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YEMEN: DOLORI E PROMESSE DI ARABIA FELIX

luglio 2012 by:
saleh

Nello Yemen si svolgono oggi le operazioni ‘coperte’ degli USA più importanti di tutte, a parte forse il Pakistan a ridosso dell’Afghanistan. I media internazionali non fanno mistero delle incursioni dei drones, gli aerei senza equipaggio che Obama ha scelto come sua ‘arma vincente’, aventi come obiettivo dichiarato l’uccisione di individui ritenuti ostili all’America (spesso muoiono o sono mutilati bambini e donne che in realtà non mettono a repentaglio la massima potenza militare della storia). Secondo gli americani,  lo Yemen è, fuori dell’Afghanistan, la più importante franchise o filiale di Al Qaeda. Noi non sappiamo fino a che punto le cose stiano così. Certo le condizioni del paese sono molto critiche, secondo una tradizione plurimillenaria: le ambasciate diffidano i turisti dal venire, a scanso di pericoli gravi.

Qui la Primavera araba ha vinto più tardi che nel Nord Africa. Non ci sono stati interventi militari ufficiali, ma è scorso molto sangue. Ali Abdullah Saleh, il dittatore che, al potere da 34 anni, aveva tentato per molti mesi di schiacciare l’insurrezione, ha finalmente lasciato il potere nello scorso novembre. Era sopravvissuto, ferito, a un attentato. Non è noto  quanto ‘nuovo’ è l’uomo che lo ha sostituito, Mansur Hadi, già vicepresidente. Né è noto fino a che punto i parenti e i compari di Saleh hanno perduto le posizioni godute nel Trentaquattrennio. Comunque la vicenda rivoluzionaria è stata meno drammatica che in Libia e in Siria. Sin dalle prime fasi dell’insurrezione Saleh si mostrò più conciliante dei colleghi Mubarak, Gheddafi e Assad. Per esempio desistette presto dal tentativo di farsi succedere da un figlio.

Lo Yemen risulta dall’unione, nel 1990, di due Stati yemeniti di territorio pressappoco uguale, Nord e Sud, quest’ultimo più povero di retaggio ma comprendente Aden, un tempo importante porto e base navale britannica, più alcuni protettorati di Londra. Lo Yemen di oggi conta 528 mila kmq, 24 milioni di abitanti e varie isole. San’a, capitale e città santa, è famosa per le sue architetture. L’economia è molto povera, ma in un passato lontano il paese veniva associato all’Arabia felix, alla regina di Saba, ad altre tradizioni favolose. Veniva detta terra dell’incenso e delle spezie perché larghe parti del territorio, godendo delle condizioni climatiche migliori della penisola araba -San’a è a quota 2350 metri  e riceve piogge monsoniche relativamente copiose- erano state messe a valore con opere irrigue.

Nel IV secolo d.C. il regno dei Sabei -uno dei quattro paesi yemeniti descritti da Eratostene da Cirene, uno dei massimi scienziati e geografi del mondo antico- conquistò l’Eritrea e vaste regioni dell’Etiopia. Il regno abissino rispose alcuni decenni dopo invadendo le terre yemenite e tenendole a lungo. Lo Yemen ricevette così influenze giudaiche (di qui i riferimenti salomonici delle tradizioni etiopiche, connesse tra l’altro alla Regina di Saba) e cristiane. Nello Yemen i principi abissini protessero le comunità cristiane. Nel 575 arrivarono i conquistatori persiani e una serie di fattori fecero cadere in rovina i canali d’irrigazione e declinare la prosperità. L’esplosione dell’energia e della grandezza della stirpe araba dopo Maometto non coinvolse particolarmente i principati yemeniti. Nel 1517 cominciò il dominio ottomano, durato con qualche interruzione fino al 1918.

Nella storia contemporanea dello Yemen si segnala nel 1958 l’adesione alla RAU (Repubblica araba unita), la sfortunata grande nazione comprendente Egitto Siria e Yemen, la quale non durò più di tre anni. Nel 1962 un colpo militare nasserista depose il sovrano e proclamò la repubblica. Seguì una cruenta guerra civile e nel 1963 i territori ex-britannici attorno ad Aden si costituirono in Repubblica socialista, ben presto entrata in contrasto con il Nord nasserista. Non mancarono due guerre di frontiera.  I conflitti tribali e di fazione non si spensero nemmeno dopo l’unificazione del 1990. Il paese soffre di tensioni separatiste e di contrasti confessionali interni all’Islam.

Nell’assieme lo Yemen è rimasto ermeticamente chiuso e arretrato. C’era stato un inizio di modernizzazione, poi i fermenti ribellistici, la povertà  delle masse e l’attivismo delle fazioni -oggi la più importante dovrebbe essere quella islamista- hanno fornito alla CIA il destro di avviare la sua campagna yemenita. Difficilmente cesserà prima che si verifichino rovesci e disavventure quali la Somalia, l’Irak, l’Afghanistan. Un paese meno felice che in tempi leggendari. Eppure se cessassero le lotte intestine potrebbe avere un futuro migliore. Così avvincente è il mito yemenita, tale è la suggestione della natura (il paese è prevalentemente montuoso, con cime che arrivano a 3700 metri e con 1700 km di coste) che il turismo diventerebbe una risorsa importante. Persino le coltivazioni preziose potrebbero rifiorire: non mancano nemmeno gli inverni freddi, le estati temperate, e discrete precipitazioni. Persino nevose, alle quote giuste.

Anthony Cobeinsy