma a Waterloo la sua fu una ragione stanca, come era stanco lui stesso e quasi tutti di lui.

Paolo Facchi

Nota
1. David Hamilton-Williams, Waterloo, new prospective, Arms and Armour Press, 1993, Wellington House, 125 Strand, London WC2R