Home » Corral

A SINISTRA, CONTRO I SINDACATI

dicembre 2011 by:

Basta nominarlo perché i sindacati si tappino occhi e orecchie (sfortunatamente la bocca no): è il famigerato articolo 18. Il divieto di licenziamento senza “giusta causa” per le aziende con più di 15 dipendenti. Ma cosa ha scatenato nuovamente la discussione?

Di recente il ministro del Welfare, Elsa Fornero, ha dichiarato che il governo intende mettere in atto una riforma complessiva del mondo del lavoro. In particolare si vorrebbe superare il dualismo tra lavoratori a tempo indeterminato (circa 15 milioni) e quelli che sono costretti ad arrangiarsi tra contratti “flessibili” e “precari” (circa 10 milioni). La soluzione che si vorrebbe proporre contro questa disparità, che è in primo luogo generazionale visto che sono soprattutto i giovani quelli che non trovano lavoro se non in forme scandalosamente non tutelate, è un modello contrattuale unico. In particolare si prende in considerazione la “proposta Ichino”: tutti i nuovi assunti (salvo eccezioni evidenti, come certi lavori stagionali) sarebbero inquadrati in un’unica forma contrattuale a tempo indeterminato che prevede da subito alcune tutele, che crescono (insieme al salario) con l’andare del tempo. A questa maggior flessibilità all’ingresso del mercato del lavoro ne corrisponderebbe una analoga all’uscita, prevedendo che si possa licenziare per “motivi economici” e non solo per giusta causa. In questo caso però, il datore (con l’aiuto dello Stato) deve mantenere il lavoratore per un periodo adeguato (per ora si parla di 1-3 anni) con la retribuzione che progressivamente degrada nel tempo (ad ora si ipotizza dal 90% al 70%), di modo che questi possa ri-formarsi se necessario e reinserirsi nel mercato del lavoro.

Stante quanto sopra premesso, sarebbe ovviamente necessaria una modifica all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Perché il contratto unico funzioni è necessario che il datore possa licenziare per motivi economici, altrimenti una flessibilità solo in entrata porterebbe il modello a collassare in breve tempo. Se un’azienda assumesse in un ciclo di espansione economica, ma non potesse licenziare quando il ciclo rallenta o si inverte, andrebbe incontro al fallimento. Ma i sindacati, che fanno gli interessi dei loro iscritti (in prevalenza pensionati e lavoratori a tempo indeterminato), vedono questa proposta come il fumo negli occhi e preannunciano battaglia. La cosa irritante è che, già dalle prime dichiarazioni, non sembra che abbiano molto interesse ad una discussione sul merito di questa riforma, ma che anzi preferiscano difendere acriticamente l’articolo 18 come una sorta di feticcio, accusando chiunque voglia modificare lo status quo di voler minare le fondamenta della civiltà moderna. Si pensi solo che Susanna Camusso ha usato come argomentazione che l’articolo 18 impedisce licenziamenti per opinioni politiche, sindacali o orientamenti sessuali: niente di più assurdo. Quei licenziamenti contrastano con la Costituzione, con i Trattati dell’Unione europa, con la Convenzione per i Diritti dell’Uomo e con una ridda di altre leggi e trattati internazionali. Il licenziamento preso in considerazione specificamente dall’articolo 18 è un’altra cosa, riguarda la “giusta causa”, tipizzata in giurisprudenza in modo piuttosto restrittivo.

Si dirà, i sindacati fanno il loro mestiere. Viene però da chiedersi chi rappresenterà quei 10 milioni di lavoratori, giovani e precari, che trarrebbero beneficio da questa riforma e che invece vengono da un lato sfruttati dai padroni, e dall’altro illusi da cgil-cisl-uil i quali sostengono di volere il contratto a tempo indeterminato per tutti, ma sanno benissimo che chiedere una cosa impossibile è il modo migliore per non cambiare nulla (e continuare a ipertutelare i loro iscritti, anziani e a tempo indeterminato). Da sinistra, cioè dal punto di vista di chi da sempre vuole tutelare i più deboli, non si può che essere contro questi sindacati.

Tommaso Canetta

da LaStecca