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RIDUZIONE DEI PARLAMENTARI? SERVE MOLTO DI PIU’

gennaio 2012 by:

Quando qualcuno invoca la riduzione del numero dei parlamentari spesso pensa in questo modo di abbattere il debito pubblico italiano. È un’illusione populistica. Mille stipendi, per quanto alti, non sono decisivi da un punto di vista economico. Il punto, semmai, è un altro.

Una delle leggi universali della contrattazione afferma che all’aumentare del numero dei negoziatori aumenta il tempo necessario per un accordo e diminuisce il tasso di efficacia dell’accordo stesso. Avere 630 deputati e 315 senatori, senza contare quelli “a vita”, è un po’ come non averne nessuno. Solo molto più costoso. Non a caso la legislazione negli ultimi anni è in massima parte di origine o europea, e quindi viene imposta alle Camere da Bruxelles, o di origine governativa, ed è quindi il potere esecutivo che si fa legislativo e riduce le Camere al ruolo di meri ratificatori.

Se si volesse ridare veramente centralità al Parlamento, nella teoria della divisione dei poteri il legittimo organo legislativo, servirebbe una cura ben più drastica di quelle proposte nel dibattito politico. Oltre a superare il “bicameralismo perfetto”, dotando cioè una sola Camera del pieno potere di emanare leggi, si dovrebbe ridurre il numero di deputati a qualche decina.

Immaginiamo una Camera composta da 70 deputati, dai 20 ai 40 per i partiti maggiori, una decina per i medi, e singoli soggetti che svolgono una funzione di testimonianza per le formazioni minori (da 6 radicali a 1 radicale non cambia molto). In questo modo sarebbe molto più facile e veloce assumere decisioni e sarebbe molto più difficile a lobby e corporazioni locali far pesare i propri veti durante il processo legislativo.

Le obiezioni più ovvie sono che senza approfondimento si possono prendere anche decisioni sbagliate, che appena 70 deputati non sarebbero in grado di far funzionare le varie commissioni, e che non si potrebbero scegliere i membri dell’esecutivo tra i deputati eletti senza compromettere il funzionamento della Camera.

Partendo dall’ultima, questo non dovrebbe essere un problema se si affermasse il concetto che potere esecutivo e legislativo svolgono due funzioni profondamente diverse e che non sarebbe un problema che fossero incarnati in persone diverse. Al legislativo il compito di dare l’indirizzo politico e, diciamo, di sovrintendere a eventuali modifiche del sistema. All’esecutivo il compito di tradurre gli indirizzi in concreto e di gestire l’andamento ordinario del sistema. Nella Camera insomma starebbero i “politici”, al governo dei “tecnici” (anche legati a una certa area politica) capaci di gestire la macchina dello Stato.

Quanto alle critiche sul legiferare in fretta e male, e sul problema delle commissioni, i due aspetti sono legati. Si potrebbe rivoluzionare l’attuale sistema delle commissioni, stabilendo che i loro membri non siano deputati eletti ma tecnici selezionati e successivamente estratti a sorte. Andrebbero create liste, in modo oggettivo, di persone competenti tra le quali scegliere i – ad esempio – sette membri della commissione. Ovviamente chi ne ha fatto parte una volta non potrà essere ri-estratto per una seconda. In questo modo il potere politico potrebbe dare gli indirizzi, ma non sarebbe in grado di “ricattare” i tecnici che nella pratica traducono tali indirizzi in atti specifici. Alla Camera resterebbe comunque un controllo di ultima istanza su quanto prodotto dalle commissioni, dovendo votare o meno i provvedimenti emanati.

Uno dei peggiori mali di quasi tutti i sistemi politici è l’espansione tumorale della politica in ambiti che ad essa dovrebbero rimanere sottratti. Con un sistema simile a quello qui proposto si restituirebbe al Parlamento la sua fondamentale centralità e importanza, ma si troncherebbero le propaggini tentacolari dei partiti all’interno dello Stato e della società.

Tommaso Canetta