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UNITA’ NAZIONALE NELLA STORIA E OGGI

aprile 2011 by:

Un’altra riflessione sul 150°

“Ahi serva Italia di dolore ostello
Nave senza nocchiero in gran tempesta
Non donna di provincia ma bordello”

Colgo al volo l’invito di Gianni Fodella (Internauta di marzo) a riflettere ancora per un momento sul 150° dell’unità d’Italia prendendo spunto proprio dalle sue stimolanti “note a margine”. Delle quali mi suona senz’altro condivisibile l’affermazione che una nazione italiana esiste almeno da un paio di millenni e non certo dalla nascita appena commemorata del relativo Stato. Fodella si spinge però ben oltre, sostenendo che questa nascita non sarebbe stata affatto un lieto evento bensì una iattura, perché gravida di conseguenze soltanto (pare di capire) negative che tuttora si scontano e alle quali urge rimediare con drastiche misure. 

Alla sua citazione iniziale di un celebre verso di Francesco Petrarca comincio a replicare premettendo a mia volta tre versi un tempo celeberrimi di Dante e chissà da quanti conosciuti ancora oggi. Essi non esprimono solo un comune sentire di appartenenza ad un’entità nazionale fondata su basi storiche, culturali, linguistiche (nonostante il prevalente uso di dialetti spesso assai diversi fino a tempi relativamente recenti) ed anche religiose, come molti adesso sottolineano, fino ad un certo punto giustamente. Sono, anzi, soprattutto un’accorata denuncia della soggezione del paese a potenze straniere e della carenza di una guida capace di unificarlo ed emanciparlo (anche da una condizione postribolare forse ancora più difficile da sradicare; ma non è il caso di approfondire qui questo aspetto).

Lo stesso Petrarca, che oltre a poetare faceva l’ambasciatore, dunque almeno un po’ il politico, non è facilmente riconoscibile nell’immagine riduttiva attribuitagli da Sergio Romano (Corriere della sera del 17 marzo) in quanto portavoce di un’Italia “unita soprattutto dalla sua fede, dalla presenza del pontefice, dall’orgoglioso ricordo del suo ruolo centrale nell’Impero romano”. In quella che è viene generalmente annoverata come la sua canzone politica per eccellenza (“Italia mia, ben che ‘l parlar sia indarno”) egli lancia infatti ai principi connazionali un vibrante appello a desistere dalle loro risse fratricide e a rivolgere piuttosto le armi un tempo invincibili contro i barbari invasori  e in particolare la “tedesca rabbia”.

All’epoca di Dante e Petrarca, peraltro, la già ingombrante presenza straniera era controbilanciata dalla vitalità anche politica dei comuni, principali artefici di un primato nazionale in vari campi destinato poi ad offuscarsi se non a svanire del tutto.  Tanto più si comprende, quindi, come i loro accenti sdegnati quanto dolenti abbiano potuto ispirare a distanza di secoli i cantori sette-ottocenteschi del risorgimento nazionale in chiave non puramente culturale e morale bensì anche politico-istituzionale.  Tra i successivi precursori di Alfieri e Foscolo, Leopardi e  Manzoni, ecc. spicca Niccolò Machiavelli, statista fiorentino e padre fondatore della moderna scienza politica, non poeta, che sollecitava uno dei Medici a farsi redentore della patria confidando che nessun italiano si sarebbe rifiutato di seguirlo perché “a ognuno puzza questo barbaro dominio”.  

Ma anche questo appello era destinato a restare vano, dopo il fallimento, tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, del tentativo di Lorenzo il magnifico di costruire un’unità politica sulla base di momentanee sintonie tra le signorie di Firenze, Milano, Venezia, Roma e Napoli e quello della Lega santa creata da papa Giulio II all’insegna del motto “Fuori i barbari”. Già la precedente calata in Italia di Carlo VIII, atto iniziale del rapido processo di instaurazione della dominazione straniera, aveva fatto registrare il prevalere delle voci italiane esultanti per l’arrivo del sovrano francese rispetto alle nuove grida di dolore per la sorte della patria. Quella, ad esempio, del poeta emiliano Matteo Maria Boiardo, che insieme al napoletano Jacopo Sannazzaro era stato uno dei primi ad adottare il toscano come lingua italiana. A causa di quell’evento funesto, vedendo “Italia tutta a fiamma e a foco”, l’autore dell’ “Orlando innamorato” non riuscì più a riprendere la penna e morì poco dopo.

Degli Stati italiani sostanzialmente indipendenti sarebbero ben presto sopravvissuti, senza contare il caso peculiare di quello pontificio, soltanto il Piemonte e la Repubblica veneta. Ma mentre la Serenissima, dopo secoli di multiforme gloria, si avviava verso un declino pur lento e ancora punteggiato da residui fasti, e lo smalto ritrovato dalla signorìa medicea sotto Cosimo I si rivelava effimero, il ducato di Savoia riusciva (talvolta miracolosamente) a non farsi schiacciare dalla morsa prima franco-spagnola e poi franco-austriaca, anzi a rafforzarsi e ad espandersi diventando un attore via via più importante sulla scena nazionale.

Il casato sabaudo era di origine francese, ma il suo esponente che pose le basi per la crescita di un ducato destinato a trasformarsi in regno, Emanuele Filiberto, si proclamava principe italiano, chiamava il Piemonte bastione d’Italia e cercò di stringere alleanza proprio con Venezia per salvare quanto rimaneva dell’ indipendenza nazionale. Di lui un ambasciatore veneto scrisse: “Gli Spagnoli sel credono Spagnolo; i Francesi francese; ma tutti s’ingannano, perché egli è nato italiano, e tale vuole la ragione e vuole lui che sia tenuto”. Semianalfabeta pur parlando quattro lingue, promotore di cultura, scienze e arti, volle che atti giudiziari e notarili e i nuovi statuti del ducato fossero scritti in italiano. Capo militare di grande talento, ebbe tra i suoi discendenti un condottiero ancora più illustre, che conseguì vittorie epocali al servizio degli Asburgo ma si firmava Eugenio von Savoie, in quanto principe di nazionalità italiana, cittadinanza austriaca e cultura francese.

Fatte salve queste eccezioni, la deriva della nazione politica coincise, certo non casualmente, non solo con la decadenza economica e civile della penisola nel suo insieme ma anche con la perdita del suo primato culturale. Parlare qui di declino in assoluto sarebbe forse inesatto, tenuto conto che in alcuni campi (musica, arti figurative, filosofia) la creatività italiana continuò a brillare e in quello scientifico persino crebbe come aveva vaticinato Galileo nella prefazione al suo capolavoro: “Spero che da queste considerazioni il mondo conoscerà che se le altre Nazioni hanno navigato di più, noi non abbiamo speculato meno”. Secondo il recente commento di Giulio Giorello ad uno scritto del genio di Arcetri, se nel Seicento anche a causa di una crisi morale il paese “era davvero poco più di un’espressione geografica”, sarebbe stata “la scienza a plasmare la nuova fisionomia dell’Italia non meno che le lettere e le arti”.   

Quella che nonostante la frammentazione politica e l’invadenza straniera può essere vista come la seconda età dell’oro nazionale dopo l’epoca romana era comunque giunta a termine. I poli di sviluppo e progresso su scala generale si erano ormai trasferiti o stavano crescendo altrove, di pari passo con il consolidamento dei grandi Stati nazionali o multinazionali. Come immaginare, sul piano logico innanzitutto, che l’Italia potesse risollevarsi senza imboccare la stessa strada e senza quindi che l’obiettivo dell’emancipazione e dell’unificazione statale venisse prima o poi rilanciato come scelta obbligata nel contesto entro il quale il paese si trovava?

La domanda sembra consentire una sola risposta, pur mettendo nel conto che le dominazioni straniere non meritano di essere denigrate oltre misura. Persino la gestione spagnola del ducato di Milano, a lungo simboleggiata dalle grida manzoniane, è stata alquanto rivalutata da studi recenti. Non vi è dubbio che quella austriaca del Lombardo-Veneto, come del resto della Toscana, sia stata illuminata e costruttiva sotto vari aspetti prima ancora che il vento in Europa cambiasse per impulso dei filosofi francesi e che l’epopea napoleonica minasse le fondamenta dei vecchi regimi. Ritorcendosi, poi, contro lo stesso potere di Vienna, se è vero, come è stato autorevolmente suggerito, che le Cinque giornate di Milano e le Dieci di Brescia videro una partecipazione popolare spiegabile anche con l’introduzione dell’istruzione elementare obbligatoria nel 1818, una primizia nel paese. La risposta resta tuttavia quella implicita nell’affermazione dello storico inglese Mack Smith che il “relativo torpore” in cui l’Italia era scivolata nel 16° secolo, perdendo il suo primato commerciale e culturale, “fu dovuto almeno in parte alla sua incapacità di costituirsi in Stato nazionale come la Francia e la Spagna”.

E’ sicuramente vero, d’altro canto, che il successo della causa risorgimentale non possa essere ascritto alla consapevole adesione ad essa di una maggioranza numerica delle popolazioni coinvolte. Molti furono, come si sa, i picciotti siculi che accorsero ad ingrossare le file dei Mille, ma la rapida conquista garibaldina della Trinacria e dell’intero regno meridionale, grande solo per le sue dimensioni e la pompa della sua corte, fu evidentemente agevolata soprattutto dalla fragilità e dalle molteplici carenze dello Stato borbonico; con un contributo popolare, quindi, semmai di tipo passivo. Anche altrove le masse rimasero per lo più spettatrici del rivolgimento in corso, spesso attonite come quel pastore dell’Appennino che Garibaldi cercava di smuovere dalla sua atavica diffidenza nel 1849: “Di che hai paura? Parliamo forse tedesco? Noi combattiamo per te; siamo del tuo paese!”

Ma come poteva essere altrimenti? L’Italia a metà dell’Ottocento era un paese a schiacciante maggioranza contadina, e tale sarebbe rimasta ancora a lungo. Gli abitanti delle campagne costituivano da sempre, non solo in Italia, una categoria sociale emarginata e sfruttata, vessata e comunque più o meno deliberatamente mantenuta in condizioni di inferiorità anche dopo l’emancipazione dallo stato servile. Ridotta, quindi, a oggetto anziché soggetto della storia, fatta eccezione per le sue periodiche rivolte, spesso assai violente quanto vane, contro un potere estraneo se non fondamentalmente nemico.

Un’evoluzione era in atto anche a questo riguardo, nell’orientamento delle classi dirigenti e soprattutto delle élites intellettuali, sotto la spinta sia del pensiero illuminista sia delle ideologie nazionaliste. In concreto, tuttavia, ancora poco stava cambiando rispetto a quando il cardinale Richelieu, uomo di Chiesa prima  che di Stato, paragonava i contadini a muli che “essendo avvezzi a portare fardelli, sono più danneggiati da un lungo riposo che dal lavoro”, e gli faceva eco Giuseppe Maria Galanti, economista partenopeo suo contemporaneo, definendoli “bestie da soma”, mentre in Polonia si discuteva se fossero da considerare parte della nazione, ferma restando di fatto la loro esclusione dalla “nazione politica”, tradizionale monopolio dei nobili e solo moderatamente aperta alla borghesia cittadina. Con la conseguenza, secondo alcuni, che l’insurrezione polacca del 1830 forse non sarebbe stata sconfitta dalle truppe zariste se i suoi capi avessero abolito la servitù della gleba.                                            

Malgrado la progressiva introduzione dell’obbligo scolastico, l’analfabetismo in Italia era ancora superiore al 70% nel 1861, vicino al 90% nelle regioni meridionali e pressocchè totale nelle campagne. Culturalmente sprovveduta, la popolazione rurale era altresì soggetta ad un’influenza particolarmente forte da parte della Chiesa che alimentava ulteriormente il suo istintivo conservatorismo, ispirato per secolare esperienza da sfiducia nel nuovo e timore di un peggio sempre possibile. Non diversamente, appunto, dalla Chiesa, per quanto storicamente più duttile nel sapersi adeguare sia pure con ritardi più o meno ampi ai mutamenti inizialmente osteggiati pur di mantenere le sue posizioni di potere ovvero, a seconda dei punti di vista, di poter continuare la propria missione pastorale.

Parliamo, nella fattispecie ma non solo, soprattutto della Chiesa al suo vertice, perché nel basso clero non mancarono come si sa gli appoggi alla causa risorgimentale e cattolici di grande statura e di sicura fede, benché talvolta un po’ in odore di eresia come Alessandro Manzoni e Vincenzo Gioberti, in un modo o nell’altro la sostennero. La stessa Chiesa ufficiale, d’altronde, finì col beneficiare dell’unificazione italiana in quanto premessa indispensabile del processo evolutivo che portò al graduale inserimento nella “nazione politica” di masse popolari esposte a suggestioni di segno opposto alle prescrizioni religiose. E portò altresì, ancor prima, alla liquidazione del potere temporale dei papi, fieramente combattuta e condannata da Pio IX ma riconosciuta vantaggiosa per il papato e la Chiesa in generale da Paolo VI un secolo più tardi.

Oggi la Santa Sede ribadisce tale riconoscimento e partecipa quasi ostentatamente alle celebrazioni del centocinquantenario. Il suo esempio sembra però ignorato da vari studiosi e politici anche cattolici che insistono a denunciare o addirittura riscoprono per l’occasione l’asserito carattere non democratico dell’unificazione, contestandole una legittimità certo non conferitale dai famigerati plebisciti ma  derivante dalla storia nazionale; dall’impegno o dal consenso dell’unica parte della popolazione culturalmente attrezzata e politicamente rilevante, ancorché minoritaria quanto si voglia; e, infine, dalla sua portata oggettivamente progressista, agli effetti sia della problematica nazionale sia di quella europea e mondiale, indipendentemente dai successivi sbandamenti, inadempienze e misfatti della nuova compagine statale.

Una contestazione incomprensibile, dunque, se non rispondesse, quanto meno nella maggioranza dei casi, al trasparente bisogno di strumentalizzare una certa versione della storia per promuovere interessi particolaristici attuali e al limite assecondare disegni o comportamenti disintegrativi della formazione statale nata nel 1861. La storia, insomma, politicizzata all’estremo e, diciamolo pure, irresponsabilmente, perché disfare è sempre più pericoloso che costruire e il salto nel buio sarebbe tanto più insensato in quanto si tratterebbe di operazioni in stridente contrasto con la spinta all’integrazione sovranazionale tuttora in atto nel continente europeo malgrado periodiche crisi o battute d’arresto e apparenti inversioni di tendenza.

Il che non significa, naturalmente, ostracizzare il cosiddetto federalismo come tale ovvero la causa di un decentramento equo e solidale e di autonomie regionali anche molto ampie, e neppure negare pregiudizialmente che se l’Italia fosse nata federale o confederale anziché unitaria le cose sarebbero forse andate meglio. Giova peraltro ricordare, in proposito, che l’illustre federalista Carlo Cattaneo era un patriota italiano almeno quanto devoto alla piccola patria lombarda. La storia, comunque, si può anche disfare ma non rifare, mentre tutto questo discorso riguarda soltanto la genesi e le ragioni dell’unificazione nazionale, la cui ineluttabilità, multiforme legittimità e sostanziale positività sono proclamabili senza minimamente pregiudicare un altro discorso sul dopo, ossia sul bilancio di un secolo e mezzo di vita nazionale unitaria che può anche risultare di tutt’altro segno.

Qui Fodella (che ad ogni buon conto mi guardo bene dall’accusare di voler contribuire al disfacimento dell’Italia) ha gioco fin troppo facile ad indicare alcune voci ed aspetti fra i più negativi, riconducibili o meno che siano all’evento  celebrato il mese scorso. E fa altresì benissimo a proporre drastici rimedi per le conseguenze che tuttora se ne soffrono. Ma sarà il caso di riparlarne.

Franco Soglian