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LA COSA BIANCA E IL SOPRAGGIUNTO FINI

settembre 2012 by:

Se gli arcangeli Gabriele, Michele e Raffaele, più Giovanni Battista il Precursore, Stefano protomartire e alcune migliaia di minori martiri fondassero oggi un nuovo partito, la Cosa Santa, tra pochi anni finirebbero quasi tutti indagati o imputati. Parecchi di loro, divenuti parlamentari peones o no, meriterebbero la galera; in parte vi entrerebbero. I costi della politica crescerebbero per un partito in più, la ripresa dell’economia verrebbe ritardata dalle tangenti imposte alle imprese nelle regioni, comuni e aziende pubbliche amministrate dalla Cosa Santa.

Beninteso la medesima cosa accadrebbe se Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg uccisi nel 1919, più Antonio Gramsci, Babeuf detto Gracchus suicida per la causa, la Pasionaria Dolores Ibàrruri e altri apostoli della non violenza proletaria lanciassero una moderna forza politica dal nome Spartakusbund Due o Nuova Cospirazione degli Uguali. Tempo qualche anno e la maggior parte degli assessori alla Sanità, dei presidenti di provincia e dei consiglieri Rai in quota alla Cosa Scarlatta dovrebbero stabilirsi in Tunisia o in altri Stati che non estradino. Tutto ciò è certo, certissimo, come il buio dopo il tramonto. Sessantasette anni di ‘democrazia dei partiti’- la definizione imprudente/spudorata è sfuggita di recente a Massimo D’Alema, l’implicazione essendo che tale democrazia è una condanna senza scampo, come la finitezza della vita biologica- il sessantasettennio dicevamo ha dimostrato al di là di ogni possibile dubbio che i partiti sono bande di malavita, famiglie dello stesso Mob dei Twenties a Chicago. L’Uomo del Colle non perde occasione per parlare di ‘nobiltà’ della politica e di indispensabilità dei politicanti e dei partiti. Ma è vero l’opposto.

Dunque il ministro Andrea Riccardi, il capo della Cisl e quello delle Acli, più un certo numero di Avv.Prof. profondamente cattolici farebbero meglio a lasciar cadere la Cosa Bianca. Li tormenterebbe il rimorso di aver dilatato la cleptocrazia nata dalla Resistenza. L’impegno religioso è una cosa molto seria: non lo insozzino con un altro partito di ladri. Tanto più in quanto il 18 agosto, in concomitanza coll’arrivo del caldo-killer Caligola, è andato a Pieve Tesino (Trento) per offrirsi come co-lanciatore della Cosa Bianca il noto cattolico, eremita e volto nuovo della politica Gianfranco Fini.

Per non mancare all’appuntamento degasperiano -a Pieve Tesino nacque lo statista democristiano, da Ciriaco De Mita, l’ex premier un po’ malalingua, lodato come “inventore del modello di governo di coalizione” (cioè come pacificatore della guerra tra bande)- l’ascetico Fini ha interrotto la sua adorazione della Croce all’Argentario o a Montecarlo. “A valle delle polemiche sulle sue superscorte, ha scritto Marco Cremonesi sul ‘Corriere’, il presidente della Camera è giunto a Pieve Tesino con un seguito non ridottissimo: quattro agenti e due autisti; ad attenderlo sul posto c’erano altri tre uomini. A precedere le due vetture del convoglio presidenziale, la staffetta della Polstrada”. Ogni sincero democratico,  ogni lettore assiduo della nostra mirabile Costituzione, non può che rallegrarsi del forte impegno dell’Erario sull’incolumità dell’aitante ma spirituale correligionario di Charles Péguy -quanti pellegrinaggi insieme a Notre-Dame di Chartres!- e di Georges Bernanos.

Se il terziario francescano Fini non fosse arso dalla fiamma dell’engagement civile, se ne sarebbe stato

all’Argentario a fare il sub -si sa che sotto la muta porta il cilicio- e a stendere quattro capitoli delle  Memorie: “Palinodia: Mussolini NON fu il maggiore statista del secolo”, “Fascismo altrettanto sterminatore quanto lo stalinismo”. “Sofferto distacco da Silvio” e “Ho pianto con Bernanos sulle Carmelitane di Port-Royal”. Sfidando l’ilarità generale, dei valligiani di Pieve Tesino come dell’intero arco dolomitico, l’aspirante quadrumviro della Cosa Bianca e homo novus del regime ha dichiarato: “Quel che conta è dar vita a una buona politica che abbia a cuore l’interesse generale”. Anche fuori del heimat degasperiano è universalmente noto che l’asceta dell’Argentario non ha smesso un istante in vita di avere a cuore l’interesse generale, soprattutto quando confliggeva coll’interesse proprio. I fatti parlano con voce di bronzo. E poi, il suo livre-de-chevet non è ‘Journal d’un curé de campagne’?

Porfirio

P.S.- Però Porfirio un merito lo riconosce all’Assetato di Dio che presiede Montecitorio: ruppe col Lubrico da Arcore.