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BATTONO LA U.S.NAVY I PIRATI SOMALI

maggio 2011 by:
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Nei primi tre mesi del 2011 gli attacchi di pirateria in mare sono stati almeno 142, di cui 97 al largo delle coste somale. Nello stesso periodo dell’anno scorso erano stati 35. Sono cifre dell’International Maritime Bureau, che ha sede a Kuala Lumpur e monitora la pirateria a livello mondiale. In mano ai pirati ci sarebbero (fine marzo) 28 navi e 596 persone.

Priva di governo da quasi quattro lustri, la Somalia non è in grado di controllare le sue acque territoriali, quindi è il fronte più critico della lotta al banditismo marittimo. Inefficace è stata finora l’azione della forza internazionale guidata dagli Stati Uniti, la Combined Task Force 150. La più grande potenza aeronavale e militare della storia non riesce a debellare un’agile schiera di predoni, munita di armi e imbarcazioni leggere.

In passato la lotta alla pirateria è stata addotta per legittimare forme differenziate di conquista territoriale. Oggi, è stato notato, l’equivalente dell’impegno contro i pirati è la tutela dei diritti umani e la promozione della democrazia, spesso insistite al di là del ragionevole. E il contrasto all’immigrazione clandestina via mare non dà risultati.

Intorno al 1830 la Gran Bretagna motivò con la protezione della legalità sui mari l’impossessamento di una serie di basi lungo la costa della penisola araba, battezzata Costa dei Pirati o anche Costa della Tregua (Trucial Coast): più o meno, il territorio degli odierni Emirati Arabi Uniti. Tra i pirati in azione in quelle acque non mancavano gli inglesi, spesso legati alla East India Company. Nel 1695 un grosso vascello da 80 cannoni, ammiraglia della flotta mercantile del Surat, di ritorno da Mokha e carica di pellegrini d’alto bordo e di merci costose, fu catturato da due navi corsare inglesi. I ricchi passeggeri furono depredati, le donne stuprate. Il Surat reagì occupando la ‘fattoria’ dell’East India Company e incarcerando i suoi uomini.

Nel Mediterraneo la pirateria fu esercitata, oltre che dai musulmani, anche dai Cavalieri di Malta e da rinnegati che diventavano musulmani per fare fortuna. Nel XVII secolo gli Stati o Reggenze barbaresche del Nord Africa si reggevano sulla pirateria, cui era strettamente connessa la tratta degli schiavi (oggi, dei migranti). La cattura di ostaggi e il business dei riscatti erano il versante più redditizio della pirateria, perdurato fino al XIX secolo. “Stare usanza del mare” si giustificò nel 1804 un capobarca tunisino con un prete italiano che aveva catturato nel golfo di Napoli.

Tutti i governi pagavano veri e propri tributi ai bey di Algeri, Tunisi, Tripoli e ad altri capi minori perché le proprie navi transitassero senza danno, o con meno danni, le acque più infestate del Mare Nostrum. Considerati i costi della repressione militare della pirateria, pagava tributi anche la Gran Bretagna. Attraverso Londra, pagavano anche gli armatori delle sue colonie nordamericane. Quando queste ultime si furono dichiarate indipendenti la protezione britannica cessò e il presidente Jefferson non esitò a mandare una minuscola squadra della U.S.Navy contro il bey di Tripoli. Il futuro presidente Adams propose una piccola flotta che bloccasse in permanenza il porto di Algeri “anche per darci una Marina vera e animosa di fronte alla bandiera di Maometto, laddove gli altri sono codardi”.

Non risulta che la flotta onnipossente di Obama e dei suoi alleati stia conseguendo più successo della flottarella di Jefferson e Adams.

JJJ