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MONTI SI ISPIRI ALL’ALBA MEIJI DELLA GRANDEZZA NIPPONICA

novembre 2011 by:

First things first. Per il momento Mario Monti deve riuscire a scongiurare l’insolvenza. Ma quando ci sarà riuscito, allunghi lo sguardo e il tiro. Se vorrà attuare la Ricostruzione che ha annunciato, ripensi la gigantesca impresa di 143 anni fa, quando un pugno di statisti aristocratici cui egli potrebbe assomigliare inventarono il Giappone moderno, un fatto più miracoloso che la riedificazione dalle macerie del 1945 e che la successiva conquista di molti primati assoluti. 143 anni fa, 1868, pochi ottimati attorno a un imperatore di sedici anni -Mutsuhito, poi assurto alla gloria come Meiji Tenno, abbatterono un regime ‘merovingio’, cioè inetto e nocivo, che durava ininterrotto dal 1603, ma la cui tradizione risaliva all’ultimo decennio del XII secolo d.C.

Sette secoli prima la sovranità era passata dal Mikado, l’imperatore, allo Shogun, capo militare e in realtà detentore unico del potere esecutivo. L’imperatore, come discendente degli dei che regnarono sulla nazione preistorica, restò fino al 1868 un simbolo, un sommo sacerdote, inaccessibile, incarnazione della patria e della storia, ma del tutto impotente. Il vero monarca era lo shogun ereditario, dal 1603 un membro della casata Tokugawa. Un regime immutabile e intoccabile, che aveva mummificato l’impero del Sol Levante. Nel 1868, quando l’Occidente trionfava come assieme di società avanzate, il Giappone era un paese rurale, di poco cambiato rispetto al medioevo, retto da princìpi e strutture medievali, tradizionalmente dilaniato dalle guerre intestine: i potenti daimyo, grandi feudatari che regnavano su principati quasi sovrani, si affrontavano frequentemente in battaglie campali degli eserciti di samurai loro vassalli. La stessa restaurazione imperiale Meiji venne dopo una guerra civile.

Dopo tanti secoli di immobilismo il paese era rimasto primitivo. Sotto la casta dei feudatari la massa contadina era fatta in pratica di servi della gleba; anche gli artigiani e i commercianti erano prigionieri di uno status di soggezione. I mali dell’arretratezza segnavano la normalità.

La Restaurazione del 1868 si identifica col nome di Mutsuhito. Come già accennato, la pattuglia di consiglieri capeggiata dall’imperatore sedicenne “instaurò” la modernità nel nome di princìpi che sembrano quelli della Ricostruzione annunciata da Mario Monti: collaborazione tra le classi e le sezioni del paese; abbandono delle “antiche, assurde usanze”; consolidamento dell’impero “ricercando la saggezza in ogni parte del mondo”; innovazioni molto audaci.

Le opere seguirono immediatamente: esproprio delle vaste proprietà terriere dello shogun e dei feudatari. Modernizzazione del fisco. I samurai privati del ruolo di guerrieri e ridotti a pensionati dello Stato. Istruzione elementare per tutti (1872). Coscrizione obbligatoria. Svecchiamento generale delle strutture. Furono ingaggiati esperti nei paesi più avanzati (p.es. in Gran Bretagna per la marina,  in Germania per l’esercito, negli Stati Uniti per le materie economiche). I giovani più promettenti furono mandati all’estero per imparare. Nacquero le ferrovie, i telegrafi, le strade carrozzabili, le comunicazioni in generale, le banche. Grandi industrie furono finanziate dalla mano pubblica. Sorse uno Stato nuovo, incredibilmente dinamico, destinato anche a cancellare di colpo la passata soggezione quasi-coloniale alle potenze occidentali, solo in parte meno grave della soggezione della Cina dopo la sconfitta nella guerra dell’oppio. Nel 1854, a Yokoyama, i minacciosi cannoni americani del commodoro Perry avevano costretto il Giappone ad aprirsi agli occidentali e questo aveva esasperato il nazionalismo nipponico.

I risultati arrivarono fulminei. Nel 1876 si apre la conquista della Corea. Nel 1895 il Giappone sconfigge duramente l’impero cinese. Dieci anni dopo consegue strepitose vittorie sulla Russia zarista, fino a quel momento considerata possente. Al largo di Tsushima la flotta dell’ammiraglio Togo sbaraglia completamente la squadra russa, accorsa dal  Baltico, circumnavigando l’Europa e il Continente nero, per tentare di fermare un Giappone ormai molto temibile. Gli ultimi sviluppi fanno acquistare Mukden, Formosa, le Pescadores, parte dell’isola di Sakhalin, mentre si rafforza la presa sulla Corea. Sia pure con qualche apporto dall’estero, le navi e le armi sono state costruite in Giappone. Il mondo assiste stupefatto all’improvvisa trasfigurazione, da paese di contadini e di pescatori a grande Stato industriale e militare, capace di misurarsi con le massime nazioni del mondo.

Se è straordinario il fenomeno della fulminea acquisizione delle conquiste tecnologiche che in Europa ed in America avevano richiesto più di un secolo e in Cina erano allora impossibili, ancora più sorprendente è che un paese arretrato, povero di materie prime, abbia trovato le risorse finanziarie per il balzo in avanti più clamoroso della storia moderna. La spiegazione: la Restaurazione, cioè un team di vibranti decisori aristocratici (Ito, Inuye e pochi altri attorno al giovanissimo imperatore), ha tolto  allo shogun ed ai feudatari la terra, allora massima ricchezza del Giappone, e ne ha fatto il capitale di un tumultuoso sviluppo. Un fatto rivoluzionario, attuato fulmineamente dall’alto dal vertice di un sistema di destra.

E’ qui la lezione e la sfida per un Mario Monti statista e ‘ricostruttore’ invece che gestore e potenziale politico: operare il più possibile come i sodali di Meiji Tenno. Avere la temerarietà di fare dall’alto e da destra -in modi irrituali e alleandosi con la nazione invece che coi partiti- l’energica demolizione di un assetto che nel futuro ha soprattutto il declino, ideale più ancora che economico.

E’ facile sghignazzare di queste ubbie. Ma ubbia apparve ai benpensanti misoneisti l’eruzione di energia nipponica nei pochi anni tra il 1868 e l’apoteosi di Tsushima.

A.M.Calderazzi