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Luigi Sturzo e il discorso di Caltagirone del 1905

maggio 2011 by:
Don_Luigi_Sturzo

Chiusa la vecchia Opera dei Congressi, la prima organizzazione cattolica papale nazionale, e ridotto il non expedit a una protesta più formale che sostanziale, Luigi Sturzo affrontò più di un secolo fa la nuova situazione che si apriva per i cattolici nell’età giolittiana con il famoso discorso su I problemi della vita nazionale dei cattolici italiani più noto come il discorso di Caltagirone, vera magna charta del futuro Partito Popolare Italiano, lucida e geniale analisi della passata esperienza del cattolicesimo intransigente e anticipazione consapevole e coraggiosa di ciò che avrebbe dovuto essere il futuro partito nazionale dei cattolici.

Dai resoconti della stampa dell’epoca, in particolare della «Croce di Costantino», questo discorso programmatico porta la data del 24 dicembre 1905 nell’edizione del 1906 delle sturziane Sintesi sociali, ora in Opera Omnia, figura la data del 29 dicembre 1905, mentre nell’appendice al volume Dall’idea al fatto addirittura quella del 25 dicembre 1905. Fatta salva questa precisazione, preme qui evidenziare come l’ipotesi prospettata ai cattolici democratici da Sturzo nella sua città natale vedeva con lungimirante modernità un partito che doveva nascere come risultato di un’analisi storica, nonché di un’esperienza avente il suo costante riferimento nel sano sviluppo della vita civile e sociale da cui dipende l’azione politica.

A quell’epoca Sturzo pur affermando che il Papa non poteva rinunziare «alla sua ingenita libertà e indipendenza», sosteneva decisamente che se il partito doveva nascere, esso doveva essere pienamente autonomo dall’autorità ecclesiastica, i cattolici dovevano accettare la caratteristica della vita pubblica moderna, che era e resta civile, e abbandonare la mentalità della contesa per la fede, dei blocchi clerico-moderati e della norma del “caso per caso”; con evidente allusione alla tesi giolittiana delle due parallele Sturzo escludeva cioè che si potesse fare del temporalismo, del legittimismo e del clericalismo clientelare la ragion d’essere del futuro partito.

C’era in queste affermazioni una disponibilità sostanziale e storica all’invenzione di un nuovo grande partito di massa di cui Sturzo sentiva la necessità e avrebbe potuto promuoverne la nascita: le idee, come si vede, erano chiare sin dal 1905, ma il sacerdote siciliano non si lasciò tentare, perché la Santa Sede, che aveva concesso le prime evasioni al non expedit ammettendo solo che i cattolici divenissero elettori ma non eletti, non lo permetteva, e il sacerdote era sicuro che senza l’abolizione ufficiale di quella formula il partito sarebbe riuscito né più né meno di una «chiesuola, di una congrega di partiti e di velleitari». Sfidare la Chiesa? Per Sturzo era improponibile, perché impensabile per un fedele come lui era l’idea di affrontare il clima di sospetti che l’ondata antimodernista aveva provocato intorno ai democratici cristiani, così come impensabile era, per chi come lui profondamente temeva l’accusa di ribellione, l’idea di trasformare modernamente la Chiesa per poi muoversi alla conquista del potere politico.

Certamente egli voleva qualcosa di inimmaginabile a quell’epoca, ed è per questo che il testo sturziano, distinguendosi nettamente dal discorso di Rho di Filippo Meda e dal programma di Romolo Murri, troppo intriso di operatività immediata il primo e da ansia religiosa il secondo, finiva con l’ipotizzare un partito che doveva nascere piuttosto come risultato di un’analisi storica e di un’esperienza che ha il suo costante riferimento nel sano sviluppo della vita civile e sociale da cui dipende l’azione politica. Il suo buon senso e il suo realismo di politico sincero, inducendolo a liberarsi dall’ibridismo politico-religioso della passata esperienza del movimento cattolico e da ogni indulgenza verso sogni integralisti, in difesa della necessità dell’autonomia, dell’aconfessionalismo e della vocazione democratica del futuro partito, spiegano come egli, pur simpatizzando con Murri e i suoi amici, non si sentì attratto da programmi che in qualche modo mostravano di essere ancora legati alle polemiche del passato.

Il progetto di Sturzo rimase per il momento lì, sulla carta; la chiarezza delle idee non significava realizzabilità politica; bisognava nel frattempo puntare a salvare, grazie anche al coinvolgimento dei ceti medi rurali e artigianali, le opere sociali ed economiche cattoliche, evitando il rischio che esse venissero assorbite e depotenziate, dopo lo scioglimento dell’Opera, dalla pratica trasformistica, e creando in tal modo le condizioni affinché la nascita del partito avvenisse, ma al momento opportuno, secondo le necessità dei tempi che, all’inizio del secolo, non erano ancora maturi. Potremmo allora dire che il discorso di Caltagirone del 1905 chiude l’esperienza del movimento cattolico organizzato nell’Opera dei Congressi e la fase dell’«ibridismo politico-religioso» che caratterizzò le lotte dei cattolici democratici dalla fine del secolo scorso all’età giolittiana, e nello stesso tempo preannuncia con grande chiarezza le prospettive di impegno di un partito democratico, laico e popolare di cattolici di ispirazione cristiana, ma con la piena consapevolezza dei ruoli e dei fini della Chiesa, dello Stato e dei partiti in una società moderna.

Ci vollero ben 14 anni, una guerra mondiale, il pontificato di Benedetto XV, la fine di ogni possibilità di ritorno al temporalismo e la liberazione della questione romana dal peso dei condizionamenti legittimistici, perché si presentassero le circostanze necessarie a favorire e ad aprire il varco alla fondazione del Partito Popolare, a cui Sturzo conferì quelle connotazioni politiche e ideologiche che recano indubbiamente il segno di tutta la sua complessa esperienza civile, politica e religiosa di cattolico e di sacerdote fedele e obbediente alla sua Chiesa che ha saputo dimostrare come ogni innovazione o rivoluzione politica operata dai cattolici non avrebbe mai potuto superare, da un lato il limite di una tensione controrivoluzionaria con il rischio di asservire il partito al blocco d’ordine, dall’altro il limite di una conversione progressista, che avrebbe fatto del partito una forza subalterna al socialismo materialistico, inaccettabile da parte della Chiesa. Lungimiranza politica, coerente realismo e coraggiosa ma non passiva attesa sono, dunque, gli ingredienti che contraddistinsero il successo della tesi sturziana del discorso di Caltagirone che, pertanto, merita veramente di essere considerato il primo grande discorso di un cattolicesimo moderatamente impegnato nella lotta politica, dell’inizio di una storia di partito di ispirazione e struttura laica e democratica, della piena acquisizione da parte della tradizione cattolica democratica di un concetto di partito come strumento per l’esercizio di un potere dentro e non più fuori dall’organizzazione liberale dello Stato moderno.

Concetta Argiolas