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NORD E SUD D’ITALIA TRA IL 1861 E IL 1915

giugno 2011 by:

Ancora sul bilancio del 150°

Continuando il nostro discorso sui 150 anni di indipendenza e unità nazionale (vedi Internauta di aprile e maggio) e avvicinandosi il momento di tirare le somme, è lecito anticipare una prima conclusione, ancorchè piuttosto scontata e a rischio di sembrare scarsamente significativa. E’ vero infatti che il paese assurto a Stato nel 1861 ha beneficiato di una crescita economica, sociale, culturale, civile, ecc. forse persino straordinaria ma in ogni caso incontestabile. Un testo più che rispettabile (la “Storia facile dell’economia italiana” di C. M. Cipolla) parla di “progresso tutt’altro che trascurabile e a livello mondiale tutt’altro che comune”. Un progresso quanto meno materiale che, pur con un cammino spesso stentato, tortuoso e rovinosamente accidentato a più riprese, l’ha portato dalla condizione iniziale di povertà e generale arretratezza agli onori del G7 o G8, ossia all’ammissione nel ristretto (benchè ormai in via di impetuoso allargamento) club dei paesi più ricchi del pianeta.

E’ anche vero, tuttavia, che il mondo intero ha nel contempo complessivamente progredito, chi più e chi meno, chi prima e chi dopo, il che potrebbe ridimensionare alquanto i meriti dello Stato indipendente e unitario anche alla luce dei veri e propri primati che l’Italia divisa e spesso in mano straniera aveva potuto vantare in secoli più lontani dopo le glorie della romanità. D’altra parte, sembra difficile sostenere che le cose sarebbero andate ancora meglio se il Risorgimento non ci fosse stato, se non altro per la nota impossibilità di fare la storia con i “se”, benché qualcuno ogni tanto ci provi. Conviene dunque accontentarsi di ammettere senza difficoltà, sempre con Cipolla, che l’Italia unita “si è sviluppata meno dell’auspicabile, meno del possibile”, a causa di “errori di omissione e di commissione”, magari più gravi e copiosi che in altri casi.
L’attuale stato di relativo benessere nazionale, misurato da un PIL di cui oggi giustamente si invoca il rimpiazzo con diversi e più comprensivi indici ma che finora non aveva plausibili alternative, si deve senza dubbio soprattutto al “miracolo economico” del secondo dopoguerra. Ad un balzo quantitativo e qualitativo, cioè, compiuto in un periodo nel quale si è potuto avviare la ricostruzione di un paese devastato e prostrato con aiuti esterni senza precedenti storici (Piano Marshall) e procedere oltre, con ritmi di sviluppo molto elevati, in un contesto di cooperazione internazionale ugualmente inedita (processo integrativo dell’Europa occidentale). Il tutto malgrado la guerra fredda tra Est comunista e Ovest più o meno capitalista e semmai, paradossalmente, con l’indiretto favore di essa.

Tutti ben sappiamo che solo dopo il 1945 un paese prevalentemente agricolo si è convertito in grande potenza industriale mentre veniva praticamente eliminato l’analfabetismo da sempre preponderante. Meno numerosi sono probabilmente quanti ricordano che all’indomani delle celebrazioni del centenario si potè segnalare che per la prima volta nella sua storia nessuno vi soffriva più la fame. A conseguire simili risultati contribuì sicuramente un’insolitamente lunga assenza di conflitti armati, nonostante la permanente minaccia di trasformazione in calda della suddetta guerra fredda e il peso delle conseguenti spese militari, d’altronde per certi versi stimolatrici di sviluppo economico e tecnico-scientifico ancorché malaugurate.

Neppure gli otto decenni precedenti erano tuttavia trascorsi invano. Tra il 1860 e il 1915 il reddito nazionale era aumentato più del doppio, passando da 6.250 milioni a 14.300 milioni di lire-oro. Secondo certi calcoli, tra il 1870 (anno del completamento o quasi dell’unità nazionale) e l’inizio per l’Italia della prima guerra mondiale la ricchezza privata era cresciuta del 2,25% in media annua, salendo da 36 a 51 miliardi di lire a fine secolo (una stima del 1910, questa, che porta la firma dell’economista Spectator, cioè il futuro presidente della Repubblica Luigi Einaudi) e a 90-100 miliardi nel 1915. L’incremento della popolazione, nel frattempo, era stato inferiore ad un terzo, ossia da 26 milioni nel censimento del 1861 a 28 milioni in quello del 1871 e a 36 milioni e rotti in quello del 1911.

Dietro queste cifre si celava addirittura una sorta di mutazione genetica, se si deve credere a quell’economista francese che in un articolo pubblicato dalla “Revue de Paris” nel 1901 e intitolato “La renaissance économique de l’Italie” annunciava la demolizione di un pregiudizio corrente secondo cui “se si riconoscono al popolo italiano doti di sobrietà, tolleranza e laboriosità, gli si nega generalmente il senso degli affari, non lo si stima né pratico né intraprendente”. A suo avviso, il bilancio degli ultimi trent’anni attestava invece la “conquista di uno spirito attivo e pratico da parte di quello che fu il vecchio uomo italiano, artista, leggero, un po’ indolente”, per cui si doveva “riconoscere che l’unità fu di questo rinnovamento un fattore psicologico di primo ordine”.

All’alba del nuovo secolo, peraltro, il grosso dell’avanzata era appena cominciato. La progressione più vistosa avvenne nel quindicennio antecedente la prima guerra mondiale, quando la produzione industriale e gli investimenti raddoppiarono toccando punte di eccellenza tecnologica specialmente in campo militare (esportazione di incrociatori e vendita di licenze per sommergibili Fiat a Inghilterra e Stati Uniti) ma anche civile (automobili, cavi elettrici Pirelli, primato europeo nello sviluppo dell’energia idroelettrica). Il commercio estero si triplicò pur permanendone il saldo negativo causato dall’accresciuto fabbisogno di materie prime, e proseguì a ritmo accelerato il rafforzamento delle infrastrutture. Nonostante gli oneri straordinari per una serie di catastrofi naturali, culminate nel terremoto di Messina, migliorarono persino i conti statali consentendo un secondo ripristino della convertibilità della lira, che giunse a far premio sull’oro, e l’alleggerimento del debito pubblico.

Non mancarono neppure sensibili progressi in campo sociale, sotto la crescente pressione del movimento sindacale e cooperativo, con annessi scioperi e rivolte, e del movimento socialista, avvantaggiato dalla democratizzazione del sistema elettorale coronata dall’adozione del suffragio universale maschile. Si estese la legislazione sociale e aumentò la remunerazione del lavoro compreso quello rurale; grazie ad una produzione agricola finalmente in ripresa i contadini ottennero incrementi salariali in alcuni casi da una lira al giorno fino a tre o cinque. L’agricoltura, malgrado il suo peso, rimase tuttavia la cenerentola dell’economia nazionale, con il latifondo sempre predominante al sud e una bassa produttività generale, benché non si potesse più parlare di ignoranza o trascuranza del problema. Se è vero infatti che prima i deputati si annoiavano ad occuparsene, le ormai numerose, appassionate e spesso accurate inchieste l’avevano imposto all’ordine del giorno.

Nonostante la crescita, il reddito pro capite italiano restava ancora inferiore a metà di quello francese, ad un terzo di quello inglese e di poco superiore ad un quarto di quello degli Stati Uniti. Il divario tendeva però a ridursi, mentre era certamente più grave il fatto che, pur essendo già ben aperto e vivace il dibattito nazionale sulla “questione meridionale”, tendeva semmai ad ampliarsi quello interno tra Nord e Sud. Lo sviluppo industriale privilegiava quasi esclusivamente il settentrione e in particolare il triangolo Milano-Torino-Genova, cosicchè anche quello delle comunicazioni e trasporti favoriva soprattutto lo smercio al sud della produzione manifatturiera del Nord, solo parzialmente controbilanciato dal flusso inverso di prodotti agricoli. L’industrializzazione, largamente propiziata da un protezionismo penalizzante invece per l’agricoltura del Sud, consolidava così quello che il meridionalista radicale De Viti De Marco bollava come un rapporto di tipo coloniale tra le due parti del paese.

Il Mezzogiorno, in effetti, dopo avere subito il sequestro piemontese delle cospicue risorse finanziare accumulate (e d’altronde tesaurizzate piuttosto che valorizzate) dal governo borbonico e utilizzate per riassestare l’erario del nuovo regno dissanguato dai costi delle guerre d’indipendenza, era stato danneggiato economicamente anche dall’imposizione di un sistema amministrativo e fiscale centralizzato, indiscriminatamente pesante e quindi oggettivamente vessatorio. Il conseguente deterioramento o quanto meno insufficiente miglioramento delle condizioni di vita trovava rimedio solo nell’emigrazione, inizialmente alimentata quasi per intero dai piemontesi e veneti diretti in Francia e Austria ma divenuta di massa dopo la metà degli anni ’70, quando milioni di meridionali, indigenti e per lo più illetterati, cominciarono a cercare fortuna soprattutto nelle Americhe.

Ancora nel 1909 (anno in cui, pare, aspirò a varcare l’oceano per sfuggire alla disoccupazione anche Benito Mussolini), su un totale di 625 mila emigranti in varie parti del mondo, poco meno della metà (309 mila) provenivano dalle regioni del defunto reame delle due Sicilie. Secondo qualche studioso meridionalista, questo esodo quasi biblico, e naturalmente doloroso sotto vari aspetti, contribuì in modo determinante alla scomparsa del brigantaggio (reale o cosiddetto) e quindi al miglioramento dell’ordine pubblico, con effetti benefici anche per il bilancio dello Stato. Quanto poi alla massa a lungo imponente delle rimesse degli emigrati, grazie ad esse (citiamo ancora Cipolla) non solo “l’industria del Nord fu finalmente in grado di importare le materie prime e i macchinari di cui aveva bisogno” ma esse “permisero altresì all’Italia di ricomprare quasi interamente il debito pubblico che era nelle mani degli stranieri”.

Hanno dunque ragione i meridionalisti di allora e di oggi di mettere sotto accusa lo Stato unitario per il trattamento ricevuto per molti decenni, almeno fino al 1945, dalla porzione del paese più handicappato in partenza? In parte certamente sì, ma solo in parte, perché della gestione di quello Stato, bene o male democratico, assunsero ben presto la corresponsabilità anche i rappresentanti del Meridione. In uno scritto del 1900 il lucano Francesco Saverio Nitti rilevava che, fino ad allora, dei 174 uomini che avevano esercitato una o più volte funzioni di ministro, solo 55 erano del Sud contro i 47 del Piemonte, 19 della Lombardia e 14 della Liguria. Il confronto, per la verità, non appare così sfavorevole alla rappresentanza meridionale, tenuto conto di come era nato il nuovo Stato e del progressivo aumento della quota dei ministri del Sud inclusi i presidenti del Consiglio, che sarebbero diventati 5 contro 10 del Centro-nord, dopo il 1900 e prima dell’avvento del fascismo, con l’aggiunta di Salandra, Orlando e lo stesso Nitti a Crispi e Di Rudinì.

Nitti lamentava inoltre che “il governo delle province, prefetti, intendenti di finanza, generali, ecc., è ancora adesso in grandissima parte nelle mani di funzionari del Nord”. Ma anche qui il rapporto stava rapidamente cambiando avviandosi anzi a rovesciarsi, come ben si sa, nel corso del ventesimo secolo, per ciò che riguarda, oltre all’apparato burocratico in generale, la magistratura, e in misura crescente anche altri settori chiave come quello bancario. Nitti riconosceva d’altronde che se il rapporto Nord-Sud si presentava nel suo complesso così sbilanciato e quindi insoddisfacente ciò avveniva “soprattutto per colpa stessa dei meridionali”, cioè di una loro classe dirigente priva di educazione politica, impegnata sì in politica ma nel senso deteriore di questa, dotata di una morale pubblica “molto scadente” per cui “spesso la politica voleva dire corruzione e sopraffazione”. E specificava infine che “soprattutto dopo il 1876 l’Italia meridionale è stata considerata come il paese destinato a formare le maggioranze ministeriali”: una discreta allusione, che altri meridionalisti tramutavano in aspra denuncia, alla prassi della compravendita di deputati, in largo anticipo sull’odierno scilipotismo.

Nato in Basilicata, la “più povera terra del Mezzogiorno”, Nitti scriveva che “gli abitanti di quella regione sono ritenuti abili, poiché alcuni di essi sono stati prefetti, altri ministri; si dicea che molto avessero avuto dallo Stato. Ma tutte le volte che ho traversata questa terra, triste, solenne, povera, io mi son chiesto: in che cosa ella è stata abile?” . Come dire che il fatidico ingresso nella “stanza dei bottoni” non era mancato, ma risultava deludente come sarebbe stato quello dei socialisti di Nenni nel secondo dopoguerra. Il che non impediva comunque allo statista lucano di ammettere l’impossibilità di “negare che dopo il 1860 l’Italia abbia molto progredito: le province si sono aperte alla civiltà; la coscienza generale si è elevata; il popolo soprattutto è più libero e ha sentito la possibilità di una vita migliore…la carta della civiltà avea nel Mezzogiorno grandi spazi bianchi, che si vanno sempre più riducendo”.

Il bilancio di fine secolo, malgrado tutto, non suonava dunque fallimentare, e tanto meno quello dei cinque lustri successivi, descritto anche molto più tardi, da fonte competente, in termini di “serena economia di pace, in cui si parlava di equilibrio, di rosee previsioni, di sicurezza nell’avvenire”. Un ottimismo retrospettivo, questo, sostanzialmente condiviso da Benedetto Croce, il quale, dopo avere registrato con compiacimento che “così si viveva e si lavorava e si prosperava, in Italia come in Europa”, aggiungeva però “movendosi tranquilli sopra un terreno tutto minato”. Ma della prima guerra mondiale e del fascismo ci occuperemo nella prossima puntata.

Franco Soglian