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STIPENDI D’ORO

marzo 2011 by:

QUIZ SUPERRICCHI

Tassarli di più, di meno o per nulla?

Ai polveroni che per un po’ infuriano e poi svaniscono senza lasciare traccia siamo da tempo assuefatti. In alcuni casi però i problemi sollevati rimangono sul tappeto anche se temporaneamente trascurati, in attesa di tornare alla ribalta. Non è una garanzia che le soluzioni prima o poi si trovino, ma basta per sperare che ciò avvenga o che comunque qualcosa si muova. Rientrano nella categoria le cifre e le polemiche fioccate in autunno su stipendi e pensioni d’oro (benchè forse bisognerà inventare un nuovo metallo ancor più prezioso) e quelli di latta (per non dire di peggio). Quando, per dire, si apprese che Marchionne guadagna 400 se non addirittura seimila volte più degli operai della Fiat, o che Profumo beneficiava di una liquidazione mille volte maggiore di quella dell’ex dipendente che denunciava il caso, tra il comprensibile scandalo di molti e l’apparente indifferenza di almeno altrettanti. Gli italiani non sembrano particolarmente rosi dall’invidia o dal rancore nei confronti dei ricchi e neppure dei superricchi. Dopotutto, i poveri odierni non sono proprio alla fame, almeno dalle nostre parti, anche se l’impoverimento viene dato in crescita numerica, percentuale e di livello un po’ dovunque.

La questione, cui l’”Economist” ha dedicato nello scorso gennaio uno Special report a raggio planetario, da noi era stata agitata in precedenza per i compensi, non meno astronomici di quelli dei top managers, percepiti da attori, cantanti, presentatori e gente di spettacolo in generale, anche per esibizioni di poche ore. A questa categoria, o meglio a chi la foraggia così munificamente, si tende in realtà a perdonare con maggiore facilità, forse perché ritenuta più dispensatrice di diletto rispetto ad altre, benché l’onere sia spesso del contribuente come nel caso dell’intrattenimento dispensato dalla RAI. L’indulgenza minima, ancorché finora platonica, tocca invece, anche qui del tutto comprensibilmente, a quei top managers o grands commis (statali, parastatali o privati) che escono di scena col conforto di liquidazioni sontuose pur non avendo fatto altro che condurre tranquillamente le loro società verso la bancarotta, vedi caso Alitalia. Nel mezzo si trovano quanti beneficiano dell’opinione, largamente diffusa, secondo cui merita la ricchezza personale chi la produce a vantaggio altrui.

A favore di tutti indistintamente, o quasi, pesa comunque, soprattutto in sede politica e fra gli economisti, l’inchino più o meno rassegnato alle leggi di mercato: certi eccessi saranno anche sgradevoli, magari deplorevoli, ma rientrano nella logica di un meccanismo e di un sistema che sono rimasti senza alternative e che, sia pure con qualche ricorrente inciampo e perdita di colpi, sembrano funzionare egregiamente, come dimostra la folgorante crescita di paesi, grandi o addirittura enormi, fino a ieri arretrati e indigenti. D’altra parte, le alternative sinora sperimentate, oltre a fare fiasco, erano tali solo ufficialmente per quanto qui ci interessa. Nell’URSS l’abisso tra Brezhnev e un colcosiano assomigliava a quello tra Marchionne e un metalmeccanico di Pomigliano, e più in generale la sperequazione tra nomenklatura e classe operaia avrebbe fatto rabbrividire Carlo Marx.

Il quale Marx, tuttavia, potrebbe assaporare qualche rivincita postuma. Le retribuzioni stratosferiche, infatti, costituiscono solo la punta dell’iceberg rappresentato da un fenomeno che secondo il pensatore di Treviri avrebbe preluso al crollo del capitalismo e al conseguente avvento del comunismo: la crescente concentrazione della ricchezza in mano di pochi, la tendenziale proletarizzazione del ceto medio, l’aumento del numero e della povertà dei meno abbienti. Il tutto con particolare riguardo al mondo occidentale e in corso già da molti anni, ben prima della recente crisi planetaria.

Negli Stati Uniti, dove si parla di morìa del ceto medio, tra il 1979 e il 2007 i redditi reali più bassi (20% del totale) sono aumentati del 16% e i più alti (sempre 20%) del 95%, mentre quelli massimi (1% del totale) sono cresciuti del 281%. In Germania il 30% più abbiente della popolazione possedeva nel 1988 l’81% dei patrimoni e nel 2007 il 91%. Nel 2008 Svizzera e Stati Uniti contavano rispettivamente il 35% e il 32% dei patrimoni posseduti dall’1% della popolazione; Gran Bretagna e Francia superavano il 20%, Italia e Spagna il 15%. Da noi più che altrove, come si sa, la ricchezza è spesso occultata, quanto meno al fisco.

Com’è noto, non si tratta solo di un problema socio-morale ma anche di un inconveniente economico oggettivo: più sono i poveri e più sono poveri, più soffre il giro d’affari che sostiene la crescita, i conti dello Stato, ecc. E’ da presumere perciò che economisti e politici dovranno, prima o poi, correre ai ripari, agendo quanto meno sul versante basso del problema e sia pure evitando accuratamente di parlare di redistribuzione, termine divenuto quasi una parolaccia. E su quello alto?
Un caso sinora isolato è quello dell’Ungheria, dove adesso si tenta di imporre d’autorità una drastica limitazione delle retribuzioni più elevate sfidando la sacralità del mercato e dimenticando, sembra, la sorte regolarmente miserevole dei calmieri, dal prototipo dell’imperatore Diocleziano in poi. Meglio dunque guardare altrove, ad esempio agli Stati Uniti, la cui credibilità ha subito duri colpi nella recente crisi, probabilmente ancora lontana dall’archiviazione, ma che hanno pur sempre qualcosa di utile da insegnare agli altri.

Le ultime notizie sulla colletta lanciata nella scorsa estate da Bill Gates e Warren Buffett parlano di grande successo. Una sessantina di ultraricchi hanno risposto finora all’appello devolvendo a fini di beneficenza e promozione socio-culturale metà del loro patrimonio per un totale di un miliardo di dollari, pari al triplo di quanto i privati stanziano annualmente al riguardo nel paese; il superfinanziere Buffett ha personalmente donato addirittura il 99% del proprio. E’ un exploit che si innesta su una peculiare e ben radicata tradizione nazionale, rafforzata certo ma non generata dalle apposite esenzioni fiscali; le grandi fondazioni Carnegie e Rockefeller sono nate prima che venisse introdotta l’imposta sul reddito.

Il modello americano stenta a trovare imitazioni per un insieme di motivi, a cominciare dal superiore grado di prosperità del paese su cui ha finora poggiato. In Germania il numero delle fondazioni si è triplicato dal 1990 ma ciò nonostante il totale delle donazioni è rimasto proporzionalmente inferiore al corrispettivo francese. Lo Stato tedesco deve perciò erogare in media annuale per ogni studente universitario una cifra pari a solo un decimo di quanto le università degli Stati Uniti, comprese quelle statali, sono in grado di sborsare grazie ai contributi privati.

Tenendo comunque presenti le recenti vicissitudini della riforma universitaria e delle attività culturali in generale in Italia, ci si renderà tanto più facilmente conto dei vantaggi che potrebbero trarre lo Stato e il paese nel suo complesso dall’importazione adeguatamente incentivata del modello USA. Se, cioè, vecchi e nuovi ricchi venissero ad esempio incoraggiati a finanziare cattedre e programmi di insegnamento, specie nei settori più importanti per la ricerca e l’innovazione, anziché spendere per superbarche o squadre di calcio e, naturalmente, evadere o eludere il fisco. Vi si frappongono senza dubbio ostacoli di natura culturale oltre che tecnico-economica, ma non per nulla viene giustamente confutato chi sostiene che la cultura non dà da mangiare. C’è da augurarsi ad ogni buon conto, in attesa di iniziative di più ampia portata, che servano da esempio comportamenti individuali come quelli di Diego Della Valle, che finanza il restauro del Colosseo, o di Roberto Benigni che devolve alla costruzione di un ospedale lo smisurato onorario percepito per la sua scoppiettante arringa televisiva in favore della celebrazione del 150° dell’unità d’Italia.

Uno scrittore tedesco propone insistentemente da un paio d’anni, incurante delle contumelie, che i cittadini più abbienti vengano esonerati dal pagare le tasse restando liberi di destinare il loro denaro dove preferiscono. Può darsi che non si tratti di una boutade, come il curioso personaggio cerca di dimostrare, ma il suo estremismo serve soprattutto a chiamare in causa una prospettiva opposta. Esiste in Europa un altro modello da prendere in considerazione, per nulla inedito, anzi ben noto e applicato con successo per vari decenni sia pure su scala alquanto ridotta. E’ quello scandinavo, che consiste nel concedere piena libertà all’iniziativa privata e all’economia di mercato compensata però da un prelievo fiscale relativamente pesante finalizzato al mantenimento di un imponente sistema di previdenza e sicurezza sociale.

Questo modello aveva cominciato ad incontrare serie difficoltà prima ancora che arrivasse la piena della globalizzazione e pareva condannato al tramonto, ma ha finito col resistere brillantemente anche alla tempesta che infuria dal 2008. Sempre vilipeso o trattato con sufficienza dalla poi defunta sinistra comunista, non ha mai sollevato particolare entusiasmo neppure da parte socialista o socialdemocratica, e oggi sembra pressocchè ignorato come possibile scelta sistemica. Eppure, forze e partiti che continuano a dichiararsi progressisti o riformisti in qualche modo di sinistra non risultano nuotare nell’abbondanza in fatto di idee, proposte e concrete esperienze positive che promettano di risollevare le loro sorti. E, d’altro canto, la causa della riduzione delle disparità sociali attraverso un minimo di (pardon) redistribuzione, pur senza ricadere nell’utopia dell’egualitarismo, non è di quelle che possano essere dismesse impunemente, ovvero senza perdere identità e ragion d’essere.

Licio Serafini