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LA FANTASCIENZA IN AIUTO DELLA SCIENZA

maggio 2012 by:
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Forse soprattutto negli Stati Uniti e in Giappone gli scienziati sono affascinati dalla prospettiva di sfruttare l’energia solare in termini più avveniristici di quelli attuali, pur abbastanza avanzati. Il settore fotovoltaico è già una realtà imponente, però ha le sue limitazioni: il tempo piovoso o coperto, il buio notturno, la concorrenza di altre destinazioni, cominciando da quella agricola, delle superfici richieste dalle attuali ‘solar farms’. Nei comprensori aridi o desertici dell’Africa non ci sarà ‘mai’ scarsità di territori per tali farms, ma altrove la ricerca di soluzioni più audaci è giustificata. Il limite forse assoluto sarà la scarsità delle risorse economiche, e anche scientifiche, mobilitabili per i programmi molto avventurosi.

Il più verosimile tra tali programmi appare il progetto di una “solar farm” fotovoltaica nello spazio, la quale invii sulla Terra l’energia derivata dal Sole grazie a una tecnologia oggi in pratica inesistente, però che appare teoricamente fattibile, visti quanti sono i programmi spaziali e i progressi compiuti nei pannelli solari. Si formula l’ipotesi che pannelli fotovoltaici orbitanti nello spazio risultino una quarantina di volte più efficienti di quelli funzionanti sulla Terra. L’energia derivata dal sole verrebbe irradiata sulla Terra sotto forma di microonde (microwave radiation). Una limitata ricerca in ambito Nasa ha già sperimentato la trasmissione senza cavi di elettricità tra due isole delle Hawaii. Lo schema sarebbe dunque: pannelli fotovoltaici in orbita, resi più efficienti da specchi concentratori, invierebbero energia prodotta nello spazio mediante “microwave radiation”. I ricevitori terresti catturerebbero l’energia dal fascio di microonde, la convertirebbero in elettricità e la metterebbero in rete.

Meno fantascientifica appare la prospettiva di produrre carburanti sfruttando la straordinaria capacità vegetativa delle alghe marineoceaniche. Le alghe meglio conosciute, che crescono in acque poco profonde (stagni, piccoli laghi) hanno già prodotto -ma con difficoltà- piccoli volumi di combustibile. Ma la ricerca attuale dà per certo che le macroalghe dei fondali oceanici siano capaci di crescita rapidissima, non esigano concimazioni, non consumino superficie terrestre e meno che mai richiedano deforestazioni. Metà della massa secca delle macroalghe è costituita da zuccheri, facili da convertire in etanolo o butanolo.

Le entità che si sono fatte coinvolgere in questo programma sono molto importanti: il Dipartimento statunitense dell’Energia, il colosso chimico Du Pont, l’ente petrolifero di Stato norvegese Statoil. Si prevede che il procedimento chimico per la conversione sarà messo a punto relativamente presto, a costi interessanti. L’energia richiesta dalla valorizzazione in grande di questa biomassa potrebbe in avvenire essere fornita dal CO2 “estratto” dall’aria (v. Internauta di Aprile, “Fare soldi dall’aria disinquinandola?”) o da procedimenti innovativi di produzione fotovoltaica, localizzati addirittura nello spazio (v. più sopra in questo pezzo). Sono prospettive che non devono suscitare facili entusiasmi, ma sulla distanza appaiono promettenti.

J.J.J.