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GALLI DELLA LOGGIA: DEMOCRAZIA DA CAMBIARE

settembre 2011 by:
democrazia da cambiare

“L’estate del 2011 sta facendo suonare un campanello d’allarme generale per tutti i regimi democratici”, crede Ernesto Galli della Loggia. Noi, che vorremmo un campanello forte come molte campane a martello, consideriamo fievole, esilissimo, l’allarme di questa estate. Non sa segnalare un pericolo incombente, non annuncia tempi nuovi. I regimi democratici della cui salvezza Galli d.L. si preoccupa meriterebbero un trauma brutale, un sisma distruttore.

Ad ogni modo il Nostro ha ragione su un punto centrale: col suffragio universale ciò che conta è raccogliere voti. Raccogliere voti vuol dire ormai una cosa sola, allargare la spesa pubblica e, ineluttabilmente, tassare. “E’ la regola generale dei regimi democratici. Hanno perduto di peso o sono svaniti i motivi di consenso di tipo politico-ideologico. Le motivazioni materiali hanno sostituito quelle immateriali. La crescita dei redditi e la rivoluzione dei consumi occupano sempre più l’orizzonte delle nostre società. Ogni elemento ideale è stato espulso. L’unica sostanza delle democrazie è diventata la tutela di sempre nuovi diritti (…) Di conseguenza la finanza è diventata l’effettivo padrone degli Stati, dei governi e della società nel suo complesso. Il vero disavanzo delle democrazie è il non saper essere che democrazie della spesa”.

Galli d.L. ha il merito grande di additare una soluzione (di solito i politologi non lo fanno; analizzano, sistematizzano, filano lana caprina). <C’è un’unica strada: trovare alla democrazia nuovi contenuti. Contro l’unidimensionalità economicistica riscoprire la politica; allargarne lo spazio ai valori essenziali che ci preme salvaguardare. Nei tempi, forse durissimi, che ci attendono, la sola speranza della democrazia è in una politica siffatta>.

Trovare alla democrazia nuovi contenuti. Sarebbe stato meglio se il politologo cui dobbiamo questa consegna sacrosanta avesse offerto esempi di nuovi contenuti. Lo facciamo noi, derivando dalla prima delle sue premesse “Tutto ha inizio col suffragio universale” la conseguenza obbligata. Ebbene, se la politica si è ridotta a ricerca dei voti attraverso la spesa, il suffragio -universale o ristretto- va abolito.

I politici hanno bisogno di voti per essere eletti. I cittadini qualificati, se costituiti attraverso il sorteggio in macrogiurie temporanee di legislatori/governanti per un turno breve, non allungabile né rinnovabile, non hanno bisogno di voti. Responsabili in proprio della cosa pubblica, impossibilitati a diventare politici di carriera, non allargheranno la spesa per vincere elezioni che non esisteranno più.

Altri ‘nuovi contenuti’ per la democrazia, aggiuntivi alla cancellazione del parlamentarismo a tutti i livelli. Per avere tanto saccheggiato, gli ex-politici dovrebbero espiare nei campi di lavoro. Idem i burocrati, in parte corrotti, in parte corruttibili: non si debellerà mai la corruzione senza un’incruenta decimazione, inevitabilmente affidata al sorteggio, dei funzionari. Alcuni innocenti perderebbero il posto, tutti i suoi colleghi imparerebbero; a tempo debito coloro che si dimostrassero innocenti al di là di ogni dubbio sarebbero reintegrati (ma senza indennizzi, altrimenti le lezioni sarebbero troppo leggere).

I ‘diritti acquisiti’ andrebbero espunti dal codice civile, in concomitanza con un ragionevole depotenziamento della proprietà privata. A più lungo termine la politica, rigenerata attraverso la democrazia diretta selettiva, dovrebbe -nel nome dell’antieconomicismo giustamente invocato da Galli d.L.- fermare la crescita e invertire il montare dei consumi: non con i corsi di etica, ma con la responsabilizzazione permanente e, perché no, con le leggi suntuarie e coll’austerità. Si tolga di mezzo chi non è d’accordo.

La globalizzazione non potrà che ridurre l’occupazione e il benessere nelle società industrializzate.  Tanto varrà riscoprire la sobrietà, la felicità di ripudiare il superfluo per vivere meglio. Redditi e pensioni andranno tagliati. Dovrà essere garantito solo il minimo vitale alle famiglie più povere. I ricchi andrebbero indotti, in sostanza costretti, a praticare una filantropia aggiuntiva agli esborsi fiscali: così facevano gli Andrew Carnegie e molti altri titani dell’economia americana, allora rampante.

Ovvia obiezione, i Carnegie elargivano perché quasi non pagavano tasse. Vero: ma se il collettivismo socialista è fallito, nemmeno il capitalismo è in buona salute. I tempi esigeranno il rilancio di una socialità senza scampo e senza larghezze -si mangia ciò che passa il convento-, magari modellata su non fortunate esperienze del passato. Così per esempio il Guild Socialism, sorto in Gran Bretagna un secolo fa nella tradizione  delle antiche confraternite di mutuo soccorso, presto sconfitto dalla voga di un laburismo destinato al finale disonore di Tony Blair, epperò consegnato -il Guild Socialism- a noi posteri dall’anglo-spagnolo Ramiro de Maeztu. Sorry, il marxismo è una distesa di cadaveri, il liberismo soffre di una pluralità di morbi incurabili, occorre cercare altrove.

Ci sarebbe pure la dottrina sociale della Chiesa, ma la Chiesa dovrebbe farsi rivoluzionaria.

l’Ussita