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ALBERTO TOSCANO: MISOGALLO INNAMORATO

giugno 2011 by:

“I francesi sono degli italiani di cattivo umore”. Alberto Toscano, storico corrispondente da Parigi, fa dire a Jean Cocteau qualcosa che è una delle idee innervanti il proprio libro Critica amorosa dei francesi (Novara, Interlinea, 2011, con una presentazione di Corrado Augias), traduzione italiana di un lavoro appena uscito in Francia. Che Toscano, presidente della stampa europea in Francia, sia uno tra i corrispondenti più autorevoli ed efficaci, lo attesta tra l’altro l’intervista fattagli sul caso Cesare Battisti da leJDD/ Journal du Dimanche (la riportiamo a complemento di questa nota e di quanto pure pubblichiamo di Critica amorosa).

Il quale libro è come un body scanner degli aeroporti: quasi niente della realtà moderna dell’Esagono (amano chiamare anche così la Francia) sfugge a Toscano, questo novarese d’Alesia perspicace e spesso perforante, però mai bilioso e anzi sorridente (“in 21 secoli la storia è cambiata a più riprese. Speriamo Parigi se ne accorga”. Quest’ultimo è un rilievo sul “supercentralismo parigino, sempre più anacronistico”). Il libro è organizzato come commento (confutazione/conferma) a una schiera di luoghi comuni sui nostri cugini.

Ogni straniero coltivato, nell’Atene di Clistene, nella Roma imperiale, a Londra o a Berlino dei nostri giorni, è esposto alla tentazione di vendicarsi antipatizzando delle ineluttabili difficoltà del non essere indigeno, d’esser visto (dalla parte ignorante dei locali) come metèco. Alberto Toscano sfugge alla tentazione, anzi si fa spesso allegro giudice dei discendenti di Vercingetorige sfortunato avversario di Giulio Cesare. Come si diverte, e fa divertire, il Nostro a celiare sull’impegno che fu messo dall’Eliseo per ottenere che la chateaubriand più altri commestibili e vini di Francia venissero proclamati ‘patrimoni dell’umanità’. Lepida chiosa di Toscano: ‘a ciascuno i suoi castelli in aria’.

Altrettanto felice l’osservazione: “La pietra filosofale made in France è la frase ‘non abbiamo petrolio, abbiamo le idee”. Conseguenza di tanto concetto di sé -pensano che l’Europa sia una Francia in grande- è un boomerang: ad ogni modesto rovescio i francesi temono d’essere in declino, lamentano che la loro ‘eccezione culturale’ sia in crisi, si impermaliscono quando viene loro ricordato, per dirne una, che Charles De Gaulle favoriva il maquillage della storia nazionale, col cerone dell’ambizione, ‘nel nome di ideali superiori’.

Uno dei miti fioriti in Francia dopo il 1936 fu il Front Populaire, ‘momento magico’ del progressismo. Saviamente Toscano nota che il suo artefice Léon Blum dette ai francesi, per la prima volta, le ferie pagate e la settimana di 40 ore, ma ben poco di più. In compenso il Fronte non fece nulla contro il colonialismo di Parigi, aiutò di scarsa voglia la Spagna governata da un Frente Popular gemello e non abolì la ghigliottina (comportava anche la macabra esecuzione in pubblico). Due Costituzioni dell’ultimo dopoguerra, del 1946 e del 1958, non cancellarono la pena capitale.

Il fiorire abnorme del business del lusso e della moda è uno dei non pochi vizi comuni a Francia e Italia: “i sauditi hanno il petrolio, gli ivoriani il cacao, i francesi e gli italiani il lusso”. E’ cattivo segno quando i trionfi dell’effimero, del superfluo e del tamarro più o meno sofisticato si sostituiscono ai voli alti di glorie meno dozzinali.

La fase storica, dai francesi rimpianta, che andò dalla ripresa impetuosa dopo le sciagure del 1870 alla fine della Belle Epoque nel 1914, fu come sappiamo lo zenit del parlamentarismo, pretesa ‘realizzazione della volontà popolare’. In realtà, sottolinea Toscano, fu l’avvento di una grossa oligarchia borghese di professionisti della politica. Oggi, con la correzione monarchica del sistema imposta da De Gaulle e dai suoi successori, Mitterrand in testa, la partecipazione dei cittadini può risultare persino più bassa che in Italia. Quanto all’imperversare nel vissuto francese dell’aggettivo -come a dire corretto, civico, fedele al retaggio giacobino- esso è, rileva Toscano, uno ‘choc per lo straniero’. Lo è pure la concordia bipartisan su varie ubbie: la ‘vocazione universale’ della Francia (“come se il paese avesse bisogno di Sarkosy per guadagnarsi il Paradiso”); l’imperativo della laicità in teoria vigente in 64 milioni di cittadini; i fasti del nucleare nazionale. Quanto a quest’ultimo: oltralpe l’uomo della strada è proprio fiero dell’atomo. Toscano però ricorda l’ingloriosa chiusura dell’ipergeneratore Superphénix.

Tutto ciò premesso, sarebbe sbagliato leggere Critica amorosa come testimonianza antifrancese. Intanto è ‘amorosa’. Di fatto Toscano si confessa fiero di appartenere anche al contesto francese. Visto dall’esterno, il suo è un atteggiamento equanime e cordiale piuttosto che severo. Egli non si accanisce, come chiunque di noi potrebbe, sui profili più dolorosi e insani del patriottismo guerrafondaio, massima delle sciagure della Francia: un milione e mezzo di morti francesi, più tutti gli altri, di una Grande Guerra voluta dagli sciovinisti di Raymond Poincaré nel disegno quasi miserabile di recuperare due provincie perdute nel 1870; perdute per quell’autentico accesso di follia gallica che fu l’impresa antiprussiana dei marescialli e ministri di Napoleone III. La guerra dichiarata nel 1939, conseguenza obbligata del ‘trionfo’ di Versailles, si risolse in un paio di settimane nella più grave disfatta della storia. Vennero poi le sconfitte e le ignominie di tutti i tentativi per conservare colonie nel Nord Africa, nel Levante, in Indocina.

Toscano ha la mano leggera sui parossismi risalenti a Georges Clemenceau ‘veillard sanguinaire’, il quale viveva e operava nella fede “en notre Armée, en notre Race”. Clemenceau arrivò, oltre che a far fucilare vari défaitistes di medio rango, ad incarcerare un ex primo ministro, Joseph Caillaux, il quale aveva tentato di fermare con un negoziato invece che con la Victoire gli stermini della Grande Guerra, allora i peggiori della storia.

Su molte altre colpe della Francia Alberto Toscano ha voluto sorvolare. Perché? Per l’orgoglio, suo e di tutti noi, d’essere parenti così vicini degli adorabili mascalzoni che popolano la patria di Claude Debussy. D’essere eredi di uno stesso retaggio luminoso. Critica amorosa si affianca ad altri testi significativi che raccontano un orgoglio che è anche nostro.

Non hanno concluso, Cocteau e Toscano, che i francesi sono italiani di cattivo umore?

AMC