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L’ETICA DEL CAPOBIFOLCO TONINI CESARE

aprile 2011 by:

Un editoriale di ‘Avvenire’, firmato dal direttore Marco Tarquinio, è molto diverso (=migliore) dei consimili scritti che hanno celebrato il 17 marzo (ricorrenza che era giusto festeggiasse gli aneliti del solo Risorgimento, non una fase sesquisecolare comprendente troppe nequizie e volgarità). Ha  sostenuto Tarquinio: “La memoria ha bisogno di segni. Visto che nessuna memorabile opera è stata progettata per  ricordare questo anniversario, ci permettiamo di proporre un’alternativa. Si faccia del 2011 l’anno della grande riforma del fisco italiano, e finalmente lo si orienti -come promesso- al rispetto e al sostegno delle famiglie, rimuovendo un’incredibile e a tutt’oggi strutturale ostilità verso chi si sposa e mette al mondo figli”.

Questa proposta modesta sembra riverberare il messaggio che un grande vecchio, Ersilio Tonini cardinale novantasettenne, rivolge al paese, lo stesso giorno in un’altra pagina di ‘Avvenire’, attraverso un intenso colloquio con Marina Corradi. Un messaggio che insegna “la nobiltà e la sapienza della gente semplice, del popolo, delle famiglie. Io provengo da quel mondo, l’ho conosciuto”.

Cesare Tonini, padre del cardinale, era “capobifolco della più grande cascina di Centovera, frazione di San Giorgio Piacentino”.  Aveva fatto solo la terza elementare, ma al figlio futuro porporato diceva “verrà il giorno che anche i figli dei contadini studieranno”. Voleva essere lui, i pomeriggi di domenica, a insegnare al figlio a leggere e a scrivere.

Nel Tonini prelato si leva l’orgoglio della condizione popolare: “Se oggi in Italia abbiamo un’opinione pubblica libera non lo dobbiamo ai dotti e agli studiosi ma a una sapienza della gente semplice, del popolo, delle famiglie”. Ha scritto la Corradi: “Il 17 marzo per il cardinale è festa di ‘quella’ Italia umile, concreta, benevola, in cui è cresciuto. L’Italia di una limpida saggezza popolare; le veniva da una tradizione cristiana che aveva come colonna la famiglia e gli affetti, custoditi e venerati”.

Il cardinale è fiero che in quarta elementare, per andare a scuola, faceva ogni mattina a piedi 5 chilometri; e in quinta di più, 8 chilometri a piedi. Riscoprire De Amicis e Don Bosco, quanto ci aiuterebbe a liberarci degli Avv.Prof., delle mignotte, degli antagonisti e dei loro soci de facto,  i percettori d’alti redditi!

Nell’articolo di Marina Corradi campeggia anche un patriottismo diciamo così ‘generalista’ e da 17 marzo del cardinale; a me appare meno significativo. Invece da Lui ci viene, alla lontana e in ultima analisi, una lezione dirompente: dagli intellettuali dei sofismi e delle chiacchiere;  peggio, dai politici intellettualizzanti che, qualunque il loro colore, tengono il sacco agli amministratori delegati, non verrà più alcuna verità. Dopo 150 anni hanno perso il diritto di rappresentare e di governare. L’attuale classe dirigente sono soprattutto loro, dunque essa va liquidata. Al suo posto va insediato un grande segmento della società civile, scelto a caso dal computer, meritocraticamente.

Il meglio sarà se prevarrà l’etica, il sentimento (anzi nella lingua di Centovera il ‘sent…ument‘) del capobifolco della grassa cascina vicina al Po. Un proletario con quella etica e intelligente, non è cento volte migliore come ministro governatore assessore etc., dei volponi che opprimono e derubano, uomini e donne dall’anima cariata? E non fu grande testimone il Giovanni Guareschi che idealizzò un parroco e un sindaco comunista, all’occorrenza caritatevoli  mungitori di vacche?

JJJ