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MARCO VITALE – L’ERRORE DI MONTI

maggio 2012 by:
mario-monti

Un amico, professore al Politecnico di Milano, mi ha chiesto di scrivere un pezzo da inserire in un libro di disegni di studenti della scuola di design e nuova accademia di Belle Arti di Milano  dedicati al tema: PER. L’anno scorso, analogo libro era stato dedicato a : BASTA, cioè alla critica, all’indignazione, alla ribellione contro il malgoverno. Quello di quest’anno è dedicato a: PER, cioè alle proposte, ai progetti, alla speranza, alla parte costruttiva, al buon governo.

Ho accettato con gioia perché il mio cuore e la mia mente sono colmi di: PER. Ma accingendomi a scrivere il pezzo mi sono accorto che è impossibile scindere i PER dal BASTA, si tratta di due facce della stessa medaglia.

La fase in cui ci troviamo è la più difficile e pericolosa dall’inizio della crisi, sia sul piano internazionale che nazionale. Nella pubblicistica internazionale sta emergendo un filone revisionista che, più o meno dice: abbiamo sbagliato ad adottare e cavalcare il neocapitalismo selvaggio che ha dominato  negli ultimi 30 anni. Facciamo una correzione di rotta di qualche grado e tutto andrà a posto: un po’ di economia sociale di mercato (ma non si capisce come questa si concili con la politica europea della Merkel e dell’establishment tedesco), un po’ di liberalismo sociale (viva Hollande), un po’ più di sussidiarietà come vuole Formigoni, un po’ più di solidarietà (come vogliono i preti), un po’ più di sviluppo, anzi di crescita (come vuole la Marcegaglia e insieme la Camusso), un po’ più di licenziamenti (come vuole la Fornero).

Quando sulla  linea dell’economia sociale di mercato troviamo studiosi seri, come Alberto Quadrio Curzio, che l’ha sempre sostenuta, va bene. Quando la vediamo fatta propria da studiosi che sono stati megafoni del neocapitalismo selvaggio, dobbiamo diventare sospettosi e dire che forse c’è qualcosa che non va. Quello che non va è che non si tratta solo di rettificare alcune idee sbagliate e di fare un po’ di maquillage, ma di ingaggiare battaglie politiche  e concettuali durissime contro chi ha condotto il mondo ed il paese a questo punto e che vuole continuare così. Non c’è un PER senza un’aspra lotta per il BASTA. E si tratta di una lotta di idee ma soprattutto di interessi.

Sul piano internazionale è ormai chiaro anche ai ciechi che la speranza di mettere qualche freno responsabile alla finanza speculativa è svanita. Il fallimento di Obama e del G20 è stato clamoroso. Per cui ci siamo incamminati lungo le stesse strade che ci hanno portato al 2008. I padroni della finanza e dell’economia mondiale restano loro, i grandi finanzieri, i  grandi petrolieri, la casta feudale dei grandi manager. Ma con una differenza: gli Stati superindebitati non hanno più risorse per operare i salvataggi che hanno realizzato nel 2008-2010, salvando simultaneamente il sistema ed i suoi killer. Il secondo fattore fortemente negativo sul piano internazionale è che l’Europa, alla quale la storia aveva offerto un’occasione straordinaria per ritornare a pesare nell’assetto mondiale, non ha accettato la sfida. Si è rinchiusa come una lumaca nel suo guscio, anzi nei suoi tanti gusci, ed ha, così facendo, favorito la rinascita di approcci nazionalistici. Il fatto più minaccioso è il cambio di politica della Germania.

Nel marzo 1946 all’Università di Colonia, si alzò la voce di un grande vecchio antifascista, un settantenne, un grande europeo, un grande cattolico, che si erse, contestualmente, contro il mito dello Stato- Nazione e contro il centralismo marxista. Fu il primo discorso pubblico, dopo il nazismo, di Konrad Adenauer, ed è stato giustamente definito dallo storico inglese Paul Johnson, uno dei discorsi più importanti del dopoguerra, quello che segnò l’inizio della nuova Germania ma anche della nuova Europa Occidentale. Adenauer disse: “siamo prima persone, cittadini, europei e poi tedeschi. Ma più lo Stato-Nazione, mai più lo Stato etico. Una Germania federale per un’Europa federale”. Questa impostazione: prima europei e poi tedeschi, è stata una costante della politica tedesca sino al cancellierato di Kohl. Poi, prima con Schroeder e, ancor più, con la Merkel, questo principio è stato ribaltato. La Germania di oggi è ritornata a pensare: prima tedeschi e poi europei. E’ una svolta storica, che si realizza dopo 60 anni, ed è una pessima notizia. Se la Germania è, per la sua importanza in Europa, la frontiera più preoccupante, il ritorno ad approcci nazionalistici è sempre più evidente in molti altri paesi, anche non europei. Non è senza significato che molti organismi bancari internazionali stiano smantellando le loro strutture internazionali e stiano ritornando a strutturarsi su base prevalentemente nazionale.

L’unica notizia positiva su questo fronte è che, per la prima volta, al centro della competizione elettorale in Francia e Grecia vi è stata proprio la politica europea.

In questo mondo sempre più difficile e competitivo, l’Italia si muove con una rinnovata dignità, ma con dei pesantissimi pesi legati alle caviglie.

Sintetizzo, brevemente, quelli che sembrano a me i più grevi, in ordine di priorità(…).

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