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LETTERA DA UN CENOBIO

gennaio 2012 by:

Caro Amico,

quella volta che entrammo insieme nella Thomaskirche di Lipsia, ti osservai attentamente. Non mi apparisti né il semplice turista coltivato, né il melomane in pellegrinaggio alla tomba di Johann Sebastian. Piuttosto l’ostaggio della fede/della ricerca della fede (sono la stessa cosa: lo ha sanzionato Ratzinger teologo in chief).

Passarono 43 anni, e poche settimane fa parlavamo tu ed io di casi foschi del nostro tempo. Dovetti dire qualcosa di nichilista, cui rispondesti con voce quasi inaudibile. Afferrai solo “Chiesa”. Non ebbi il coraggio di incalzarti.

Così ti faccio oggi la domanda grossa: ti aspetti qualcosa, oggi, dal senso religioso della vita? Se sì, come azzardo, ecco che sei un testimone decisivo. Nessuno che io conosca o immagini è più di te posseduto dalla ragione critica; nessuno è più vigile contro gli slanci e gli empiti. Allora ti tocca rispondere: cos’è, oggi, il senso religioso del vivere? Cos’è in particolare per un chierico, per un laico?

Quanto a me, è come se vivessi uguale dal giorno che Martino agostiniano affisse le tesi a Wittenberg; anzi dai giorni di Jan Hus, di Wycliffe, dei bogumili, di cento altri eretici: avvinto dall’epifania cristiana, dalle sue liturgie, però odiatore dei troppi secoli della Chiesa sfrontata signora delle cose del mondo. Forse ricordi certe pagine del Confronto: tra l’altro si parteggiava per i francescani disobbedienti di ‘Frères du Monde’, figli di Michele da Cesena. Quarantasei anni dopo, le volte che per volontà di umiliarmi mi inginocchio davanti al confessore, mi professo protestante di rito cattolico. Non vengo sgridato. Una volta sola l’assoluzione fu sostituita da un paterno ‘Buona Pasqua’.

In questo quadro clinico, è logico per me sentire commiserazione per gli atei, per gli indifferenti assoluti, per quanti si fermano all’evidenza della Chiesa grande e torva centrale di potere. Senza capire che persino quest’ultima colpa potrebbe realisticamente destinare il cattolicesimo a grosse cose, di nuovo, come ai tempi di Ildebrando da Soana.

Mai come oggi, spente le ideologie che imperversarono, il pensiero religioso (o la semplice tenerezza per la fede di due millenni e, perché no, dei millenni precursori, di Dei pagani) ha la chance di alzarsi dalla prostrazione, di offrirsi come guida e come riferimento. Molte pecore smarrite accorrerebbero. Molti giovani gioirebbero di salvarsi dal nulla. Molti odifreddi arrossirebbero d’essere miscredenti in modo così banale.

Caro Amico, hai più dottrina e più carisma di molti. Vorresti esprimerti, anche insegnare, su perché non darla vinta né ai tersiti odifreddi, né al materialismo consumista ed ebete? Vorresti, tra l’altro, utilizzare l’umile Internauta per una ‘collana’ di riflessioni (di chi volessi) sul ritorno del Numinoso, magari più fatto di ditirambi a Pan che di novene, più di Cibele e di padre Kolbe che di Padre Pio?

Quanto a me, metterei ancora più lena a scrutare l’orizzonte, se arrivi un papa trentenne mai entrato nella Curia, sovvertitore della continuità dunque rivoluzionario, dunque rifondatore del Cristianesimo.

Ma se questo mi assegnerai, compilerò cronache annalistiche sui copti, sui catari o sui miei compaesani hussiti.

Ove vorrai dire no, meglio tu me lo dica a casa mia, così ci beviamo sopra in agape.

Antonio Massimo

tuo seguace nel cenobio in Tebaide