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UNA MITTELEUROPA DA ALLEGGERIRE DI KAFKA

marzo 2011 by:
mitteleuropa

Lo scrittore che si definiva “ho assunto il negativo del mio tempo” lo si è preso un po’ troppo per la coscienza della civiltà austro-ungarica, e persino della società che oggi vige -tutto sommato con soddisfazione- nelle contrade kafkiane. Nemmeno negli anni fatali che volgevano alla Grande Guerra l’uomo della strada, il medio suddito di Franz Josef imperatore, si curava delle angosce e dei labirinti del kafkismo. Mitteleuropa è stata intristita almeno per un secolo dalla specializzazione, imposta dalle terze pagine e dai convegni letterari, sullo spleen e sullo stralunamento. Il presente e il futuro pongono sfide di segno opposto.
Continuare a venerare Kafka come nume poetico e proto-eroe di Mitteleuropa è un disservizio alla koiné che fa capo a Praga, Cracovia, Vienna, Bratislava, Budapest, Lubiana, Zagabria. Si continua a scrivere di Kafka che è “la voce del disagio, dell’angoscia di fronte all’essere venuto al mondo” (formula di un rinomato collaboratore del Corriere della Sera). E se uno provava a metterla su un profilo leopardiano che è di tutto il mondo, su una confessione individuale di solitudine, oppure sulla testimonianza di un fatto collettivo sì ma di minoranza, ecco i sacerdoti del culto kafkiano ingiungere senza scampo: Kafka incarna lo spirito dell’area che morì nel 1918.

Così si ribadiscono i chiodi sulla bara di Mitteleuropa prèfica d’Europa, costretta ad infinitum a rapportarsi a una stagione letteraria concentrata sui turbamenti dell’impero ‘che presentiva la fine’. Le suggestioni sono patetiche, sofisticate, eleganti. Però il senso dell’esistere nella Duplice Monarchia non aveva l’obbligo di coincidere col compianto, l’estenuazione, la concertazione dei lamenti.

Si è usato dire che la Praga di Kafka era il volto di Mitteleuropa. Il volto lirico, forse. Ma anche Vienna, Budapest, Brno e Cracovia erano Mitteleuropa. Non si commiseravano allora e meno che mai lo fanno oggi. Budapest più che Vienna espresse nelle sue soverchianti architetture borghesi il vanto di una ricchezza giovane. A cavallo dell’Ottocento la capitale magiara proruppe in metropoli ricca e animalescamente vitale. Le granaglie, i legnami, le ferrovie, gli opifici di un impero operoso si asserivano nei grandi ponti e scali danubiani come e meglio che nei più illustri caffé letterari. Le realtà vive non si identificano mai in uno o più autori in negativo.

Oggi Mitteleuropa è un ambito che ha quasi tutti i motivi per guardare all’avvenire con fiducia. Liberata da un’oppressione moscovita che non aveva alcun legame col passato dei paesi asburgici, ha retaggi culturali di prim’ordine, un decollo tecnologico-economico già in atto e risorse di affinità che vanno dall’Adriatico al Baltico. Coartata per quasi mezzo secolo da gestori protervi epperò destinati al fallimento, Mitteleuropa deve solo temere di non riuscire più a salvare qualche valore sia pur modesto dell’infelice esperimento di socialismo reale. La pura e semplice importazione di modelli occidentali tutt’altro che ricchi di futuro sarebbe un confermare la vecchia vocazione subordinata dei possedimenti orientali dell’Impero. Mitteleuropa è di fronte alla sfida di cavare un po’ di sangue dalla rapa marxista, malaugurata ma non condannabile all’inutile assoluto.

La Mitteleuropa di Kafka cominciava e finiva a Praga. E Praga ha certo vissuto nel secolo scorso un susseguirsi di lacerazioni, di conseguimenti implausibili, di sdoppiamenti e cadute. Era stato un polo imperiale ma nel 1919, a Versailles, un presidente statunitense vicino all’ictus e Clemenceau, il cavaliere della vendetta francese, la vollero capitale di una repubblica appena inventata, cui assegnarono anche una Slovacchia recalcitrante. Passarono meno di venti anni e la Slovacchia aveva già fatto secessione; mezzo secolo dopo la confermò definitivamente. La Cecoslovacchia era stata un’alzata d’ingegno, senza costrutto, essa sì un risultato kafkiano. Come la sciagurata Jugoslavia, però senza stermini.

Anche Vaclav Havel sembrava immaginato da Kafka. Giocò a mettere i poeti nella plancia comando. Qualche scenografo fu fatto ministro, ma le tracce che lasciò piacquero soprattutto ai letterati, finché presto il gioco tornò agli impresari e ai commercialisti del capitalismo.

Insistiamo. Costringere Mitteleuropa nella vocazione obbligata allo spleen è una svista durata anche troppo. E’ vero, il lamento sulla fine di Austria Felix era già cominciato a Mayerling sui cadaveri di Rodolfo, erede al Trono, e di Maria Vetsera. Anzi parecchio prima, visto che l’Ausgleich del 1867, il Compromesso tra Vienna e Budapest che aveva creato la Duplice Monarchia, era piaciuto ai magiari, meno ai tedeschi, quasi nulla agli altri dell’impero.

Tuttavia, se Vienna viveva nell’attesa della fine, le altre anime di Mitteleuropa no. Al contrario. Forse che Zagabria, nel suo piccolo, viveva una temperie di presentimenti dolorosi? No. Persino gli orrendi massacri della Grande Guerra dettero soddisfazioni e soldi a non pochi: si vedano i politicanti e gli affaristi che furono baciati dalle precarie fortune degli Stati diventati ‘grandi’ per il diktat Wilson/ Clemenceau.

Insomma i popoli non si identificano se non in modesta misura con le loro anime belle. Né l’Italia, né Recanati, e nemmeno la ristretta contrada di quest’ultima dominata dal palazzo del conte Monaldo, vanno pensate negli struggenti termini leopardiani. In altre parole, smettiamo di sdilinquire. Tutte le gramaglie che servivano sono state indossate. La koiné danubiana ere anche, anzi soprattutto, il grande business viennese e magiaro, le fabbriche boeme e morave, le volgarità, le polke sanguigne, gli ussari, le canzonettiste. Ciascuno dei regni di Franz Joseph era materiato di realtà lontanissime dalle mestizie dei poeti. Il gioco mitteleuropeo non era condotto dai drammaturghi né dai popolani degli angiporti fluviali. Non mancò mai il vitalismo, anche belluino e spietato. Sono vicini nel tempo i trionfi di Caino in Bosnia-Erzegovina.

Una volta gli organizzatori di Mittelfest a Cividale del Friuli, raffinata rievocazione dell’Europa Media, lo ammisero: ‘Kafka è una delle personalità più importanti della vecchia Europa’. Messe così, come promozione del turismo culturale e come evasione dal presente, le novene kafkiane hanno il loro perchè. Con giudizio, tuttavia.

JJJ