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IL GIAPPONE NANIZZATO DAI SUOI POLITICI

maggio 2011 by:

Pensiamo e diciamo in molti la stessa cosa: Fukushima ha rivelato al mondo, al tempo stesso, la grandezza d’animo dei giapponesi e la singolare pochezza dei loro governanti. Sulle qualità della gente abbiamo poco da aggiungere. Sulle carenze della classe dirigente va detto che andrebbero senza dubbio evitate le esagerazioni. I leader naturali della società nipponica hanno avuto la loro parte nei prodigiosi avanzamenti del paese a partire dal 1868, quando i sodali di Mutsuhito, sovrano coraggioso, abolirono lo shogunato e mossero la più impetuosa delle modernizzazioni.

In due-tre decenni il Giappone feudale e rurale si convertì in nazione manufatturiera, all’avanguardia in alcuni settori. La vittoria navale sull’impero zarista, a Tsushima, impartì una lezione all’Occidente. Il paese che nel 1853 la squdretta del commodoro Perry (quattro navi) aveva potuto intimidire l’Impero costringendolo ad aprirsi allo straniero, era già la terza potenza navale del pianeta, più forte della Russia sterminata. Il resto è noto. Il piano di egemonia militare sull’Asia fallì nel 1945, ma il Giappone dette la spinta decisiva perchè i nazionalismi asiatici abbattessero il colonialismo europeo. In più la tecnologia e l’iniziativa imprenditoriale giapponesi dominarono i mercati internazionali fino a vent’anni fa, quando il Sol Levante cominciò a perdere colpi.

Da quel momento è partito il gioco del ridimensionamento: gli inimitabili primati  del Giappone sono andati indebolendosi, in qualche caso miniaturizzandosi. Qualunque guru, non solo di New York e di Francoforte, anche della più modesta delle piazze globalizzate,  può oggi guardare con cipiglio alla performance dei responsabili del sistema-paese nipponico. Figuriamoci dopo Fukushima.

Il capo del governo Naoto Kan è stato giudicato poco meno che inetto. Il londinese ‘Times’ computò che nel tempo messo da Obama tra presentare la candidatura e insediarsi alla Casa Bianca il Giappone si dette 3 primi ministri, 4 ministri delle finanze, 6 ministri della difesa. Come a dire, gli inetti al potere. Il commentatore britannico denunciava: farsa orientale, tregenda di lotte e di camarille, fluviali riunioni per raggiungere il consenso a tutti i costi, in definitiva “an utter absence of leadership”, “the perils of life without decision-making”. Titolo del commento: ‘Chronic lack of leadership costs the nation dear in its hour of need’.

Secondo il ‘Times’, i giapponesi dopo anni di passività si accorgono ora di non potere lasciar fare ai loro mediocri rappresentanti. “Pagano caro per avere permesso alla loro politica di degenerare nel nepotismo, nella gerontocrazia, nelle decisioni sbagliate. Fukushima ha svelato un vuoto di leadership in quasi ogni angolo della realtà nipponica. La nazione viene chiamata a dimostrare calma e resistenza -i giapponesi posseggono tali qualità in abbondanza- ma se non ci sarà un immediato salto culturale esse qualità non saranno messe a valore”.

Un altro esperto di Giappone, Michael Elliott, ha difeso su ‘TIME’ il primo ministro Naoto Kan per avere esortato il paese ad ‘aprirsi al mondo’ e, curiosamente, a “facilitare il rientro al lavoro delle donne dopo avere figliato’. E’ legittimo chiedersi quale balzo in avanti farà il Sol Levante quando i congedi di maternità si accorceranno. Piuttosto Elliott riconosce  che il problema è l’Establishment stesso: ‘burocrati, caporioni di partito, gente di legge, gruppi d’interesse, giornalisti legati al potere. La società nipponica deve volere il cambiamento, anche consegnandone le leve a coloro cui le ha finora negate: le donne, i giovani, gli immigrati persino’.

Mah. Se i giapponesi hanno le qualità che sappiamo ed è la loro classe dirigente così manchevole, le donne i giovani gli immigrati non si dimostreranno migliori della nazione cui appartengono. E’ la classe dirigente da esautorare, a beneficio di un popolo intero dimostratosi così saldo, così migliore delle sue élites. Dei campioni di un popolo  tanto meritevole, espressi non dalle elezioni ma da segmenti selezionati di democrazia diretta, scelti a caso ma in rapporto a criteri oggettivi, agirebbero meglio di una casta incrostata, erede di retaggi ancora più incrostati. Se il meccanismo dei partiti e delle urne produce una leadership scadente,  il meccanismo va ripudiato. Una nazione coraggiosa, fatta di persone mediamente migliori dei loro politici, dovrebbe decidere di gestirsi da sé, senza Establishment.

Jone