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PAOLO FACCHI – IN DIFESA DEI GOVERNI TECNICI

febbraio 2012 by:
gdr-a3[1]

“Keine politik mehr” (di politica non ne facciamo più)

Questa frase sbrigativa mi veniva   ripetuta da occasionali interlocutori nella ancora distrutta Germania del ’48 ‘ e ’49, fra macerie di case e mutilati. Soltanto il disegno delle strade era rimasto delle loro antiche città.

Ora che anche noi, italiani,  dobbiamo camminare fra le macerie della trista e pericolosissima vicenda berlusconiana, non si sa fino a che punto conclusa, forse soltanto sospesa; ora che gli italiani devono apprendere a non dimenticare di quanto fossimo scesi in basso; e di quanto fossimo saliti nella gerarchia dei saltimbanchi e nemmeno dei comici, ma dei commedianti che scivolano su di un palcoscenico dalle assi bagnate; ora è il caso di rivolgersi a coloro che stanno ancora lì con la bocca aperta.

Coloro che non digeriscono i sacrifici del governo Monti e rimpiangono le favole berluscon-bossiane accusano questo nuovo governo di essere soltanto tecnico e non emergente da sovranità popolare. Come se un popolo avesse il diritto di rovinare se stesso. Come se fossero valide soltanto quelle decisioni che sono state prese direttamente dal popolo in forma elettorale, nemmeno dai parlamenti e dai governi; nemmeno da quelle poche persone che hanno la competenza per prendere decisioni presumibilmente le più funzionali.

E un atteggiamento che sembra non tener conto della regola, pur riconosciuta in comune, che chi vuole uno scopo non può non volere i mezzi che ritiene adatti a raggiungerlo. E fa pensare che l’efficacia di tutti i mezzi dipenda da chi li propone,  Il decisore è colui che schiaccia il bottone, e il suo bottone sarebbe quello giusto se lui ha la posizione riconosciuta. Siamo nella suggestione, nella magia. Lo stesso bottone diventa quello sbagliato se lui si è trovato lì senza la valida autorizzazione, che è poi la veste del mago. Un modo di ragionare come questo ha i suoi presupposti ed è molto più diffuso la fra gente di quanto si creda. Fa anche ricordare proverbi come l’occhio del padrone ingrassa la  mucca: non basta la mano del contadino, che certamente meglio del padrone ne sa di fieno e di stalla. Ci sono coloro  che dicono accetteremo di fare dei sacrifici quando ce li chiederà un governo che ha i titoli per chiederceli e quei titolari siamo noi, perché quei sacrifici li dobbiamo fare noi. Soltanto la signora che apre la borsa ha la competenza per sapere se quello che sta acquistando è utile o non lo è. E’ un ragionamento che rende inutili, anche sospetti, tutti i consigli di estetisti, farmacologi, terapeuti e via di seguito. E li sostituisce con la demagogia, la suggestione, l’imbroglio, l’ignoranza saccente.

Si arriva a concludere che soltanto un governo legittimato dal popolo può prendere decisioni per il bene di quel popolo. Ma nella nostra contingenza italiana la mia opinione è che sia proprio il contrario. Perché nel valutare le decisioni di un governo legittimato, votato dalla maggiorana, bisogna vedere come è stata ottenuta questa legittimazione.

Faltar el pueblo, mi sembra si dica nella lingua spagnola. Viene da un vecchio adagio; credo che significhi non si combina niente di buono ingannando la gente. Perché un consenso ottenuto con l’inganno non dovrebbe avere credito alcuno. I signori che rimpiangono la merda berlusconiana, quella che non puzza, perché a lui basta crederlo, e rimpiangono anche quella dei suoi alleati,  perché ci hanno fatto l’abitudine a vederle assieme, si sentono gratificati e non si accorgono dell’inganno che c’era dietro.  Ma questo inganno  aveva soltanto il merito di essere  abbastanza nuovo. Ora non lo è più, e i nostri signori sparano a salve. Anche perché questo continuo parlar da stupidi genera diffidenza.

Questo inganno consisteva nel fatto che gli elettori, e ormai sono quasi tutti elettori, si sentono ripetere alcune cose che pensano loro stessi, o perlomeno che si dicono quando sono fra di loro. E se la sentono ripetere sulla carta stampata, sulla televisione, perfino su certi libri; e quindi con l’autorevolezza che da tali fonti deriva. E vengono anche allenati, incoraggiati, a ripetersele da un’osteria all’altra, magari anche in certi salotti. Certo, tutti sono capaci avere delle opinioni, e ne hanno anche il diritto. Ma  questo non dice nulla sulla qualità di quell’opinione, la quale va giudicata con i mezzi appropriati, e quasi sempre il singolo parlante questi mezzi non li ha. Non ha quello che possiedono in pochi, e che si chiama onesta  competenza. Perché le competenze sono sempre in pochi ad averle e hanno faticato nel procurarsele; e devono faticare per tenerle aggiornate. Il trucco riesce  perché c’è la convinzione che un’ opinione, da opinabile o addirittura sballata, diventa attendibile, diventa vera, se la si ripete in pubblico: se tutti la pensano così, sarà  così che bisogna fare. E si dimenticano che c’è qualcuno che ha interesse a far che tutti la pensino così ed ha anche i mezzi per ottenere quello che gli interessa: è quel qualcuno che controlla i famosi mezzi di comunicazione di massa e ci mette dentro quello che serve a lui. Ma una banalità, una sciocchezza, non diventa una verità perché la si ripete ogni sera in televisione o la si legge ogni mattino su tutti  giornali; e nemmeno se la si ripete a voce, così, distrattamente. Ripetizione, moltiplicazione infinita e incessante sono soltanto quello che sono; non inverano e non santificano nulla.

Se poi quell’opinione, quella sentenza che viene esposta in pubblico è proprio la nostra, chi resisterà alla tentazione di concludere allora avevo proprio ragione, è proprio così che bisogna fare? E la cosiddetta vanità degli ignoranti, che qualche volta sono anche proprio degli imbecilli. E proprio sfruttando questa vanità che si vincono le elezioni, si costituiscono le maggioranze parlamentari. E questi sarebbero i titoli per governare?

Al governo è meglio che ci vadano le persone di competenza, che i problemi se li sono studiati e sanno prospettare soluzioni sensate. E questo lo dovrebbero comprendere anche i parlamenti; che ripetere le banalità degli uomini qualunque è ben diverso dal sapersi orientare in mezzo ai problemi di quegli stessi uomini qualunque.

Paolo Facchi