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VERGOGNA, LA PAROLA E LA COSA

maggio 2011 by:

Per capirci meglio

Ugo Magri, assennato e simpatico giornalista della “Stampa”, spezza una lancia su “Prima pagina” contro l’abuso del termine “vergogna” negli scambi di improperie che costellano il dibattito politico nazionale, in campagna elettorale e non. La sua confessata preccupazione è di natura lessicale ovvero cultural-patriottica. Perché i nostri politici, egli si domanda, non si sforzano di aggraziare le loro filippiche utilizzando più spesso i tanti sinonimi o vocaboli comunque alternativi disponibili in lingua italiana? Una lingua, come lo stesso Magri giustamente denuncia, già abbastanza sofferente per la concorrenza dell’inglese (“italiano moderno”, secondo Beppe Severgnini) combinata con la deprivazione culturale dei suoi utenti, tra i quali i rappresentanti del popolo sovrano non dovrebbero essere i peggiori bensì dare il buon esempio.

La preoccupazione di Magri è nobile e senz’altro condivisibile, e colgo anzi l’occasione per supportarla (…) con la mia indignazione per il fatto che, proprio mentre scrivo, infuria nel paesotto in cui abito un’esibizione della pattuglia acrobatica segnalata dalle indicazioni stradali come Air show, col rischio che, essendo l’inglese molto più sfoggiato che conosciuto, qualcuno la scambi per un Hair shave appena comprato o qualcosa del genere. Ne approfitto però anche per segnalare a mia volta un curioso (per prenderla sportivamente) fenomeno: il termine vergogna sarà anche abusato, ma almeno da noi è ormai privo di contenuto ovvero di riferimenti alla realtà, perché di fatto nessuno si vergogna più di nulla e le rumorose sollecitazioni a farlo sembrano, purtroppo, del tutto vane.

Intendiamoci, non è il caso di rimpiangere il buon tempo antico, quando i debitori insolventi oltre a subire il carcere spesso si suicidavano per la vergogna, le ragazze cadute in fallo venivano chiuse in convento per il resto della vita per lo stesso motivo, i genitori tenevano nascosti i figli con gravi difetti fisici, e così via. Sotto molti aspetti il tempo non è passato invano bensì proficuamente per quanto riguarda (entro certi limiti) costumi e moralità, tolleranza e senso di umanità. Perciò non sembra neppure il caso di pretendere senz’altro quelle dimissioni che un tempo erano così frequenti, immediate e automatiche da parte di statisti, uomini politici e amministratori di ogni livello per pecche, infortuni e passi falsi anche di poco conto, mentre oggi, quanto meno in Italia, sono diventate rarissime e quasi sempre imposte dagli altri. Altrove, e specie in paesi presi solitamente a modello come quelli anglosassoni o la Germania, non è così e il loro esempio non andrebbe quindi ignorato.

Basterebbe però che, anche senza necessariamente dimettersi alla prima botta, i nostri governanti e rappresentanti dimostrassero una maggiore sensibilità per quelle esigenze di decenza e dignità che non si vede perché debbano considerarsi abrogate. O dobbiamo invece limitarci a ridere quando un capo del governo per di più attempato e già praticamente denunciato dalla moglie come maniaco sessuale viene bollato da un’amichetta un po’ arrabbiata con l’appellativo di “culo flaccido” e, anziché andare per un po’ a nascondersi, reagisce proclamandosi “professionista dell’amore”?

Oppure a scuotere la testa quando un ex ministro, già noto per essersi assicurato una linea aerea di collegamento tra Roma e il proprio collegio elettorale praticamente ad uso personale, ma a spese della disastrata compagnia di bandiera, e costretto poi a dimettersi per una frase infelice su una vittima importante del terrorismo rosso, pretende di tornare in primo piano con tutti gli onori dopo essersi coperto persino di ridicolo dichiarando di avere ricevuto in regalo a propria insaputa da un uomo d’affari un lussuoso appartamento prospiciente al Colosseo? O a sospirare quando il sindaco di lungo corso di una grande metropoli affogata nei rifiuti e il suo predecessore nonché cosiddetto governatore ugualmente ultra collaudato della relativa regione assistono all’interminabile sconcio senza fare una piega, aspettando di venire inevitabilmente bocciati dagli elettori, anzichè dimettersi, se del caso, denunciando apertamente responsabilità altrui, comprese eventualmente anche quelle di compagni di partito o loro alleati?

Oltre alla renitenza a mostrare vergogna, esiste infatti anche quella a svergognare se necessario gli altri, per motivi di convenienza, complicità o malintesa solidarietà, magari in attesa di un’eventuale condanna passata in giudicato, ossia delle calende greche.

Nemesio Morlacchi