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LE COLPE DI MLADIC E DEGLI ALTRI

giugno 2011 by:

IL MOSTRO ALLA SBARRA

Ratko Mladic è nelle mani della giustizia internazionale. Giustizia giusta? In partenza sicuramente sì, almeno per chi non dubita che giusti siano stati i processi e le condanne dei capi nazisti a Norimberga. Tanto più che l’ex generale serbo-bosniaco viene giudicato, appunto, da una corte internazionale credibilmente neutrale come quella dell’Aja (dove l’accusa contro Slobodan Milosevic venne sostenuta dall’elvetica Carla Del Ponte) anziché da un tribunale quasi di guerra creato su due piedi dai vincitori in un paese vinto e debellato, ossia senza più Stato, come la Germania del 1945.

La prassi ormai avviata di sottoporre a giudizio in linea di principio imparziale i responsabili di crimini imperdonabili non può che essere salutata con pieno favore, a condizione che si diffonda fino a diventare sistematica a livello planetario e senza guardare in faccia a nessuno. Naturalmente non si tratta di un obiettivo facile da raggiungere in tempi brevi, ma il suo coerente perseguimento, se non verrà meno e anzi si rafforzerà, meriterà di essere incoraggiato.

Nel caso dei crimini commessi nell’ex Jugoslavia la prova sembra destinata al superamento. Dopo il fin troppo lungo processo al defunto presidente serbo, infatti, una dura condanna è stata inflitta all’ex generale croato Gotovina, tra le proteste di molti suoi compatrioti che lo considerano un eroe nazionale e un martire, come era già avvenuto in Serbia e in Bosnia con lo stesso Milosevic e come avviene adesso con Mladic.

Se poi il processo e la probabile condanna del “mostro di Srebrenica” (sempre che sopravviva, essendo dato in pessima salute) saranno equi fino in fondo resta ovviamente da vedere. Già si contesta ad esempio la pertinenza dell’imputazione di genocidio, in testa ad altri capi di accusa, che nella fattispecie suona in effetti discutibile all’inevitabile confronto con antecedenti classici quali l’Olocausto ebraico o l’ecatombe degli armeni per mano turca. Non si annovera invece tra i genocidi quello di Katyn, dove Stalin fece trucidare 20 mila militari polacchi mentre le vittime musulmane e in gran parte civili di Srebrenica sono state, donne e bambini compresi, circa 8 mila.

Simili conteggi e sottigliezze possono disgustare, ma è presumibile che ad essi si affidi anche Mladic rifiutandosi, come ha fatto davanti ai giudici dell’Aja, di dichiararsi innocente oppure colpevole e riservandosi di studiare il dossier a suo carico. Essendo difficile negare il massacro, la sua entità e la responsabilità personale, la colpevolezza potrebbe essere ammessa ma senza raggiungere la soglia del genocidio. Da notare che contro l’applicabilità di questa qualifica al caso di Srebrenica, come ad altri analoghi, si è pronunciato il giurista canadese che presiede l’Associazione internazionale degli studiosi del genocidio; a suo avviso sarebbe preferibile quella di crimine contro l’umanità.

Per il resto, l’ex comandante dell’armata serbo-bosniaca proclama di avere agito, a Srebrenica come nel lungo assedio di Sarajevo, unicamente in difesa del suo popolo e dunque, si direbbe, escludendo pentimenti e rimorsi. Scarsamente rilevante agli effetti giudiziari, ciò basta ad assicurargli solidarietà e persino ammirazione non solo da parte di numerosi connazionali. Tra gli stranieri figura anche l’onorevole Borghezio, che senza esitare lo scagiona da ogni addebito in quanto patriota eroico e come tale irreprensibile. L’esponente leghista è notoriamente piuttosto marginale anche all’interno del suo partito, ma la sua sortita certamente ne riflette sia pure in forma estrema gli umori anti-islamici e gli ostentati atteggiamenti filo-serbi dello stesso Bossi durante i conflitti jugoslavi con relativi interventi della NATO Italia compresa.

Si tratta oggi di tendenze o pulsioni residuali analoghe a quelle ancora più sbiadite dell’estrema sinistra, dove pure prevaleva la tenerezza nei confronti della Serbia di Milosevic, tinta almeno un po’ di rosso rispetto alle altre repubbliche ex jugoslave e più vicina di loro alla Russia di Elzin, post-comunista ma pur sempre contrappeso in qualche misura allo schieramento atlantico. Parteggiare ad oltranza, e magari a prescindere, può anche andar bene per i tifosi del calcio ma in politica, crediamo, è sbagliato per principio. E lo è ancor di più, ovviamente, in casi specifici e magari personali come quello di Mladic. Per la stessa ragione, tuttavia, neanche la Serbia e i serbi meritano di vedersi assegnare sistematicamente la parte del torto, indipendentemente dal fatto che il paese segue oggi un corso filo-occidentale e filo-europeo, sia pure non saldissimo.

Nella fase iniziale, in particolare, della disintegrazione jugoslava la Serbia ebbe sicuramente meno torti delle repubbliche secessioniste. Contrastò infatti solo simbolicamente, in ultima analisi, la secessione della Slovenia etnicamente quasi omogenea. Si oppose invece con le armi a quella della Croazia e della Bosnia-Erzegovina, restìe a concedere a Belgrado adeguate garanzie per i diritti delle rispettive e cospicue minoranze serbe in sostituzione della tutela, forse fin troppa, goduta nell’ambito della Repubblica federativa fondata da Tito. Minoranze che, durante la seconda guerra mondiale, avevano subito una sanguinosa persecuzione soprattutto da parte del regime ustascia di Zagabria, satellite del Terzo Reich, ma anche dei musulmani bosniaci, in maggioranza filo-nazisti.

Non mancò al riguardo una corresponsabilità dell’Occidente e in particolare della Comunità europea, che dopo avere cercato invano di salvare la federazione con la mediazione dei propri rappresentanti favorendo di fatto Belgrado, invertì la rotta affrettandosi a riconoscere l’indipendenza croata e bosniaca (ma non quella della Macedonia, a causa delle obbiezioni greche). Alla sola condizione, nel secondo caso, di un referendum popolare dall’esito scontato ma solo per la maggioranza musulmana e croata. Ne conseguirono gli inevitabili conflitti, la condotta serba dei quali fu senza dubbio contrassegnata da non pochi eccessi, ricambiati peraltro dagli avversari.

Quanto poi al Kosovo, Milosevic ebbe il torto di annullare progressivamente l’ampia autonomia che Tito e i suoi eredi avevano concesso, entro la repubblica federata serba, alla provincia abitata in maggioranza ormai schiacciante da albanesi. I quali, a loro volta, avevano tuttavia peccato di incontentatibilità puntando, una parte di loro, alla piena indipendenza o all’unione con l’Albania e rendendo comunque la vita sempre più difficile alla sempre più esigua minoranza serba.

Il tutto sfociò in una prolungata resistenza passiva albanese, una dura repressione serba e un impari scontro armato che, drammatizzato da denunciati ma mai pienamente dimostrati massacri di kosovari, provocò infine l’intervento della NATO e l’espulsione serba della provincia soprattutto per effetto di pesanti bombardamenti aerei su Belgrado e altri obiettivi serbi. Un intervento “umanitario” dalle modalità non meno discutibili, dunque, della sua giustificabilità, anche alla luce del successivo comportamento sotto vari aspetti dei kosovari ormai padroni o quasi del campo.

Tutto ciò non può modificare in alcun modo quanto detto all’inizio sul caso Mladic. Serve però a far capire, a chi vuole capire, che gli sforzi degli Stati e delle altre componenti organizzate della comunità internazionale devono mirare ad attrezzarsi e ad operare in modo da impedire, anziché permettere o persino favorire, esasperazioni di crisi e contrasti tali da culminare in genocidi o crimini contro l’umanità. In fondo, il caso del “mostro di Srebrenica” può essere accostato almeno per un verso a quello di Hitler e del nazismo, i cui obbrobri erano pur sempre maturati nello stato di inferiorità e discriminazione nel quale la Germania era stata gettata dalla vendicativa cecità dei vincitori della prima guerra mondiale.

F.S.