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GLI INDIGNATI SONO INDIGNATI MA NON TUTTI CRIMINALI

novembre 2011 by:
USA OCCUPY LA PROTEST

Anzi, non solo vanno capiti ma dobbiamo ringraziarli per la loro discesa in campo in quanto tentano di rompere la crosta dura dell’ebetismo di un finanzcapitalismo criminale e di una classe dirigente (a partire da Obama) incapace di combattere la battaglia per un nuovo ordinamento finanziario del quale il mondo aveva ed ha un disperato bisogno. Non è un caso che non equivoci sostenitori dell’economia di mercato e del capitalismo, come il premio Nobel per l’economia Krugman, il governatore della Bce Draghi, il grande operatore finanziario Soros, abbiano detto: gli indignati hanno ragione. Hanno ragione perché questo finanzcapitalismo di rapina deve cambiare se vogliamo tornare ad investire sul futuro, per i giovani, per la democrazia sostanziale, per una società più giusta e quindi più libera. Ma, denuncia Luciano Gallino (e noi siamo d’accordo), anche dopo la tremenda lezione del 2008-2009, ben poco si è fatto per correggere la rotta.

Gli incresciosi, dolorosi, inaccettabili scontri romani del 15 ottobre devono essere condannati senza se e senza ma. Ciò detto, con fermezza, non è possibile liquidare il tutto con l’affermazione semplificatrice ed ingannevole: sono tutti criminali, come alcuni giornali hanno fatto.
Penso che non siano criminali neanche tutti gli autori delle violenze, anche se tra loro vi erano certamente soggetti criminali e, forse, pagati per esserlo. Tutti, comunque, devono essere puniti per le loro violenze, così come puniti devono essere quei responsabili che, mi auguro, senza intenzione, non hanno saputo prevedere e contenere la violenza, come il loro mestiere avrebbe richiesto. È così difficile stabilire che in queste manifestazioni non si possano indossare passamontagna e caschi, come si fa in Germania? È così difficile stabilire che non si possono portare zaini o altri simili contenitori? È così difficile intercettare i più pericolosi, che vengono in genere da lontano, con pullman organizzati, dei quali l’”intelligence” sa tutto o dovrebbe sapere tutto? È così difficile mettere in vari passaggi del corteo dei filtri e posti di blocco?

Ma certamente criminali non sono gli organizzatori della manifestazione ed i tanti che manifestavano senza violenza, anche se certamente con ostilità al sistema, come in tante altre città del mondo, compresa Milano, contro una situazione economica, sociale, politica, inaccettabile. Di questi voglio parlare e non dei black block.

Questi non vanno “capiti” come qualcuno ha detto. Vanno ringraziati per la loro discesa in campo. Senza una vigorosa energia sociale, infatti, espressa dai giovani e dal movimento degli indignati e senza un poderoso sforzo di innovazione culturale, la Grande Crisi – nel mezzo della quale ci troviamo – finirà peggio di quella degli anni Trenta. Non è facile spiegare ciò, evitando di cadere nel terrorismo psicologico, che è l’ultima delle mie intenzioni. Non è facile perché il 90% dell’apparato accademico mondiale, sia di economisti che di sociologi, non ha mai voluto guardare a fondo in questa crisi, nelle sue radici e nella sua natura epocale, e continua a non volerlo fare, gingillandosi con letture congiunturali e minimaliste e limitandosi ad invocare una non meglio precisata “crescita” che, andando avanti così, non ci sarà mai, almeno nel senso che loro intendono. Il grosso dell’accademica non ha mai voluto parlare il linguaggio della verità, per il semplice motivo che alla maggioranza di loro sta bene così. Non è facile spiegare ciò, perché anche i governi non parlano il linguaggio della verità e scaricano sulle prossime generazioni un debito immane sostenuto per salvare banche, banchieri e finanzieri, o incapaci o bancarottieri o entrambi, il cui posto, in un mondo minimamente giusto, dovrebbe essere la galera.

La delusione Obama

Obama aveva sollevato molte speranze nel corso della campagna elettorale, quando pronunciò discorsi ispirati, certamente scritti da qualche giovane di talento, nei quali sosteneva le ragioni di “Main Street” verso “Wall Street” e assumeva un impegno per correggere il sistema. Ma quando affidò la politica economica ad un terzetto emanazione di Wall Street (Summer, Rubin, Geithner; i primi due tra l’altro, autori dei principali provvedimenti che, sotto Clinton, avevano accelerato la corsa alla irresponsabilità finanziaria del finanzcapitalismo) si capì che Obama aveva concluso una specie di accordo con Wall Street e che non sarebbe stato lui a combattere la battaglia per un nuovo ordinamento finanziario del quale il mondo aveva ed ha un disperato bisogno.

D’altra parte i leader politici europei hanno mostrato una tale mancanza di leadership ed una tale insipienza da trasformare la piccola bancarotta della piccola Grecia in una minaccia per la stabilità mondiale. La stessa Chiesa cattolica non ha mai alzato una voce profetica contro l’immoralità e l’ingiustizia montante, ma preferendo rifugiarsi in documenti da ufficio studi, sia pure qualificato, come è il caso della “Caritas in Veritate”. Solo in questi giorni il Pontificio Consiglio Giustizia e Pace ha emesso un documento che, finalmente, prende decisa posizione sul tema in termini che, dalle anticipazioni stampa, appaiono condivisibili.

Di fronte a questo vuoto di verità e di speranza e ad un contestuale martellamento terroristico sulle prospettive senza speranza per i giovani, le nuove generazioni si sentono confuse, demoralizzate, ingannate. E quindi finalmente sono scese in campo cercando di esprimere quegli anticorpi che le classi dirigenti di un mondo gravemente malato, non sanno e non vogliono più esprimere.

Finanzcapitalismo

Fortunatamente non tutto il mondo accademico è asservito al potere e, ogni tanto, esce qualche libro che parla il linguaggio della verità ed aiuta a capire come stanno realmente le cose. È questo il caso dell’ultimo libro di uno dei migliori sociologi italiani, Luciano Gallino (Finanzcapitalismo, Einaudi, 2011), al quale dobbiamo già molta gratitudine per altri libri importanti e liberi. È un libro di grande valore, la cui lettura mi sento di raccomandare a tutti quelli che vogliono capire perché gli indignati sono indignati e per ché noi dobbiamo essere loro grati per ciò. Mi servirò dunque anche dell’aiuto di questo libro per sviluppare la mia analisi, anche perché se esso è più profondo e documentato del mio “Passaggio al Futuro, oltre la crisi attraverso la crisi (Egea 2010)”, esso si muove, tuttavia, secondo linee interpretative di fondo molto coincidenti con le mie.

La crisi economico-finanziaria resasi evidente nel 2008 e che nel 2011 è entrata in una nuova fase pericolosissima è, in realtà, collegata direttamente con quella del 2001, scatenata dallo scoppio della bolla dei titoli tecnologici. Scoppiata la bolla mobiliare infatti, partì la bolla immobiliare. Sottostante ad entrambe la politica monetaria e creditizia super rilassata del duo Greenspan – Bernanke. È già, quindi, da un decennio che il mondo è sconvolto dalla crisi. Ma nel 2001 era già da vent’anni che la crisi era in gestazione. Essa era non solo prevedibile ma “annunciata” (Zamagni) e “inevitabile” (Vitale, 2001).

I fattori chiave di questa gestazione possono essere così riassunti:

° a partire dagli anni Ottanta è iniziata una finanziarizzazione dell’economia mondiale di proporzioni gigantesche, che può essere sintetizzata in pochi dati. Nel 1980 gli attivi finanziari equivalevano al Pil mondiale. Nel 2007 gli stessi superavano per quattro volte il Pil mondiale. Nel frattempo in 51 Paesi sui 73 per i quali si dispongono dei dati la quota dei redditi di lavoro sul PIL è scesa in media di 9 punti nelle economie avanzate, di 10 punti in Asia, di 13 punti in America Latina. I punti persi dai redditi di lavoro sono andati ai redditi finanziari;

° contestualmente è avvenuta una gigantesca distribuzione del reddito dal basso verso l’alto operata mediante tre strumenti: salari bassi e stagnanti, forte riduzione dell’imposizione fiscale effettiva sui redditi più alti, forte riduzione effettiva delle imposte pagate dalle imprese. Riferendosi agli USA, epicentro e guida del fenomeno, nel periodo 1973-2007 la quota di reddito afferente il 10% più benestante della popolazione è salita dal 33% al 50%. Analoga gigantesca concentrazione si è verificata negli USA di ricchezza patrimoniale, che ha raggiunto lo stesso livello che aveva esattamente nel 1928. Ma anche questo è un fenomeno mondiale: i 1000 individui più ricchi del mondo hanno un patrimonio netto di poco inferiore al doppio del patrimonio totale dei 2,5 miliardi di individui più poveri. Analoghi fenomeni si sono verificati in molti altri Paesi e gli USA sono seguiti da Inghilterra e Italia nell’ordine.

Questo fenomeno sconvolgente l’assetto di una economia basata sulla crescita di una solida classe media che ha caratterizzato il periodo dal 1944 al 1980 non è frutto del caso né della globalizzazione, come qualcuno dice. È frutto di una politica deliberata e dichiarata, basata su una esplicita ideologia neo-liberale, nell’ambito della quale si è sostenuto che le diseguaglianze crescenti sono il motore della crescita. Condivido la tesi che “l’estrazione di reddito dalla popolazione lavoratrice della classe dominante ha raggiunto un limite invalicabile” (L. Gallino). Ora ci troviamo con gli USA, che producono ancora il quarto del Pil mondiale, che hanno il debito privato/pubblico (cioè famiglie, imprese, pubblica amministrazione) più alto del mondo; una rapidissima crescita del debito pubblico salito da una media nel decennio precedente del 30% del PIL al 90% nel 2010; un debito verso l’estero che nel 2007 toccava gli 11 trilioni di dollari;

° quelli sopra illustrati sono i due grandi squilibri che l’esplosione della crisi ha posto in luce, squilibri che trovano la loro base filosofica e politica in una pensiero concentrato sull’estrazione di valore piuttosto che sulla creazione di valore. A questi squilibri-obiettivi si aggiungono le distorsioni del sistema che sono state ormai ben sviscerate ma che hanno più la natura di mezzi per raggiungere quegli obiettivi che di vere e proprie cause. Metto qui: l’esplosione della finanza ombra, con tutti i suoi marchingegni (veicoli fuori bilancio, esplosione dei derivati “over the counter”, strumenti finanziari complessi e superopachi come: CdO, Cds, esplosione dei mutui subprime) che ha portato una enorme pletora di enti a battere moneta fuori da ogni controllo e da ogni regia; fantasmagoriche teorie e modelli economici sul monitoraggio dei rischi, emanazione di discipline fisiche e matematiche; vistosissimo spostamento dell’attività bancaria dal finanziamento delle attività produttive alle attività finanziarie e speculative (negli USA gli attivi formati da prestiti alle attività commerciali sono scesi dal 26% del 1985 al 10% del 2005.

Nello stesso periodo le banche hanno accresciuto di oltre sei volte il reddito totale (dal 7% del 1980 al 44% del 2007) proveniente da attività di trading (commissioni, plusvalenze, margini su operazioni di acquisizioni e fusioni); spremitura di risorse naturali per ottenere guadagni di capitale a breve, attraverso la cosiddetta “valorizzazione” di risorse naturali; formazione di feroci oligopoli nell’agroalimentare (la metà del mercato globale è controllato da dieci corporation; l’85% del commercio mondiale delle granaglie è in mano a tre corporation; altre tre controllano l’83% del commercio di cacao);

° questo gigantesco processo di concentrazione di redditi, di ricchezza, di potere, si potrebbe pensare avrebbe portato, almeno, ad un sistema finanziario solido. Ricchi, solidi, potenti, come la classe nobiliare prima della rivoluzione francese, come i baroni siciliani al loro apogeo, come i grandi “rubber baron” americani alla fine dell’800. Invece questi sono riusciti a diventare grandi aspiratori e concentratori di ricchezza ed al contempo a dar vita ad un sistema finanziario e bancario di estrema fragilità sistematica, basato come è su una leva eccessiva e su nuovi tipi di denaro, circolante per l’80% senza alcun controllo in volumi dell’ordine di un quadrilione di dollari, quali i derivati.

Sono super ricchi ma super fragili perché non sono classe dirigente. Sono ladri: “Posto che il denaro è anzitutto una promessa di valore, chiunque possiede la facoltà di creare denaro purché sia disposto, in via di principio, ad assumersi la responsabilità di far fronte al contenuto ed ai tempi della promessa”. Ed è proprio su questa responsabilità che si gioca la differenza tra classe dirigente e ladri. Sono pertanto ancora una volta d’accordo con Luciano Gallino quando scrive: “A motivo della sua considerevole fragilità intrinseca, la mega-macchina sociale denominata finanzcapitalismo rappresenta il maggior generatore di insicurezza socio-economica che il mondo moderno abbia finora conosciuto. Essa è strettamente intrecciata alla produzione di smisurate disuguaglianze; al deterioramento delle condizioni di lavoro nei Paesi sviluppati e al mantenimento di esse a bassi livelli per la maggior parte della popolazione dei Paesi emergenti; alla progressiva distruzione degli ecosistemi e alla devastazione dell’agricoltura tradizionale a favore di un modello rivelatosi incapace di nutrire il mondo. L’ascesa finora incontenibile della mega-macchina che svolge simili funzioni è un fattore centrale del degrado della civiltà – mondo…. La crisi economica (è ormai) crisi di civiltà”;

° uno degli strumenti ideologici principali per realizzare questo processo è stato il trionfo di un principio delirante e cioè il principio della “massimizzazione del valore per l’azionista come paradigma cui deve attenersi il management di qualsiasi società, industriale o finanziaria che sia. Esso ha incentivato i manager, e per certi aspetti li ha obbligati, a prendere decisioni tattiche e strategiche che guardano non al fatturato, alle vendite, ai volumi produttivi, all’occupazione, agli utili di gestione, agli investimenti in capitale fisso e ricerca e sviluppo, ma in primo luogo alle quotazioni giornaliere dei titoli della propria società in borsa. Nonché, occorre dire, alle proprie opzioni sulle azioni, divenute una parte maggioritaria dei compensi dei manager. (Luciano Gallino). Su questo punto, assolutamente decisivo, e che ha orientato tutto il sistema al breve termine mi permetto di rinviare al capitolo 6 del mio libro “Passaggio al Futuro, oltre la crisi attraverso la crisi”, dove il tema è analizzato a fondo sino al solenne epitaffio del Financial Times del 16 marzo 2009: “Shareholder value maximization is dead”.

L’agenda del “to do”

In conclusione, sul piano della struttura finanziaria, le cose cruciali da fare sono poche e le principali sono:

° bisogna procedere ad una graduale ma drastica riduzione delle dimensioni globali del sistema finanziario riconducendolo alla sua funzione di mezzo fondamentale di sostegno dell’economia produttiva (“narrow banking”);

° dovrebbe essere eliminata la finanza ombra riportando in bilancio tutte le attività detenute fuori bilancio dalle grandi holding finanziarie. È con tali mezzi che gli istituti finanziari hanno portato l’effetto leva al folle 30 a 1. Qualche piccolo passo in questa direzione fa Basilea 3 (settembre 2010) con disposizioni per la cui applicazione si rinvia, peraltro, al 2011;

° occorre regolare in modo stringente il mercato dei derivati OTC e molti strumenti intenzionalmente troppo complessi come tanti CDO e CDS dovrebbero essere proibiti:

° andrebbe fortemente limitata la cartolarizzazione dei crediti;

° molti aspetti della gestione dei rischi bancari andrebbero fortemente rivisti.

Tutto questo per poter riorientare il sistema economico-finanziario verso il finanziamento dello sviluppo, degli investimenti, dell’occupazione. Nulla di tutto questo sta avvenendo in modo serio, al di là delle cortine di chiacchiere dei vari congressi internazionali.

Le ragioni degli indignati

Questi sono i fatti che gli indignati non conoscono con precisione perché nessuna forza politica, nessuna forza sindacale, nessun movimento culturale, nessun grande giornale, nessuna televisione, nessuna facoltà di economia, nessun dibattito parlamentare li spiega loro con chiarezza e ne fa oggetto di un disegno politico, alternativo, a lungo termine, un progetto di correzione di questo finanzcapitalismo criminale. Ma ormai molti li percepiscono, sia pure confusamente, e l’unica cosa che si sentono rispondere, quasi con sadismo, è che non c’è e non ci sarà mai più lavoro per i giovani; e che non ci sono più soldi. Che si facciano una ragione: precari sono e incapaci di badare a se stessi e tali resteranno. Per sempre? Non si sa; si vedrà. E poi perché sono così petulanti e ansiosi? Perché tante domande?

I più informati sanno che l’attacco non è al capitalismo ed all’economia di mercato, ma al capitalismo di rapina che si è concretizzato negli ultimi trent’anni ed a tutti coloro che il mercato lo hanno manipolato, ferito, umiliato, trafitto, attraverso truffe di ogni tipo, oligopoli, monopoli, collusioni con governi o enti governativi. Non è un caso che non equivoci sostenitori dell’economia di mercato e del capitalismo, come il premio Nobel per l’economia Krugman, il governatore della Bce Draghi, il grande operatore finanziario Soros, hanno detto: gli indignati hanno ragione. Ma per poter parlare così è però necessario essere persone libere, e le persone libere sono in numero esiguo.

Hanno ragione gli indignati, perché questo infame finanzcapitalismo di rapina deve cambiare, se vogliamo tornare ad investire sul futuro, per i giovani, per la democrazia sostanziale, per una società più giusta e quindi più libera; se vogliamo contenere i rischi di un collasso generale, che è ormai possibile e che rischia di essere catastrofale.

Io credo di avere le carte in regola per dire queste cose, perché è da una vita che mi batto contro il finanzcapitalismo di rapina e per il capitalismo democratico, e perché è dal 2001 (nel mio libro: America. Punto e a capo) che ho denunciato il “pacco” che la finanza americana stava rifilando agli americani ed al resto del mondo. Ma, come illustra con efficacia Luciano Gallino, anche dopo la tremenda lezione del 2008-2009, ben poco (io dico: praticamente nulla) si è fatto per correggere la rotta:

° le banche che erano considerate TBTF (too big to fail) sono oggi ancora più grandi.

Nel 2010 queste grandi banche salvate, senza condizioni, dai governi hanno iniziato ad attaccare il debito pubblico degli Stati, cresciuto a dismisura proprio grazie agli aiuti forniti al sistema finanziario ed agli stimoli concessi all’economia per contrastare gli effetti delle loro stesse azioni; in America il Safe Banking Act l’unica proposta seria perché stabiliva che nessuna banca poteva possedere più del 10% del totale nazionale dei depositi e che nessuna banca poteva avere oltre il 2% del Pil come esposizione non depositaria, è stato rapidamente bocciato.

° Nessuna delle ottime raccomandazioni per un mondo più sicuro promosse dall’ex segretario dell’ONU Kofi Amman si è materializzata.

Gli Stati Uniti hanno approvato una legge di riforma (estate 2010), il Dodd-Frank Act, che contiene anche qualche spunto positivo, ma che non contiene niente di serio sui punti cruciali: riduzione delle dimensioni globali del sistema finanziario; riduzione delle dimensioni delle banche “troppo grandi per fallire”; separazione tra attività di credito e attività d’investimento; mancata eliminazione o riduzione della finanza ombra che fa capo alle banche (società condotte o veicoli per i fuori bilancio); limitazione della cartolarizzazione dei crediti; regolamentazione dei derivati (che viene in pratica rinviata ai decreti attuativi). Inoltre il provvedimento è estremamente macchinoso e, per entrare in vigore (non prima del 2015) richiede la realizzazione di almeno 530 decreti attuativi.

Anche i documenti sui quali si sta lavorando in sede di Unione Europea sono fortemente insufficienti e deludenti.

L’unico Paese che ha elaborato proposte serie è il Regno Unito dove la Financial Services Authority (FSA) ha elaborato, per ora solo proposte, basate sulla seguente corretta filosofia. È necessario “restringere il rango di attività in cui possono impegnarsi le maggiori istituzioni finanziarie, oppure la misura in cui possono impegnarsi in attività ad alto rischio. Questo perché nella crisi in atto la fonte principale di molte difficoltà istituzionali è stata l’eccessiva espansione (delle banche) in attività che vanno ben al di là del nucleo dei loro affari. Un ulteriore passo su questa strada potrebbe includere la creazione di “banche ristrette” (narrow banks) la cui funzione risiederebbe nel fornire prestiti e servizi di pagamento, mentre le attività di investimento sarebbero limitate ad attivi “sicuri” …. Inoltre si potrebbe pensare a restringere le dimensioni delle istituzioni finanziarie, in termini assoluti o in rapporto alla grandezza del particolare mercato in cui operano… Tale approccio punterebbe a evitare in primo luogo che qualsiasi istituzione possa diventare troppo grande per fallire”.

° Ma soprattutto non si è visto, se non in casi isolati (e assolutamente minoritari): l’assunzione di responsabilità da parte delle classi dirigenti sia finanziarie che accademiche (scrive Gallino che la consistenza numerica degli accademici critici si misura in percentuali ad una cifra, ma esistono), che manageriali, che sindacali, che politiche; né uno sforzo di pensiero nuovo; né qualche atto di generosità intellettuale e morale. Anzi, anche se la legge americana, il Dodd-Frank Ac, fosse, in buona sostanza, aria fritta, Wall Street ha speso, in due anni, 300 milioni di dollari per sbarrargli la strada. “Le risorse di cui dispone il finanzcapitalismo per difendere il proprio dominio in ogni ambito dell’organizzazione sociale sono praticamente infinite. Al confronto quelle di cui dispongono il pensiero critico, le organizzazioni non governative, i movimenti e le formazioni politiche che ad esso si oppongono e la stessa ONU, sono irrisorie” (L. Gallino);

Poi è arrivato il 2010: “L’anno in cui il finanzcapitalismo ha disvelato il suo ultimo capolavoro: rappresentare il crescente debito pubblico degli Stati non come l’effetto di lungo periodo delle sue proprie sregolatezze e dei suoi vizi strutturali, lungamente sostenuti ed incentivati dalla politica, bensì come l’effetto di concezione di lavoro e di uno stato sociale eccessivamente generoso”. (L. Gallino). Io sono totalmente d’accordo con Gallino quando conclude che “un’economia che presenta caratteristiche di tal genere va giudicata patologicamente irrazionale”.

Questo è il quadro di fronte al quale si trovano gli indignati. Trovo molto significativo il fatto che questo movimento internazionale non si sia messo in moto quando la crisi è diventata palese ed acuta nel 2008-2009, ma quando si è visto che la capacità del sistema di reagire e correggere la rotta erano prossime allo zero. Allora è subentrata la disperazione, la paura, lo scoraggiamento, l’indignazione. La posizione degli indignati è anche un disperato tentativo di reagire allo scoramento.

Le prospettive appaiono effettivamente disperate. Ma il futuro è, come sempre, aperto. Dipende da noi e soprattutto da cosa sapranno fare le nuove generazioni. Sapranno indirizzare le loro energie in direzioni costruttive? Riusciranno ad incrociarsi con quei membri responsabili delle classi dirigenti, che li potranno aiutare ad imboccare la via giusta, che non è certo quella della violenza, ma è quella della verità, della speranza, della conoscenza. Allora potrà anche avverarsi la previsione positiva dell’economista e scienziato politico brasiliano Luiz Carlos Bresser–Pereira (citato in L. Gallino pag. 313), che parla di un nuovo capitalismo: “Il nuovo capitalismo che emergerà da questa crisi riprenderà probabilmente le tendenze che erano presenti nel capitalismo tecno-burocratico, in particolare nei trent’anni gloriosi (1947-1977). In campo economico, la globalizzazione continuerà ad avanzare nel settore del commercio e della produzione, non in quello finanziario; in campo sociale, la classe professionale e il capitalismo basato sulla conoscenza continueranno a prosperare; a titolo di scambio, in campo politico lo stato democratico diventerà socialmente più orientato, e la democrazia più partecipativa”.

Certo che è ormai chiaro che le classi dirigenti tecnocratiche, da sole, non sono capaci di correggere un bel niente. Se lasciamo fare solo a loro siamo spacciati. È necessaria una azione dei cittadini, un’azione democratica forte, per ottenere le riforme finanziarie indispensabili alla nostra salvezza. Cito ancora Gallino con il quale totalmente concordo: “L’architettura del sistema finanziario mondiale, quale si è sviluppata dagli anni Ottanta, presenta una serie di gravi difetti strutturali. Essi hanno fortemente contribuito alla crisi che si è manifestata a partire dall’estate 2007, e ne stanno preparando una ancora più grave, a meno che non vengano effettuate entro un tempo ragionevole delle riforme mirate a vasti interventi di ristrutturazione. Sono i cittadini che dovrebbero richiederle ai Parlamenti nazionali, al Parlamento di Strasburgo, alla Commissione Europea. Se non saranno loro a levare la voce, nel senso hirschmanniano dell’espressione già ricordato, le lobby della finanza riusciranno ad annacquare sino all’insignificanza qualsiasi riforma tocchi i loro interessi e il sistema che li sostiene, diretto a finanziarizzare il mondo quali che siano i rischi di un disastro finale. Non è una figura retorica. Secondo quanto racconta nel suo libro il ministro tedesco delle Finanze di allora, Peer Steinbrueck, che ebbe un ruolo importante nel gestire la crisi in contatto con il governo americano, nell’autunno 2008 il mondo si trovò davvero sull’orlo dell’abisso. Ossia di un crollo generale dell’economia nei cinque continenti, inclusi finanza e industria, servizi e scambi commerciali. Si tratta di questioni che sono vitali per i cittadini, ma di cui perfino la politica, che dovrebbe tutelarli e orientarli, sembra essere all’oscuro”.

Si tratta di un’azione indispensabile ma difficilissima, perché “Il finanzcapitalismo ha reso grande parte della popolazione mondiale o materialmente impotente o psichicamente sottomessa” e la maggior parte degli “opinion leader” sono a libro paga del finanzcapitalismo. Per questo non solo dobbiamo capire ma essere grati agli indignati che tentano di rompere la crosta dura dell’ebetismo.

Marco Vitale