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CONSEGUENZE NEFASTE DI POLITICHE ECONOMICHE BEN INTENZIONATE

marzo 2011 by:

Il caso del Giappone

Giusto al tempo della nascita dell’Italia unitaria che stiamo ricordando il Giappone, dopo quasi tre secoli di isolamento dal resto del mondo, temendo di perdere la propria indipendenza nel vedere che cosa era accaduto alla Cina che si era opposta alle prepotenze degli inglesi (guerre dell’oppio del 1839-42), decise di porre le basi industriali necessarie a dotarsi delle armi moderne che non possedeva. Così, dal 1868 si industrializzò per armarsi, si mascherò da paese europeo imitando spesso in modo ridicolo Inghilterra, Francia e Germania dalle quali prese esempio in molti campi: marina, esercito, industria manifatturiera moderna, siderurgia, cantieristica. Anche la costituzione fu di matrice bismarckiana mentre l’inno nazionale Kimi ga Yo veniva musicato dal tedesco Franz Eckert. Vinte tre guerre (sino-giapponese 1894-95, russo-giapponese 1904-05, prima guerra mondiale), a imitazione delle potenze europee e dell’America pose le basi della sua dominazione sui paesi vicini, più che colonizzati resi schiavi. Le vittorie e le conquiste lo spinsero a immaginarsi il dominatore dell’intera Asia attraverso la creazione della Sfera di Co-prosperità della Grande Asia Orientale (Dai Tôa Kyôeiken) che avrebbe avuto come capofila e paese egemone il Giappone. Queste ambizioni smisurate lo porteranno alla disastrosa sconfitta del 1945.

Tuttavia, questo paese prostrato, il cui popolo è stato ancora una volta ingannato dai suoi governanti, saprà cogliere l’occasione per mostrare la sua capacità di risorgere dalle ceneri. Con tenacia e volontà i giapponesi si dedicheranno alla ricostruzione post-bellica che vedrà alleati banche, imprenditori privi di mezzi e parecchi ex-criminali di guerra. Uno degli strumenti importanti usati saranno i prestiti bancari concessi alle imprese senza garanzie reali (overloaning prestare al di là di quanto lecito o consentito), basati sulla fiducia e sulla convinzione di successo da parte degli imprenditori condivisa dalle banche.

A questi overloans – che furono nella stragrande maggioranza dei casi onorati – si unirà la pratica dei Circoli per il Controllo della Qualità (Q. C. Circles) che organizzano e riuniscono i lavoratori al fine di studiare i metodi più idonei per introdurre nell’impresa tutti quegli elementi tesi a migliorare le condizioni del lavoro e della produzione; e ancora una volta sarà la determinazione e la tenacia del popolo giapponese ad avere la meglio. La nascita di nuove imprese, soprattutto piccole e medie (il Giappone è, con l’Italia, il paese del mondo con il più alto numero di imprese piccole e medie), ma anche grandi come la Sony, assorbe gradualmente la forza lavoro in gran parte disoccupata. L’aumento della produttività del lavoro (a differenza che in Italia) si traduce in sostanziosi aumenti salariali che fanno crescere quella domanda interna che la guerra e la povertà post-bellica avevano grandemente ridotto. Così, un paese dalla bilancia commerciale cronicamente passiva e i cui prodotti erano noti per il loro basso prezzo e la qualità scadente, ma dove il costo del danaro è sempre stato basso, ribalta i termini del problema in vent’anni di duro lavoro da parte di tutti: la bilancia commerciale diventerà attiva dalla metà degli anni Sessanta e i prodotti giapponesi diventeranno pian piano noti soprattutto per la loro qualità, anche se questa opinione diffusa non sarà sempre fondata sui fatti e suffragata dalla diretta esperienza.

Le azioni delle imprese giapponesi quotate in borsa vengono sottoscritte e acquistate soprattutto dai risparmiatori giapponesi, non da investitori esteri. I dividendi che le imprese giapponesi destinano agli azionisti sono modestissimi e questo elemento le rende poco attraenti per gli investitori americani che contano sui dividendi delle azioni come parte del loro reddito spendibile, a differenza dei risparmiatori giapponesi che contano soltanto sulla rivalutazione in conto capitale del loro “giardinetto” di azioni di imprese nazionali.

Queste aspettative si rivelano per un lungo lasso di tempo perfettamente fondate: le quotazioni crescenti delle azioni, dovute in parte alla forte inflazione che caratterizza l’economia giapponese (il tasso medio annuo di crescita dei prezzi al consumo dell’Italia e del Giappone sarà eguale per trent’anni tra il 1945 e il 1974), ne mantengono alta e crescente la domanda. Un fenomeno analogo caratterizza il mercato immobiliare: i terreni (e anche le case) vedono crescere costantemente i loro prezzi di mercato. Ma la continuazione di questa tendenza negli anni Settanta e Ottanta comincia a preoccupare il governo, e cioè l’apparato rappresentato dai pubblici funzionari (non dai membri del gabinetto in carica) che hanno una tradizione di modus operandi diretto al bene del “paese-famiglia” (kokka) da parte della pubblica amministrazione giapponese, e che troviamo quasi sempre nelle misure e nelle politiche adottate dal governo. (*)

Alla fine degli anni Ottanta la mano pubblica decide di frenare l’ascesa dei prezzi di case e terreni e dei valori mobiliari, riflettendo sui seguenti fatti:
a) quando buona parte del reddito delle famiglie è assorbito dal costo dell’affitto o del mutuo per l’acquisto dell’abitazione, l’economia rischia di ristagnare per la caduta della domanda di altri beni e servizi;

b) quando i corsi delle azioni divengono troppo elevati producono un effetto di spiazzamento (crowding out) che danneggia le società di nuova formazione che non riescono ad approvvigionarsi facilmente dei capitali di cui hanno bisogno per nascere, vivere e prosperare.

Poiché questi fatti si stavano verificando in Giappone già da alcuni anni, occorreva escogitare politiche tali da mitigarne o annullarne le implicazioni negative, o addirittura nefaste, per l’economia. Così, per ovviare a questa situazione che stava diventando sempre più pericolosa per il Paese e preoccupante perché fonte di sperequazione sociale, i funzionari governativi decisero di attuare misure e politiche appropriate per raggiungere questi obiettivi, e cioè di far “sgonfiare” queste due bolle speculative. Le misure restrittive del credito e di natura fiscale adottate nel maggio e nel dicembre del 1989 fecero sì che questi obiettivi venissero raggiunti. I corsi delle azioni giapponesi quotate alla borsa di Tôkyô cessarono di crescere invertendo la tendenza dal gennaio 1990. Lo stesso accadde nel mercato immobiliare, anche se l’industria edilizia non si fermava e continuava a costruire sempre oltre un milione di abitazioni l’anno (tra 1.707.000 del 1990 e 1.094.000 del 2008). Un vero declino si è verificato soltanto nel 2009 (788.000 abitazioni) ed è continuato nel 2010 quando la quota mensile delle abitazioni costruite ha oscillato tra le 57.000 di febbraio e le 73.000 di novembre.

L’indice della Borsa di Tôkyô “Nikkei 225” aveva raggiunto il livello più alto in assoluto di 38.957,44 punti il 29 dicembre 1989 e poi aveva cominciato a scendere costantemente attestandosi negli anni Duemila su livelli che non hanno mai superato i 18.300 punti, mentre nel 2010 il valore ha oscillato tra 10662 di gennaio e i 9268 punti di agosto; in ottobre il valore di 9455 punti è stato pari a un quarto del valore storico massimo. Nel mercato immobiliare i prezzi si sono sensibilmente ridotti dal 1992 e poi si sono sostanzialmente dimezzati rimanendo su questi bassi livelli. Un appartamento per il quale nel 1992 si chiedevano 110 milioni di yen poteva essere comprato per 75 e rivenduto anni dopo a 55 milioni, il nuovo prezzo di mercato, rimasto poi fermo fino ai nostri giorni.

Questi fenomeni sono stati percepiti negativamente: le famiglie hanno ritenuto di aver subito una perdita nella consistenza del loro patrimonio poiché il valore di mercato delle loro proprietà (case, terreni e azioni) si era ridotto. Hanno quindi preso a risparmiare di più per ricostituire il patrimonio depauperatosi in termini monetari e a prezzi correnti (ma non in termini reali: una casa fornisce lo stesso servizio, un’azione rappresentava sempre lo stesso frammento della proprietà dell’impresa quotata in borsa), con la conseguenza di ridurre le proprie abitudini di consumo e di trascinare l’economia giapponese nella “trappola della liquidità” foriera della recessione dalla quale il Giappone non si è ancora risollevato.

Ciò non sarebbe forse accaduto se i pubblici funzionari artefici di queste politiche fossero stati in grado di farsi ascoltare per spiegare in modo adeguato al popolo giapponese quanto positivo fosse per il Giappone la caduta dei prezzi nel mercato mobiliare e immobiliare. Mantenendo inalterate le abitudini di consumo e di risparmio (e non vi era alcun motivo che impedisse di farlo) la situazione generale sarebbe migliorata perché la capacità di spesa dei cittadini per altri beni e servizi sarebbe aumentata grazie alla diminuzione di questi prezzi. Il fatto che i valori di mercato correnti delle azioni e degli immobili fossero scesi avrebbe danneggiato soltanto gli speculatori, una esigua minoranza, e i risparmiatori più ricchi che non ne avrebbero troppo sofferto. Questi ultimi, avendo investito parte dei loro redditi in azioni dalle quali non si attendevano dividendi, avevano implicitamente mostrato di non avere bisogno di questi dividendi per mantenere il loro tenore di vita.
Inoltre, le famiglie proprietarie di azioni e di immobili avrebbero continuato a possedere gli stessi “pezzi” delle imprese delle cui azioni erano proprietarie, mentre il servizio fornito dall’abitazione non si sarebbe ridotto a causa del suo più basso prezzo di mercato. Chi avesse desiderato vendere la propria casa per comprarne un’altra più grande sarebbe stato avvantaggiato dai prezzi dimezzati degli immobili, e non svantaggiato come poteva sembrare a un osservatore superficiale. (**)

Il fatto che i funzionari pubblici non siano riusciti a spiegare in modo adeguato che i risultati sperati e raggiunti avrebbero avvantaggiato tutti e rafforzato il sistema economico giapponese, indicando nello stesso tempo come ciascuno avrebbe dovuto conseguentemente comportarsi in linea con l’adozione di queste politiche, può forse essere visto come un segnale preoccupante e negativo della minore capacità delle nuove leve di pubblici amministratori di fronteggiare con la necessaria determinazione gli eventi.

Così è stata innescata la crisi economica, che si è tradotta in un tasso di disoccupazione della forza lavoro che – oscillante tra l’1,1% del 1970 e il 2,1% del 1990 – è salito dal 2,2% (1992) al 5,1% (2010), indicatori non trascurabili di malessere sociale tuttavia ben lontani da quelli registrati in quasi tutti gli altri sistemi economici ricchi. Il cammino fin qui fatto dall’economia giapponese – divenuta negli anni Ottanta e Novanta, anche grazie alla costante tendenza alla rivalutazione dello yen, la seconda economia mondiale – è stato prodigioso. I passi giganteschi fatti sono innegabili e ben illustrati dal paragone con un’altra economia estremamente dinamica, quella italiana. Basti pensare che nel 1953 il reddito pro-capite giapponese espresso in dollari era pari alla metà di quello italiano (essendo la popolazione giapponese doppia di quella italiana i due prodotti nazionali si eguagliavano), ma già nel 1969 il Giappone aveva, come oggi, un prodotto nazionale lordo (oggi si preferisce il PIL) più che doppio di quello italiano: 171 miliardi di dollari rispetto agli 83 miliardi di dollari dell’Italia. Così in un breve lasso di tempo le posizioni relative si erano ribaltate grazie al maggiore dinamismo dell’economia giapponese.

Questi stessi zelanti e attivi amministratori pubblici che hanno fatto crescere l’economia giapponese ne hanno generato la crisi, non essendo stati in grado di spiegare al popolo giapponese che essa non è priva di aspetti positivi. I giapponesi non si rendono conto come questo “rallentamento” della loro economia possa essere visto in fondo come una benedizione, dato che riduce l’inquinamento e gli sprechi, e rende meno frenetica la rat-race e le nevrosi che vi sono associate.
Analogamente, nella loro smania di efficienza, e vittime del desiderio di primeggiare sempre e ad ogni costo, questi stessi pubblici amministratori hanno suggerito al Paese l’opzione energetica nucleare della quale forse non si pentiranno mai abbastanza.

Il Giappone non è il paese modello che viene presentato dai mezzi di disinformazione di massa ovunque nel mondo. I giapponesi sono bravissimi e zelanti nelle esercitazioni, ma quando l’evento per il quale si esercitano accade davvero, terremoto o incendio che sia, nessuno sa più che cosa fare, dato che l’evento reale si presenta sempre – è la perfidia del destino – con delle anomalie non previste.

Il terremoto con epicentro sotto l’isola di Awajima (“Isola dei Disastri”) del 17 gennaio 1995 nell’area di Osaka-Kobe (HanShin jishin) ha causato 6.434 morti, buona parte dei quali arrostiti dal gas la cui erogazione non era stata tempestivamente interrotta per l’inadeguatezza delle azioni umane seguite al sisma.
Le sue costruzioni antisismiche lasciano molto a desiderare se le case unifamiliari di legno, vetro e plastica con il tetto di travi ricoperte di tegole di maiolica hanno schiacciato sotto il loro peso chi ci abitava. I palazzi di 10-15 piani costruiti con criteri anti-sismici sono collassati schiacciando chi abitava ai piani intermedi e inferiori, rivelando così che i criteri antisismici erano stati applicati in modo solamente virtuale. Le strade sopraelevate si sono inclinate, ostacolando i soccorsi, perché i piloni su cui poggiavano avevano armature in ferro inadeguate oppure perché alcune strutture non erano di ferro ma di legno. Più che i veri criteri antisismici in quelle costruzioni avevano prevalso la speculazione e la disonestà. I dettagli in materia non hanno circolato molto e i nostri disattenti maestri della cosiddetta “informazione” hanno continuato a lodare un paese dove un terremoto importante ma non catastrofico può fare oltre sei mila morti.

Il maremoto, come si diceva una volta (ora si preferisce la terminologia più esotica: onda di porto o tsunami, tidal wave), che in pochi minuti l’11 marzo ha spazzato la costa giapponese del Pacifico per molti chilometri e penetrando all’interno quanto l’altitudine dei rilievi costieri consentiva, avrebbe fatto meno danni se gli insediamenti urbani non fossero stati così vicini alla costa, edifici spesso costruiti su terra strappata al mare, ma fossero stati più rispettosi della tradizione costruttiva dei giapponesi del passato che voleva le abitazioni il più in alto possibile e non al livello del mare. Mentre piangiamo le migliaia di morti inghiottiti dal mare, dobbiamo essere consapevoli che il vero danno di questo terremoto non viene dalla natura, ma dalla incauta azione umana che ha portato a localizzare impianti elettronucleari potenzialmente fragili in prossimità del mare.

Nessun Paese al mondo dovrebbe poter decidere autonomamente di produrre energia elettrica con l’uranio facendo uso della tecnologia basata sulla FISSIONE nucleare, la sola attualmente disponibile. Infatti, questo metodo produce le indesiderate scorie radioattive di cui ciascun Paese non sa come liberarsi in modo sicuro e la cui esistenza può mettere seriamente in pericolo la vita sull’intero pianeta Terra.

Ove si tenga conto che le riserve mondiali di uranio sono limitate (come del resto quelle di qualsiasi altro minerale e con l’aggravante che l’uranio, a differenza di quasi tutti gli altri metalli, non può essere recuperato neppure parzialmente), il suo uso dovrebbe perciò essere proibito e rinviato a quando si potrà disporre della tecnologia basata sulla FUSIONE nucleare, allo studio da anni e non lontana dal conseguire risultati pratici positivi. Una tecnica questa che non produrrà scorie radioattive e che permetterà di produrre energia elettrica senza quegli effetti collaterali indesiderati che dovrebbero portare gli scienziati a convincere i popoli e a spingere i governi ad abbandonare il nucleare, come del resto ha fatto la Germania la quale, dopo aver avviato un vasto programma di costruzioni di centrali nucleari, accortasi dell’errore commesso, non ne ha più costruite. Fatto questo che si preferisce tacere, e che non viene divulgato dai mezzi di disinformazione di massa, che citano invece continuamente paesi moderni, ricchi e progrediti come gli Stati Uniti, la Francia e la Svizzera fautori convinti della produzione di energia elettrica mediante il nucleare “sporco” ora in uso.

Fino a ieri in questo elenco di Paesi eletti da imitare vi era anche il Giappone, un paese densamente popolato e fortemente sismico dove mai si sarebbe dovuta costruire una centrale elettrica a combustibile nucleare …

Gianni Fodella

(*) Nelle prassi giapponesi consolidate sono i rispettati e rispettabili pubblici funzionari a prendere le decisioni di politica economica, mentre i ministri si limitano ad apporre la loro firma. In questo modo le politiche economica, fiscale, industriale, energetica, ecc. del Giappone sono caratterizzate da una continuità e coerenza sconosciute altrove, specie in Italia dove ad ogni cambio di governo (e la frequenza dei cambiamenti di governo è sostanzialmente identica a quella del Giappone) il ministro in carica vuole far sentire il proprio peso e il segno della sua volontà, con la conseguenza che è praticamente impossibile dar vita a politiche pluriennali coerenti per conseguire obiettivi utili al Paese. Naturalmente il metodo italiano è migliore se le politiche suggerite sono dannose per il Paese.
(**) Basterà un semplice esempio. Prima della caduta dei prezzi degli immobili, chi avesse desiderato vendere una casa del valore di 1 oku (cento milioni) di yen per comprarne una del valore di 2 oku yen, avrebbe dovuto risparmiare cento milioni di yen. Dopo la crisi che aveva portato i prezzi a dimezzarsi, il risparmio necessario sarebbe stato di soli 50 milioni di yen. Ma tutto ciò non è stato considerato dai giapponesi con la dovuta ponderazione. Se avessero riflettuto, e se il governo li avesse invitati a riflettere in modo corretto, avrebbero capito che il ridotto prezzo delle abitazioni avrebbe permesso loro di comprare case più grandi alle quali destinare risparmi minori rispetto alla situazione precedente.