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UNA VIOLLET-LE-DUC DELLE MASSERIE, GIOIELLI DELLA PUGLIA

maggio 2012 by:
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Una delle sette meraviglie del mondo di noi viventi è la Loira dei castelli. Un’altra è la Puglia delle masserie (oltre che dei castelli e delle basiliche). I castelli stanno al corso inferiore della Loira come le masserie, i castelli e le basiliche stanno alla Puglia. Ma se le fortezze sveve e aragonesi sono oggi nei cuori dei tanti che hanno fatto gli studi. Le masserie non ancora.

Hanno trovato in Antonella Calderazzi, professore del Politecnico di Bari, la storica dell’architettura che, un secolo e mezzo dopo l’avvio del lavoro di Eugène Emmanuel Viollet-le-Duc, si è fatta teorica dell’interpretazione filologica dell’architettura rurale maggiore, fiorita in Puglia nei secoli tra il XVI e il XVIII; interpretazione da svolgere non solo attraverso l’analisi razionale delle sintassi costruttive, ma anche ripensando le funzioni economiche che fecero sorgere tra il Gargano e il Salento i meravigliosi manieri della cerealicoltura e del grande allevamento. La Nostra, che è anche nota studiosa dei castelli, impostò il lavoro che le ha dato autorevolezza con un saggio pubblicato dalla rivista “Castella” nel 1981, tema la masseria-convento fortificata a S.Vito di Polignano a Mare (Ba).

Nel libro “Masserie. L’architettura rurale in Puglia”, Schena Editore, la Calderazzi  ricostruì, a premessa dell’esegesi architettonica, le fasi storico-economiche nelle quali il regime dei territori evolse dalle ‘villae’ romane agli insediamenti protetti denominati ‘curtes’ o ‘massae’, influenzati nelle tipologie anche dal fenomeno della transumanza. Per quattro secoli la ‘mena delle pecore’ determinò decisivamente la conduzione e la fisionomia costruttiva delle masserie. L’Autrice nota che nel Seicento e Settecento “l’architettura rurale segue il gusto del tempo e si arricchisce di decorazioni, vestiboli, scalinate, cappelle”. Noi osserviamo che non sono gli artifizi cittadini ma le funzioni rurali e i fatti paesistici che fanno fiabesche tante masserie (quasi dicevamo pagode).

“A partire dalla seconda metà del Seicento le masserie diventano teatro del nefasto fenomeno del brigantaggio meridionale: nel 1863 i briganti si contano a decine di migliaia”. Da loro le masserie si difendono con elementi architettonici che oggi fanno la delizia del turismo colto. La modernità, nota la storica delle masserie, porta a scoprire che non lontano dalla città “vive un insediamento rurale, fiero della sua povera storia. L’architettura minore, o spontanea, si riscopre nei suoi aspetti di solidità e di ricchezza strutturale e ambientale, insieme all’aspirazione a far rivivere il paesaggio agrario”.

Agli occhi di noi abitatori del XXI secolo le masserie pugliesi non sono più architettura minore. Sono parte di quel panorama di autenticità che il ‘gotico’ Viollet-le-Duc contrappose alle voghe classiciste e accademiche divulgate dall’Ecole des Beaux-Arts. L’equivalente di quelle voghe ci stanno disamorando coi loro marinismi o gongorismi dalla produzione architettonica XXI secolo, aprendo in parecchi di noi vuoti che sono mirabilmente riempiti dalle proposte monumentali delle masserie pugliesi. Al confronto dei cui valori sfigurano la maggior parte delle fattorie toscane e le più qualificate tra le grandi cascine di pianura lombarde.

Sacrosanto perciò il rimpianto di ‘Antonella delle masserie’: “un patrimonio culturale e ambientale resta ancora oggi incompreso e per lo più abbandonato”. In quell’ancora oggi è però il presagio di una futura salvezza per i fortilizi agropastorali. Accadrà, ha già cominciato ad accadere, che persone dotate di sensibilità oltre che di risorse valorizzino le masserie. Il meglio sarebbe che esse non divenissero solo agriturismi e sedi di banchetti nuziali. L’Autrice addita come traguardo ideale, dunque difficile, il rilancio della funzioni economiche ed abitative che modellarono queste pagode di campagna.

Recentemente la Calderazzi ha pubblicato per l’editore Adda -uno tra i più qualificati di una Bari che nell’editoria vanta una tradizione alta- un’altra monografia, anche questa intitolata “Le Masserie” (apre la collana ‘Puglia fortificata’, diretta dalla Nostra). Quest’altra opera è, tra le altre cose, un insostituibile censimento di circa 600 masserie fortificate, che ha richiesto otto anni di lavoro sul campo. Quasi mai le rilevazioni sono state agevoli. Com’è noto, molti insediamenti sono risorti come agriturismi sofisticati ed anche costosi. Invece altri sono in stato di completo abbandono: “Masserie che si sono difese dai saraceni e dai briganti ma non riescono a sopravvivere alle aggressioni dei nuovi Vandali”. Nel comprensorio urbano di Bari, seconda capitale del Sud, la raffinata masseria Lamberti ha subito la demolizione della scala centrale e lo sventramento della cappella. Sulla strada per l’aeroporto hanno infierito i ladri di ‘chianche’ (dal latino clanca): deliziose lastre di pietra chiara tipica, dice il dizionario Devoto-Oli, dell’architettura tradizionale pugliese.

Insiste l’Autrice: “Dove  non ci sarà recupero le masserie spariranno. Nei comprensori turistici, in particolare tra Monopoli e Fasano, il facile accesso al mare ha favorito la conversione d’uso per ricettività a cinque stelle, con casi esemplari di recupero. Nell’Alta Murgia e in Capitanata la situazione è opposta. Sparita la grande pastorizia le masserie cadono in rovina”. E’ stata, notiamo noi, la sorte del grappolo di edifici monumentali e di corral che a San Basilio, tra Bari e Taranto, facevano il cuore di una vasta proprietà dei duchi Caracciolo, ai primi dell’Ottocento una delle rare tenute d’avanguardia del Mezzogiorno. La sacrosanta riforma agraria ha tolto ai proprietari le troppe terre e una dozzina di grosse  masserie, però ha oltraggiato un contesto ambientale che non aveva pari. Anche il poetico monumento marmoreo, innalzato lì dalla famiglia a un giovane Caracciolo suicida per amore, è un desolato mucchio di pietre divelte e saccheggiate.

“Laddove possibile, invoca la Calderazzi, il recupero delle masserie come aziende agricole sarebbe non soltanto filologicamente corretto, ma anche un modo per ritrovare, attualizzandola, l’autenticità dei luoghi. Sono manufatti che, solo in parte vincolati, non possono continuare ad esistere nell’immobilismo e nel concetto romantico di “musei di se stessi”. Dovrebbero tornare ad essere strutture produttive, senza ignorare le potenzialità residenziali e ambientalistiche. Il turismo alternativo e qualificato richiede e valorizza fortemente tali potenzialità”.

Il libro è materiato, oltre che di trattazioni per gli architetti, anche di notazioni avvincenti per tutti, dal rapporto tra pascoli, campi, boschi e edifici, alle singolarità e agli episodi. Alberobello, il paese di trulli che quasi tutti conosciamo, era nel 1481 la masseria di un grande feudatario, il conte di Conversano. “L’architettura rurale pugliese è caratterizzata dall’assenza di spazi aperti, questa terra essendo stata tormentata dalle scorrerie di pirati, dagli assalti dei briganti e dalle lotte sociali. Per questo le masserie più importanti sono fortificate: garitte, feritoie, caditoie in corrispondenza delle aperture, alto mura di cinta, ponte levatoio, torrioni angolari, camminamenti, scarsità di aperture sui prospetti. Una tipologia a sé è la masseria castello, nel Cinquecento munita anche di ponte levatoio”.

In determinate aree le numerose grotte in tufo furono integrate nello schema funzionale delle aziende: se ne fecero ricoveri di animali, magazzini, frantoi, cantine, perfino chiese. Un ‘Comprensorio dei trulli e delle grotte’ annovera 14 comuni al centro del triangolo Bari-Brindisi-Taranto. Il territorio tarantino è ricco di ‘gravine’, di ‘lame’, di villaggi sotterranei scavati nella roccia. Il Salento, lunghe coste offerte alle incursioni piratesche, conta il numero più alto di masserie fortificate.

Agli insediamenti protetti si aggiungono le vere e proprie masserie-castello, uno dei cui tratti specifici è la lunga scalinata esterna. In qualche caso anche questa tipologia specifica è stata preceduta dall’organizzazione di grandi grotte, divenute così insediamenti ipogei. In almeno un caso gli ambienti sotterranei furono addirittura adibiti a carceri, più probabilmente del feudatario che del lontano sovrano. Le masserie sono un piccolo mondo nel mondo.

Diego Marinaro