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Ruolo e storie di un paese che resiste

luglio 2011 by:

CONVEGNO NAZIONALE
FAI
SOTTO LA CENERE
Ruolo e storie di un paese che resiste
Intervento di Marco Vitale
Soffiare sulla brace italiana: un dovere degli italiani civili.
Cultura e sviluppo economico
Napoli 26 febbraio 2011

“L’accumulazione del capitale è il nucleo centrale dello sviluppo economico”. (B. Higgins Economic Development, London, Constable, 1959). Questa falsa credenza contenuta in uno dei libri di testo più diffusi di economia dello sviluppo, ha dominato il pensiero economico negli ultimi 50 anni ed è alla base di tanti disastri antropologici, sociali ed economici, che ci scoppiano ogni giorno tra le mani.

Ad essa si contrappone la tesi di chi vede nella conoscenza e nella cultura il motore dello sviluppo.

David Landes, uno dei maggiori storici contemporanei dell‟economia in The Wealth and Poverty of Nations (1998) nel capitolo “The Wealth of Knowledge” la esprime con queste parole: “Istituzioni e cultura innanzitutto; poi il denaro; ma sin dall’inizio e col passare del tempo in misura sempre maggiore, il fattore decisivo per lo sviluppo si rivelò il know-how, il bagaglio di conoscenze .… Cosa significa essere ricchi? (si chiede il rappresentante di una banca d’investimento del Golfo Persico); essere ricchi significa avere istruzione… competenze…. Tecnologie. Essere ricchi significa conoscere. Noi abbiamo denaro certo, ma non siamo ricchi… Senza questa conoscenza, questa comprensione non siamo niente. Noi importiamo tutto… Se la storia dello sviluppo economico ci insegna qualcosa è che a fare la differenza è la cultura”.

La tesi esposta da Landes fu sostenuta, meglio e prima di ogni altro, da Carlo Cattaneo, in un mirabile saggio del 1861 intitolato “Del pensiero come principio di economia pubblica”. Il grande milanese, precorrendo tesi che incominciano a riaffiorare solo negli anni ‟80 del „900, pone al centro dello sviluppo l‟intelligenza e la cultura:

“Gli atti d’intelligenza che apersero ai popoli le fonti di ricchezza più vaste e universali, hanno dovuto necessariamente antecedere ad ogni produzione diretta, ad ogni ammasso scientifico. Non v’è lavoro, non v’è capitale, che non cominci con un atto d’intelligenza. Prima d’ogni lavoro, prima d’ogni capitale, quando le cose giaciono ancora non curate e ignote in seno alla natura, è l’intelligenza che comincia l’opera, e imprime in esse per la prima volta il carattere di ricchezza… Chiuso il circolo delle idee, resta chiuso il circolo delle ricchezze”.

Questo filone di pensiero si salda con quei pochi economisti contemporanei che hanno posto in luce sia i limiti delle misurazioni quantitative della crescita economica (il mitico PIL che è sempre più una misura magica e mistificatrice) che la necessità di differenziare l‟approccio tra crescita economica nei paesi in via di sviluppo ed in paesi ad economia sviluppata. Tra questi mi piace ricordare il grande Giorgio Fuà, maestro indiscusso della crescita economica diffusa, dei rapporti tra economia e territorio, dell‟industrializzazione senza fratture, dei problemi dello sviluppo tardivo in Europa. In particolare in una delle sue ultime opere importanti (“Crescita economica. Le insidie delle cifre” Il Mulino 1993), Giorgio Fuà scriveva:

“Quindi il dovere della solidarietà internazionale non costituisce una ragione sufficiente perché il mondo ricco continui a proporre un forte tasso di crescita della propria produzione come obiettivo primario. Per curare il male della divisione del mondo in paesi più o meno soddisfatti e insoddisfatti sarebbe, del resto, almeno altrettanto importante un altro tipo di azione, che riguarda il campo della cultura e la formazione dei sistemi di valori, Consiste nel contrastare la concezione imperante per cui un singolo modello di sviluppo e di vita (oggi quello centrato sulla crescita delle merci) viene proposto ed accettato come l’unico valido; e nell’apprezzare che ogni popolazione cerchi la via meglio corrispondente alla sua storia, ai suoi caratteri, alle sue circostanze e non si senta inferiore ad un’altra per il solo fatto che quella produce più merci. Oggi questo sembra pura utopia, ma non si può non pensarci”.

La gravissima crisi internazionale scoppiata recentemente, ma che era in gestazione da molto tempo, ha rafforzato e non indebolito questa impostazione.
Questa crisi è in parte anche una crisi che, in termini marxisti, possiamo chiamare di sovracapacità produttiva. E‟ semplicemente folle intestardirsi a produrre sempre più beni dei quali la gente, nei paesi sviluppati, non ha bisogno perché ha gli armadi ed i garage ricolmi, e non produrre e non investire per produrre beni e servizi dei quali c‟è, invece, un crescente bisogno. Per molti secoli il pensiero economico aveva al suo centro l‟antico principio: “omnium rerum mensura homo” Nel corso degli ultimi cento anni circa, pian piano, questo principio è stato se non totalmente rimosso, messo in un angolo ed al centro è stato posto “il profitto” che da strumento di sviluppo ha assunto via via la natura di un vero e proprio totem. Negli ultimi 30 anni questa deriva verso la follia economica ha assunto un ritmo sempre più frenetico e persino il concetto di “profitto” è stato via via scalzato ed, al centro, è stato messo il concetto di “capital gain”, cioè di un profitto che non è più frutto di lavoro e capitale, contropartita di creazione di valore aggiunto, ma profitto frutto di commercio di valori cartacei alimentato da un debito non sostenibile. La grande crisi ha messo un fermo a questo delirio o, almeno, ha lanciato nei confronti dello stesso un forte grido d‟allarme. Dobbiamo rimettere al centro del pensiero economico e dello sviluppo l‟uomo e, dunque, la
cultura, perché è questo che fa la differenza tra l‟uomo e gli altri esseri animati. E mettere al centro l‟uomo, vuol dire, nell‟attuale fase economica mettere al centro l‟occupazione vera e non assistita. Io già dissi questo a Napoli nel 2008, quando nel mio libro: “Viaggio nell‟economia campana” (Ed. Guida, 2008) titolai il secondo capitolo: “Obiettivo centrale: l‟occupazione” ed in esso affermavo:

“Noi pensiamo che l’idea guida, che l’obiettivo centrale, che il parametro di riferimento essenziale debba essere l’occupazione. Ogni idea, ogni progetto, ogni proposta, ogni azione deve passare al vaglio delle seguenti domande: questa iniziativa crea occupazione? Quanta occupazione? Quale occupazione? E’ occupazione produttiva o assistita?. Pensiamo ciò in generale, concordando con il premio Nobel per l’Economia del 2001 Joseph E. Stiglitz che afferma: “Ciò che mi colpì maggiormente fu la disoccupazione. In un’economia dinamica, i posti di lavoro che si perdono in un settore se va in crisi o diventa obsoleto, dovrebbero essere creati in un altro. Ma è compito del governo facilitare questo movimento della forza-lavoro. La prima responsabilità di un governo è mantenere la piena occupazione” (2006). Ma pensiamo ciò ancora più in particolare per la Campania, che continua a presentar tassi di occupazione e disoccupazione del tutto inaccettabili, e ciò vale soprattutto per Napoli, che presenta dati peggiori delle altre province”.

Ma l‟occupazione la si deve cercare e creare dove ci sono reali bisogni e reali opportunità. Non possiamo attenderci occupazione dalle grandi imprese manifatturiere o di servizi, perché è da trent‟anni che la grande impresa riduce posti di lavoro. E‟ difficile anche attenderci, almeno per parecchi anni, significativa occupazione dalle medie imprese manifatturiere tradizionali perché queste, durante la crisi, hanno realizzato grandi incrementi di produttività, sicché possono aumentare la produzione in misura significativa senza aumentare l‟occupazione. Sicché la nuova occupazione si troverà solo nello sviluppo delle nuove tecnologie, nell‟innovazione ad ogni livello ed in ogni cosa, nelle attività legate al restauro delle nostre città, nelle grandi e piccole infrastrutture carenti, nell‟agricoltura specializzata ed in tutte le altre attività dove vi sono bisogni reali insoddisfatti. Tra questi vi è tutta l‟area della cultura, quella della quale l‟art. 9 della Costituzione dice che “la repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica”; e vi è tutta l‟area della tutela e del restauro del patrimonio paesaggistico, storico e artistico della Nazione che parimente l‟art. 9 dice che deve essere tutelato.
E‟ in queste aree che possiamo trovare le fondamenta del nuovo sviluppo e della nuova occupazione. Non è solo l‟amore per la cultura e la scienza, né l‟amore per il paesaggio naturale e urbano del nostro, una volta, bellissimo Paese che ci guida. E‟ anche un rigoroso ed aggiornato pensiero economico che ci porta a queste conclusioni. E, fortunatamente, in molte parti del nostro territorio ciò sta avvenendo. Penso, in Lombardia, alla lungimirante politica della Fondazione Cariplo che ha visto proprio nello strumento dei Distretti culturali e della valorizzazione del patrimonio culturale e artistico dei territori lombardi la chiave di volta per una politica di sviluppo reale, dall‟Oltrepò mantovano alla Valle Camonica e, presto, speriamo ad altre valli dove il distretto culturale è in gestazione. Faccio parte del Comitato Scientifico del Distretto Culturale della Val Camonica che è stato l‟apripista e posso testimoniare che i fondi della Fondazione Cariplo (3,8 milioni di euro) hanno attivato altri fondi privati e pubblici in misura più che doppia su progetti nati nell‟ambito dell‟attività del Distretto. Questo perché i fondi forniti dalla Fondazione non sono una elargizione ma un vero e proprio investimento del quale si dovrà dare conto, inquadrato in un progetto dettagliato e approfondito messo a punto, con un lungo lavoro, dagli Enti locali insieme ai tecnici della Fondazione stessa. Il Distretto Culturale della Val Camonica non si limiterà a restaurare lo straordinario numero di capolavori artistici concentrati in questa Valle, ma creerà posti di lavoro qualificati e stabili e già ha suscitato un nuovo spirito comunitario produttore di energie positive che trovano nella cultura la loro anima e la loro misura. Penso al grande valore delle belle storie emblematiche documentate nel nostro incontro odierno. Penso a tante città minori che non solo hanno salvaguardato il loro patrimonio storico ed artistico, ma lo hanno curato, valorizzato, divulgato, fatto diventare patrimonio di tutti. Ed in quest‟opera, spesso, la presenza del FAI è stata di stimolo, di guida, di aiuto.

E‟ giunto il momento di dire che quelli che lasciano andare in malora siti straordinari ed unici a livello mondiale, come Pompei, e non per mancanza di soldi, che è colossale bugia, ma per mancanza di interesse, di amore, di capacità organizzativa e manageriale, non sono solo dei cattivi ed incolti politici ed amministratori. Sono dei criminali economici, sono dei nemici istituzionali dell‟occupazione giovanile. E chi, per ignobili e disgustose faide personali, ha impedito il decollo dell‟Auditorium che persone generose e fondi europei hanno donato alla città di Ravello, un investimento così congeniale alla bellissima città della costa amalfitana e sicuro creatore di centinaia di posti di lavoro qualificati, pure appartiene alla categoria dei criminali economici. Anni fa lessi su un giornale tedesco un triste articolo-intervista di Muti sul “suo” conservatorio di San Pietro a Maiella, che era intitolato: “Wie viel Staub”; quanta polvere (depositata sui preziosi spartiti). Apprendo con gioia che negli ultimi anni al Conservatorio è stato fatto un eccellente lavoro di ricupero e rilancio. Ma perché non è radicato qui, con il sostegno di operatori privati, si domandava Muti, un grande festival internazionale sulla musica napoletana del „700, che “monnezza” permettendo, attirerebbe migliaia di studiosi ed appassionati da tutto il mondo? Perché Napoli stessa stenta a capire lo straordinario valore economico che, con pochi soldi, tanto amore, tanti giovani appassionati, e qualche amico, Antonio Loffredo ha realizzato ricuperando le catacombe di S. Gennaro e la straordinaria chiesa romanica di San Gennaro fuori mura, un nuovo affascinante itinerario culturale – turistico che è stato donato alla città e che ha arricchito la città di Napoli. Senza un euro di denaro pubblico e, per quello che so, senza neppure un grazie dai rappresentanti della città. Sotto le cortine fumogene continuamente emesse e sotto la cenere prodotta da una deplorevole classe politica che trasmette, con i suoi comportamenti, un‟immagine dell‟Italia deprimente e depressa che lascia sgomenti e umiliati, in mille luoghi un‟Italia seria, un‟Italia del lavoro e della cultura cerca e, spesso trova, nuove strade, nuova dignità, nuova speranza. E‟ qui che essa trova le radici del futuro, è qui che essa lavora per un presente più degno e per prospettive future che riaccendano la speranza. E‟ qui che si restaurano antichi manufatti e borghi non per il gusto di restaurare fine a se stesso, ma per ricostruire, insieme alle antiche mura diroccate, la speranza, con quello spirito e quello sguardo febbrile e ricco d‟amore che guidava il
giovane Francesco quando iniziò il suo viaggio nell‟eternità proprio ponendo mano al restauro ad una chiesetta rustica diroccata: San Damiano.

Credo che questi pochi ma eloquenti esempi concentrati su Napoli siano sufficienti per illustrare il mio assunto. Chi mai ripagherà Napoli, l‟Italia e il Mondo del dissesto dei colpi di machete, dagli immensi danni economici inferti allo straordinario patrimonio paesaggistico storico e artistico di Napoli? Il Prof. Freedberg ha detto: Napoli va protetta. E‟ un errore: Napoli va ricostruita, restaurata, nelle cose e nello spirito, come San Damiano. Perché è stata bombardata e mitragliata, come ai tempi delle 4 Giornate di Napoli, da amministratori pubblici inetti e corrotti. La tutela e la valorizzazione della cultura e della scienza e del patrimonio naturale, storico, artistico italiano non è una divagazione di anime belle, ne è un, sia pure disatteso, imperativo costituzionale. E‟ anche la chiave per capire l‟essenza del nuovo modello di sviluppo economico. Anche l‟eccellenza produttiva di tante imprese italiane del “Made in Italy”, delle quali siamo giustamente orgogliosi, ha proprio qui le sue radici.

Marco Vitale