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NOI LE SALMERIE DELL’IPERCAPITALISMO

aprile 2011 by:
capitalist(salmerie)

I responsabili veri del parossismo d’ingiustizia che è il mondo non sono i titani del denaro e i feldmarescialli della reazione. Siamo noi, la maggioranza sociologica. Colpevoli soprattutto le masse dei paesi ricchi, ma non solo quelle. I ceti medio-piccoli e quelli proletari delle società prospere sono talmente storditi dal benessere -il garage, le vacanze, i figli laureati- da non obiettare più nulla. Siamo le fanterie e le salmerie dell’ipercapitalismo. Ci turba solo l’ipotesi che la crescita possa fermarsi.

Il mondo d’oggi è canagliesco come un tempo. Da una parte i miserabili che annegano in mare nel tentativo di venire a vivere di briciole o di carità. Dall’altra una gentaglia d’alto bordo le cui retribuzioni o profitti sono pari al Pil di piccole nazioni. E i consumi delle società ricche, i consumi di noi tutti, sono quasi sempre superflui, a volte spregevoli. Accettiamo, pratichiamo questa ferocia nei confronti dei miseri perché poche generazioni fa vivevamo di stenti anche noi, ed ora no. Ci sentiamo miracolati dal capitalismo. Inebetiti dalla riconoscenza.

Questo accade anche perché lo sfidante del capitalismo è stato un nano, non solo impotente, anche stupido: il sinistrismo: Qua e là la proposta rivoluzionaria è sembrata trionfare, poi è stata schiacciata: schiacciata in prima linea dall’ostilità dei popoli. Essi rifiutavano i valori, i programmi, più ancora i linguaggi e gli atteggiamenti del sinistrismo. Sono i popoli, sovietici cinesi esteuropei indocinesi cubani, e non la Santa Alleanza dell’Occidente, che hanno ucciso il comunismo.  Lo sfidante pericoloso è stato liquidato. E’ rimasto il sinistrismo innocuo, comico, delle frange, dei girotondi, dei tic intellettuali, delle borie e voghe facili da disperdere come pula al vento. Così l’ipercapitalismo cresce.

Quando ci angosciamo per le centomila tragedie della miseria nel mondo, ricordiamoci di fino a che punto il sinistrismo supponente e inetto ha fatto il gioco del denaro. Il baratro fra ricchezza e povertà si è fatto smisurato a valle della Rivoluzione d’ottobre e dei miliardi di parole e di gestualità sul riscatto delle plebi, sui diritti, sul ribellismo giovanile, sulle lotte veterosindacali, sulle conquiste delle donne e dei diversi. I bambini annegano nel canale di Sicilia, dalle parti di Gibilterra, in tutti i mari dell’emigrazione (molto gradita ai datori di lavoro e a chi vuole badanti); il sinistrismo si mobilita per le nozze gay and lesbian.

Più i primati dell’ipercapitalismo si ingigantiscono, meglio sono pagati “quelli -intellettuali artisti conduttori politici- che non perdonano”; e più le signore dei quartieri alti si inteneriscono per gagà e tipi da spiaggia quali, in casa nostra, Bertinotti Vendola e Santoro, giustizieri e campioni di un popolo da farsa. Sfogliate i giornali di De Benedetti, corpo d’assalto del sinistrismo: pubblicità, straripante, solo per consumatori ricchi o sognatori della ricchezza.  Fu spiegato così il successo di  ‘Quattroruote’: si rivolse non tanto ai possessori quanto ai sognatori di un’automobile.

Mai, assolutamente mai, le gauchisme farà qualcosa a favore dei poveri: E’ un fatto antropologico: il politico di sinistra, specie della varietà intellettualizzante, è geneticamente incapace di parlare alla gente. I sinistristi potranno persino vincere le elezioni, ma non saranno presi sul serio come operatori del bene. La carriera intera di un capo sinistrista non ha aiutato  i ragazzini di periferia quanto un coadiutore parrocchiale che li fa giocare e dà merende.

L’aiuto ai poveri del mondo verrà solo dal paternalismo, dall’astuzia o dal genuino populismo di destra.  Se a qualche riforma vera -una patrimoniale grossa, la miniaturizzazione dei costi (=furti) della politica, l’amputazione delle spese militari e di rappresentanza- mettesse finalmente mano la sinistra, fallirebbe. La gente non si fiderebbe, come non si fidò di D’Alema e di Prodi. Preferirebbe un acquirente di ville a Lampedusa, il Mosé delle mezze calzette che sognano la ricchezza e che il sinistrismo non è stato capace di disamorare dal sogno.

Un giorno dovrà arrivare il Grande Innovatore: non spalleggiato dalle sinistre -gli andrebbe male- ma da uomini e donne di coscienza. Non impegnato in pro dei suoi elettori (come tale non meriterebbe niente) bensì dei miseri che vivono soprattutto fuori dello Stivale. All’orizzonte l’Innovatore non c’è. Ma è quasi una legge fisica che sorga, un giorno. Magari sarà un Innovatore collettivo: un pugno di uomini di fegato e di fede.

A.M.Calderazzi