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DELENDA RAI

febbraio 2012 by:
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E io insisto che il Servizio ‘Pubblico’ va cancellato, non riformato. Delenda Rai. Come la faccenda è andata in Italia, il servizio pubblico è irriformabile. Il massimo che si possa conseguire è un ingozzarsi meno porcino dei partiti nel truogolo del canone e della pubblicità; ed una ‘più equa’ spartizione tra bande rivali.  E’ il concetto della radiotelevisione pubblica che occorre cancellare punto e basta.

Lo Stato si riservi solo, d’imperio cioè senza addossarsi costi, un ristretto spazio per annunci di pubblica utilità e per quella parte dei programmi culturali e civici che sia assolutamente certo non verrebbe accolta dai media privati.  Al posto della Rai Grande Meretrice, una Bacheca Ufficiale dell’etere, secca, secchissima. Soltanto le notifiche dovute a norma di legge, i preavvisi di calamità e pandemie,  gli auspicabili esperimenti di partecipazione dei cittadini alla conduzione della Polis. Per risparmiare, sostituire con uno spot di 10 secondi  l’allocuzione di capodanno del Capo dello Stato/Comandante supremo delle mai sconfitte Forze Armate. Divieto assoluto di pubblicità; assunzioni quante le dita di due mani; stipendi da settore scuola.

Tutta la Rai, spazi, frequenze, patrimonio, risorse umane -a canone abolito- va messa sul mercato, smembrata o in blocco, l’importante è che trovi acquirenti, non importa quali. Con ogni mezzo vanno incoraggiate le offerte straniere: compri chi offre di più,  quale che sia il continente o il colore. Penalizzati con extra prelievi fiscali gli acquirenti, nazionali o stranieri, che già controllino segmenti di media italiani. E se nulla riuscisse a scoraggiare le lobbies e i poteri forti di casa nostra, poco male. A canone cancellato, padroni gli acquirenti di dissanguarsi a pagare le migliaia di dipendenti Rai; oppure padroni di licenziarli, sostituendoli con call centers bengalesi. Uno Stato che nega una branda al coperto ai down-and-out e il pane alle famiglie dei carcerati non deve sentire alcun obbligo verso zerbinotti e scrocconi del canone. Attingano al benessere conseguito a partire dalla “Liberazione” del 1945: allora i dipendenti dell’Eiar (regime precedente) non trovarono compassione (né la meritavano).

Il sacrosanto è che i contribuenti non sostengano più -col canone, coi sussidi, col ripianamento dei debiti- la propaganda di regime, i circenses (intrattenimento, glutei delle pornovallette, moda, sport, guitti e cantautori impegnati, et cet.), la cultura di tendenza, i sociologismi di comodo, le lacrime sul disagio riganti guance radiotelevisive niente affatto smunte, tutti gli altri orrori di una televisione ormai inguardabile, escrementizia. Quando si tagliano sanità, pensioni, asili nido e peggio, è grottesco, è osceno finanziare l’imbonitura di regime e anche la ricreazione nazionalpopolare. Abolita la Rai, un pachiderma imbizzarrito che sarebbe stato già abbattuto se la nostra fulgida Costituzione avesse imposto il rispetto dei pronunciamenti referendari, pesino sugli acquirenti privati, non sui contribuenti, i costi dei programmi ebetizzanti. Se la volontà popolare contasse, un referendum ‘Volete abolire il Canone e vendere la Rai’ sarebbe un’esplosione liberatrice, come la cadura del Muro di Berlino.

Caso mai nessuno si comprasse le tre reti-bidoni, più le superfetazioni Rai-Quirinale. Rai planetaria, Rai metafisica, Rai iperborea, Rai calcistica ed altre, avremmo comunque fatto tre affari: risparmiare soldi, cancellare uno sconcio, garantire con un antivirus assoluto -l’assassinio del servizio ‘pubblico’- l’intelligenza del popolo.

A.M.Calderazzi