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UNA NORIMBERGA PER I MISFATTI DELLA CASTA POLITICA

luglio 2012 by:

La storia d’ogni tempo è fitta di processi politici. Le città dell’Ellade sottoponevano frequentemente a giudizio e condannavano all’esilio o alla perdita dei beni, magari per una guerra persa. Cicerone sarebbe meno famoso se non avesse infierito con le requisitorie contro Gaio Licinio Verre, saccheggiatore della Sicilia e dunque maestro dei nostri politici. L’esilio di Dante Alighieri seguì a un procedimento di tipo processuale, e lo stesso valga per una miriade di sentenze politiche nei millenni, spesso sentenze capitali. Una delle più vicine a noi, e delle più aspre, fu pronunciata a  Norimberga nel 1946 contro i criminali di guerra del Reich sconfitto: dodici condanne a morte.

I processi politici non meritano molta simpatia. D’altronde i crimini contro il popolo o la società vanno puniti. Perché non dovremmo processare i criminali della nostra politica? Le condanne sarebbero senza confronto più miti. Parecchi personaggi sfuggirebbero al giudizio per vari motivi, compresa la manifesta infondatezza delle accuse. Ciò detto, il senso del diritto e la salvezza della patria esigerebbero un certo numero di condanne. Per esempio: come non processare i gestori della Sicilia da quando strapparono l’autonomia speciale? Non basterebbero i soli numeri -incontrovertibili- dei dipendenti, dirigenti, consulenti, forestali, più i livelli delle retribuzioni, più l’assieme delle malversazioni e rapine, per fare ineludibili le dure condanne pecuniarie ed altre sanzioni, esili compresi, a carico dei decisori più alti? A livello nazionale, come non processare i perpretatori della finanza allegra per la quale oggi il Paese è in pericolo?

Non si osi opporre che la democrazia, all’apertura delle urne, fa di ogni elettore il giudice dei politici. E’ totalmente falso. Gli elettori italiani non hanno mai punito chi li ha portati sull’orlo della bancarotta, e chiunque meritasse di espiare. L’andazzo nazionale e le nequizie della Costituzione macchinata dai partiti “vincitori del fascismo” (in realtà mosche cocchiere degli Alleati) hanno fatto sì che i politici di vertice vengono immancabilmente rieletti: essi sono a vita, da Nilde Jotti, che fu il peggio, al divo Giulio, ad Anna Finocchiaro, a Casini e a Fini. Gli elettori italiani non condannano mai, semmai si vendicano; ma la vendetta è cosa diversa dalla giustizia. Le volte che non rieleggono, gli italiani designano i trombati a presiedere società della mano pubblica, a godere di invidiabili sinecure, a ingozzarsi nei truogoli di Stato, regionali, eccetera. In ogni caso è la partitocrazia, non la magistratura a decidere quale politico va bocciato alle elezioni, ossia destinato alle predette greppie. Tutto si può sostenere, non che le urne sappiano fare giustizia. Le urne sono reti per catturare i pesci.

E’ discutibile che si processi chi decise, p.es., l’adesione alla scellerata Alleanza atlantica. Non è discutibile che si chiami a rispondere chi ha rubato, chi ha assegnato gli emolumenti più alti in assoluto ai membri della Casta, parlamentari o non, soprattutto quando le elargizioni continuano nel momento dei sacrifici generali e alla vigilia di sciagure collettive. Basta impunità.

In generale andrebbe istituito e reso obbligatorio  il processo di rendiconto a carico di chiunque abbia ricoperto cariche esecutive al di sopra di un certo livello. I giudici dovrebbero essere magistrati di carriera e non colleghi in politica. Le pene, tranne i casi estremi, non dovrebbero implicare il carcere, bensì pesanti risarcimenti e, mancando questi ultimi, il lavoro coatto. Tutti i beneficiari di finanziamenti, rimborsi elettorali, indennità eccessive e ‘fringe benefits’ dovrebbero essere costretti a restituire. Beppe Grillo ha invocato tali restituzioni: ha ragione.

A.M.C.