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IL TOGLIATTISMO PRECORSE L’ETICA BERLUSCONIANA?

ottobre 2011 by:

Solo un’ipotesi di lavoro. Il berlusconismo è un assetto segnato, oltre che dal leader carismatico, da un sistema di potere diffuso, da un ampio conformismo, da una struttura di  gravi disvalori. Ma tra il 1944 (rientro dall’Urss di Palmiro Togliatti), il 1964 (sua morte a Jalta) e il crollo della Prima repubblica la nostra sinistra ha conosciuto un leader carismatico, il Migliore; un sistema di potere diffuso; un pesante conformismo; una struttura di disvalori che il tempo, cioè la storia. ha messo duramente a nudo.

Ecco un’enunciazione a caso degli ideali di Togliatti. L’ilarità che la sua lettura suscita oggi, superiore allo sdegno, non può mascherare l’infamia dei principi affermati.  Nell’ottobre-novembre 1936 il n.10-11 de ‘L’Internationale Communiste’ recava l’articolo “Gli insegnamenti del processo di Mosca”: “E’ perché l’Unione Sovietica è il paese della democrazia più conseguente, dove i privilegi di classe sono stati distrutti, che i partiti estremisti della reazione e della guerra concentrano contro l’Unione Sovietica gli attacchi furiosi della loro stampa, si sforzano di distruggere la sua autorità sempre crescente, servendosi dei mezzi più ignobili e loschi. I banditi terroristi, smascherati grazie alla vigilanza degli organi di sicurezza dello stato proletario e annientati dalla giustizia proletaria, non furono altro che lo strumento della lotta disperata diretta dai fascisti contro l’Urss”. I banditi terroristi sono i trotzskisti  e i zinovievisti. “Qual è l’operaio, qual è l’amico sincero della libertà e della pace, che non capisce ciò che avrebbe significato per tutta l’umanità la realizzazione dei piani criminali di Trotski e degli altri banditi? La restaurazione del capitalismo in Russia! Coloro che hanno smascherato e annientato i banditi terroristi si sono resi benemeriti di fronte all’umanità intera. Il processo di Mosca è stato un atto di difesa della democrazia, della pace, del socialismo, della rivoluzione”.

“Ora, vi sono taluni che hanno osato parlare in difesa dei banditi terroristi, che hanno reclamato per essi delle ‘garanzie giuridiche’, che hanno tentato di strapparli alla condanna meritata che tutto il popolo esigeva contro di essi. Delle garanzie giuridiche? Non esiste al mondo che un solo tribunale il quale offra una garanzia assoluta di equità: è il tribunale proletario, opera giuridica della rivoluzione, che ha soppresso le radici di tutte le ingiustizie. Le masse operaie comprendono le necessità che impone la lotta internazionale del proletariato. Capiscono che la resistenza dei residui delle classi privilegiate sconfitte e distrutte assume forme particolarmente disperate, proprio quando le vittorie della classe operaia rendono inevitabile la loro definitiva scomparsa”.

La firma sotto queste affermazioni non era di un qualsiasi funzionario del Comintern, ma di uno dei suoi massimi esponenti, Palmiro Togliatti capo del Pci, prossimo a diventare il fiduciario di Stalin nella guerra di Spagna, e poi fino all’ultimo il luogotenente forse più vicino allo Zeus del comunismo mondiale. A Stalin si attribuiscono alcuni milioni di morti. Fece ammazzare in particolare tutti i capi della Rivoluzione d’Ottobre e numeri altissimi di dirigenti, di militanti russi e stranieri, di ufficiali dell’Armata Rossa compreso il suo capo, maresciallo Tuchaceskij. I processi di Mosca furono solo una delle molte stagioni del Terrore staliniano, chiuso, entro certi limiti, solo dalla morte del Generalissimo.

Lo stesso Togliatti che nel 1936 esaltava l’annientamento degli avversari ad opera del “tribunale proletario, opera giuridica della rivoluzione, l’unica corte al mondo che offra una garanzia assoluta di equità” è l’appena insediato ministro del governo Badoglio a Salerno il quale, pochi giorni dopo l’assassinio (Firenze, 15 aprile 1944) di Giovanni Gentile, scrisse sulla ‘Unità’ di  Napoli una nota in cui definiva il filosofo ‘traditore volgarissimo’, ‘bandito politico’, ‘camorrista’, ‘corruttore di tutta la vita intellettuale italiana’, “Parlando di Giovanni Gentile, condannato a morte dai patrioti italiani e giustiziato cone traditore della patria, non riesco a prendere il tono untuoso di chi, facendo il necrologio di una canaglia, dissimula il suo pensiero e la verità col pretesto del rispetto ai morti”.

Togliatti, ha osservato in proposito l’amb. Sergio Romano, non si limitò a questo. Affinché il suo giudizio su Giovanni Gentile divenisse il giudizio della cultura comunista, egli volle che ‘Rinascita’ pubblicasse un articolo di Concetto Marchesi preceduto da una nota intitolata ‘Sentenza di morte’: l’articolo elogiava la sentenza “eseguita da giovani generosi. Per volere ed eroismo di popolo, giustizia è stata fatta”. L’eroismo di popolo si spinse a chiedere al filosofo, che rientrava a casa senza scorta, ‘Lei è Giovanni Gentile?’ Alla risposta, la giustizia proletaria del Gap fiorentino  ‘annientò’. Peccato che Enzo Enriques Agnoletti, a nome del CLN fiorentino, condannò senza mezzi termini l’uccisione di un filosofo insigne il quale si era ripetutamente adoperato a favore di avversari del fascismo morente.

Lo stile maramaldesco con cui Togliatti inneggiò al crimine di Firenze rafforza la sua immagine  quale uno dei massimi luogotenenti e sicari di Stalin in Italia, Spagna e altrove. Quasi un vice-Stalin fuori dell’Urss. Sergio Romano rimarcò che nella stessa primavera del 1944 Togliatti aggiunse un’azione “non meno brutale e spregiudicata” contro Benedetto Croce. “Brutalità e spregiudicatezza erano necessarie al disegno di Togliatti, perché dall’idealismo gentiliano e crociano si apprestava a recuperare materiali importanti per la variante italiana del marxismo-leninismo”. Quanto a brutalità l’uomo di Arcore, pur così lestofante, non è stato all’altezza del Precursore.

L’ex-ambasciatore a Mosca, naturalmente, sbagliava a considerare il comunismo stalinista una cosa del passato. Dimenticava che i popoli dell’Urss e dell’intero campo socialista planetario vivono un acerbo rimpianto del comunismo stalinista, di cui Togliatti fu quasi numero Due. E che alla prima occasione tenteranno di restaurare il regno della rivoluzione proletaria, munito di giustizia annientatrice come a Mosca nel 1936 e a Firenze nel ’44.

A partire dal secondo gabinetto De Gasperi,  Togliatti non fu più ministro (della Giustizia: non era stato un’autorità in materia di giustizia proletaria e di processi benemeriti?) ma il suo potere persino aumentò. Sistemò migliaia di suoi e sue nella cosa pubblica, facendo in modo che ci restassero in grande nei 47 anni che seguirono la sua morte a Jalta. Lo spirito/carisma del Migliore aleggia ancora sui massimi palazzi della Repubblica: non uno escluso.

Togliatti non dimenticò la sua signorile compagna Leonilde Iotti. Deputata alla Costituente a 26 anni (1946) e poi sempre rieletta, in totale 53 anni di carica, fino all’anno della morte (record assoluto); presidente della Camera tra il 1979 e il ’92, riverita da ogni parte quale First Vedova e come Signora della Politica. Nei nostri giorni di odii alla Casta, Nilde sarebbe un caso estremo di conflitto d’interessi, baronato, familismo, ecc.

Ma, per tornare al nostro incipit, quanti suoi e sue non ha innalzato l’Integerrimo da Arcore?

A.M.C.