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CORRUZIONE, NOI E GLI ALTRI

maggio 2011 by:
11470corruzione

Correre ai ripari o cercare alibi?

Il parlamento russo dovrebbe approvare entro il corrente mese una legge anticorruzione reclamata a gran voce dall’opinione pubblica, qualificata e non, in quanto urgente per combattere un morbo largamente diffuso in ogni settore dell’apparato statale (vedi l’”Internauta” di ottobre 2010) e gravemente dannoso per l’economia del paese. L’invocazione pressocchè corale di pene durissime per pubblici funzionari e altri dipendenti incontenibilmente venali ha trovato echi anche tra i rappresentanti del popolo, che non hanno mancato di prendere in considerazione esperienze e modelli stranieri di ogni tipo compresi quelli più drasticamente giustizialisti.

Il progetto di legge finale è rimasto tuttavia lontano da casi estremi come la Cina, dove chi estorce o accetta somme superiori all’equivalente di 150 mila dollari viene punito con la fucilazione (subita da oltre 10 mila trasgressori negli ultimi anni), la confisca dei beni e accollando ai congiunti il costo delle pallottole. O come Singapore, dove la durezza e la certezza delle pene comminate hanno spinto al suicidio un ministro che aveva intascato indebitamente 400 mila dollari.

I populisti della Duma capeggiati dal rinomato Zhirinovskij, sistematicamente intemperante benché in sostanza allineato con Putin, si erano spinti fino a proporre un castigo medievale come il marchio di infamia. La maggioranza ha invece preferito seguire all’incirca il più moderno esempio americano, comunque tutt’altro che improntato ad indulgenza verso chi sgarra. Si è optato infatti per una scala di penalità comprese tra un minimo di 3 anni di carcere, in alternativa al pagamento di una somma superiore di 25-50 volte a quella intascata, per mazzette inferiori a 25 mila rubli, e un massimo di 8-15 anni o moltiplicazione per 80-100 volte di somme superiori ad un milione di rubli.

Ma se la Russia è afflitta da livelli di corruzione tra i più elevati nel mondo, si sta muovendo nella stessa direzione anche un paese come la Gran Bretagna, che non sarà dei più esemplarmente virtuosi ma nelle relative graduatorie annuali di Transparency International occupa posti non disonorevoli. L’iniziativa per l’adozione di una normativa più severa ed aggiornata era stata assunta nel 2008 dall’allora governo laburista, con l’appoggio però dei conservatori e dei liberal-democratici che dopo l’avvento al potere della loro coalizione, un anno fa, hanno semmai accelerato un iter legislativo che dovrebbe concludersi all’inizio del prossimo luglio.

Pur concedendo qualcosa alla pressione frenante del mondo degli affari con in testa la locale Confindustria, anche a Londra si è riusciti a concordare un sensibile inasprimento delle pene detentive (fino a 10 anni di reclusione) e pecuniarie per infrazioni comprendenti quelle commesse nei rapporti commerciali e finanziari con l’estero, un settore particolarmente esposto, nel caso britannico, a pratiche corruttive.

E da noi? L’Italia, come ben si sa, è messa molto peggio del Regno Unito benché non così in basso come la Russia post-comunista. Anche a Roma si era finalmente risposto a crescenti denunce di uno stato di cose in continuo deterioramento e sollecitazioni di adeguate contromisure con il preannuncio da parte del governo, lo scorso anno, di un progetto di legge del quale, tuttavia, non si è poi sentito più parlare. Che si sia data la precedenza ad altre urgenze ed emergenze è possibile, benché non facilmente giustificabile. Sembra lecito però sospettare qualcosa di peggio.

Si parla infatti, da qualche tempo, di una funzione propulsiva che la corruzione svolgerebbe oggettivamente, al di là di qualsiasi valutazione morale, nei confronti delle attività economiche e della crescita in generale, e quanto meno si ventila il timore che uno sforzo per arginarla e scoraggiarla metta a repentaglio il già malcerto processo di ripresa dalla crisi degli ultimi anni. Sono discorsi che non hanno mancato di suscitare confutazioni abbastanza serrate ancorché insufficienti, pare, a tacitarli. C’è naturalmente da augurarsi che rimangano isolati come è accaduto in passato, almeno a livello di pubblico dibattito, alla sortita di quel ministro della Repubblica che aveva prospettato l’opportunità di convivere con le mafie. E che non siano invece indirettamente incoraggiati e alimentati anche dalla campagna governativa contro i magistrati (o sia pure solo contro “una parte” di essi), istituzionalmente chiamati a svolgere un ruolo di punta in una rinnovata offensiva contro il malaffare. D’altra parte, se questa offensiva sfumasse per renitenza del potere politico, sarebbe forse più temerario insistere a stigmatizzare la “supplenza” della magistratura nei suoi confronti.

Licio Serafini