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QUANDO “LA CASTA” ERA D’ESEMPIO

novembre 2011 by:

Massimo D’Azeglio vendette i suoi cavalli (per risparmiare fieno), e non volle la pensione di primo ministro. Da quale dei nostri politici ci attendiamo un sacrificio personale?

Tormentato da quei tafani implacabili che i grammatici chiamavano ‘assilli’, se vede uno stagno il manzo o il mulo vi si caccia dentro per trovare sollievo. Così io scribacchino. Reso folle dal lezzo della nostra repubblica e sul punto di soccombere all’apnea etica, ho accantonato per un tot di giorni le cronache del quotidiano malaffare (il più pulito ha la rogna, il più signore ha rubato la posata d’argento) e ho riletto ‘I miei ricordi’ di Massimo d’Azeglio, uomo nato nel 1798. Intendevo fare una protesta puerile, un gesto retrò, leggere un sussidiario per le seste o settime del tempo di Giovanni Pascoli. E invece questi ‘Ricordi’ risultano un racconto epico e un testo sapienziale a confronto coll’oggi.

Come pittore, scrittore e co-regista del Risorgimento d’Azeglio non fu nel primo rango. Ma paragonato ai nostri cacicchi, che arcangelo di luce, che incarnazione del bene! Trovandosi, per esser nato nell’alta nobiltà, ufficiale giovanissimo nel ‘Piemonte Reale’, il più prestigioso tra i reggimenti di cavalleria, lasciò subito per andare a studiare pittura a Roma. Quando si mise a creare furono tele storiche, esclamative, che però facevano retorica ai nobili fini del Risorgimento: Scoperto che il discorso patriottico gli riusciva ancora più efficace per iscritto, stese un romanzo, ‘Ettore Fieramosca’, che ebbe successo. Sempre facilitato dal fatto d’appartenere alla cerchia del potere, di avere accesso diretto al Re, di punto in bianco si trovò capo dei patrioti moderati, ostile ai metodi mazziniani, garibaldini, persino cavourriani. Ed eccolo tra il ’49 e il ’52 presidente del Consiglio sotto Vittorio Emanuele II. Ma nella guerra del ’48 aveva combattuto da prode, ferito piuttosto seriamente sul Monte Berico.

Qui d’Azeglio inizia a stagliarsi come la personificazione di tutto ciò che i nostri Potenti non sono, distaccati dal denaro prima di tutto, poi consapevoli degli aspri doveri di chi è chiamato a comandare. I nostri Potenti si appellerebbero alla Corte dell’Aja se qualcuno li costringesse al disinteresse, ad avere una parola sola, ad essere galantuomini. Vissuto quasi sempre relativamente povero, appena lasciato il potere a Cavour (1852) d’Azeglio si priva dei due cavalli coi quali aveva  fatto la guerra e resta appiedato. ‘Athos’ lo vende bene; ‘Baiardo’  gìà vecchio lo manda a finire i suoi giorni sui prati di una cascina. Il politico più importante dopo Cavour non ha i mezzi per tenere carrozza, e nemmeno calesse. “Ho fatto piazza pulita fin delle striglie, onde mettermi in paro” scrive alla moglie Giulia, figlia di Alessandro Manzoni. “Caso che venisse il bisogno (=un’altra guerra; Massimo era aiutante del Re) è presto trovato un cavallo; ma per l’inverno non occorrerà, e si risparmia fieno”. Ancora alla moglie, dopo lasciata la presidenza del Consiglio: “Non ho accettato le amorevoli offerte del Re, perché finché uno può essere obbligato a sé del pranzo, non mi par bene di doverlo agli altri”.

Ha declinato il grado e l’assegno di generale: “Infine volevano farmi Collare dell’Annunziata e, niente meno, cugino del Re! Ho detto che non mi pareva conveniente che un suo parente vendesse quadri -fatti da lui- per vivere. Con tutti questi rifiuti d’onori, mi trovo senza fatica allo stato d’eroe”. Spiega meglio l’aver declinato pensioni e collari: “In me l’orgoglio supera la vanità e l’avarizia; e siccome l’uno e le altre son peccati mortali, le diable n’y perd rien”. Del resto d’Azeglio aveva dato in beneficenza il ‘beveraggio’ di 50.000 franchi, somma per lui enorme che gli spettava -curiosa prassi dell’epoca- per aver firmato il trattato di pace del ’49 con l’Austria. “Non diranno che l’amor patrio mi serva a riempirmi le tasche”.

Buon sangue di signore non mentiva. Suo padre Cesare, colonnello di un reggimento distrutto dai francesi sul Piccolo San Bernardo nel 1792 o ’93, si trovò prigioniero. Secondo gli usi del tempo non riceveva pasti ma 10 soldi al giorno in assignats che, valendo poco, venivano accettati per 2 soldi; così l’orgoglioso marchese non poteva comprare di che sfamare se stesso e il servitore-attendente. Mendicavano il cibo. Un giorno, trasportati sul Rodano su un barcone sul quale erano anche cavalli e muli, dei passeggeri buttarono loro cipolle che caddero tra gli escrementi dei quadrupedi. “Dopo una risciacquata nel fiume” le cipolle servirono da pranzo al marchese e all’attendente. “Fortuna per mio padre” si legge nei ‘Ricordi’ del figlio ex-primo ministro “sentire che il dover dividere quelle cipolle imbrattate col povero montanaro non era un’umiliazione, bensì un onore (ns. corsivo)”.

Passano alcuni mesi e al colonnello piemontese viene offerta la liberazione “contro la parola di non più servire contro la Repubblica fino a cambio reciproco”. Il prigioniero, che ha moglie e figli, risponde che ha fatto un giuramento (di portare le armi contro i nemici del suo sovrano); come poteva dare la parola che gli chiedevano? Resta  prigioniero altri sei mesi, al regime alimentare che sappiamo.

Sentimentalismi, anticaglie, donchisciottate secondo i canoni di Prodi, Berlusconi, Craxi, D’Alema, Nilde Jotti in Togliatti, Alessandro Profumo ed altri maitres à penser del nostro tempo, secondo concetti odierni dell’onore che farebbero arrossire una tenia intestinale. Tuttavia una cosa sia chiara. Per molti aspetti -non tutti- il nostro è un tempo ributtante. Nessuno ci obbliga a vergognarci di viverlo. Però da coloro che ci comandano nel nome della Costituzione e del Pil non attendiamoci nulla. Da nessuno di loro verrà la salvezza alle nostre anime. Verrà da ‘perdenti’ eroici, da visionari Lohengrin e Savonarola per i quali gli ideali varranno più della vita. I quali, lungi dal padroneggiare l’arte del successo, sapranno lavare nel Rodano le cipolle cadute nello sterco equino, o vendere i cavalli per risparmiare fieno. Insomma uomini che ci insegnino a arrossire di come siamo. Di come ci acconciamo ai tafani. Di come facciamo arrossire  di noi le nostre tenie intestinali.

l’Ussita