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PERCHE’ L’ANTISLAMISMO E’ ANIMALESCO

settembre 2012 by:

Tutte le volte che sappiamo di eccidi tra musulmani, specialmente ma non solo tra sunniti e sciiti; e tutte le volte che veniamo incitati ad odiare gli islamici quali nemici ereditari ed eterni del cristianesimo, dunque dell’ebraismo, e dell’Occidente, dovremmo sentire il bisogno di uscire un po’ più dall’ignoranza della storia dell’Islam. Una storia non di compattezze, ma di frequenti conflitti tra credenti seguaci dello stesso Profeta. Scrive Ibn Al-Athir (1160-1233), il più celebrato di tre fratelli d’una famiglia intellettuale mesopotamica: “I Franchi si installarono da padroni in alcune terre dell’Islam allorché gli eserciti e i sovrani islamici si combattevano l’un l’altro”. Ne conseguirono coalizioni franco-musulmane che combattevano altre coalizioni franco-musulmane.

Le divisioni nel campo anticristiano agevolarono ai Crociati la conquista, anche se pure gli iniziali vincitori si scontrarono spesso: grandi condottieri come Baldovino di Edessa e Tancredi di Antiochia non esitarono a partecipare ai conflitti tra emiri rivali. Ed ecco, narra Al-Athir, “Kawasìl, un armeno signore di varie rocche a nord di Aleppo, che aveva con sé una quantità di rinnegati dell’Islam, aiutare in guerra uno dei maggiori conti cristiani”. Poco dopo un gran numero di musulmani cercarono rifugio presso Baldovino e Jocelin, i quali li trattarono benignamente, curarono i feriti, rivestirono gli ignudi e li avviarono ai loro paesi”.

Inutile dire che le cronache della Crociata e dell’Anticrociata sono fitte di stragi efferate, le quali contrastano e smentiscono gli episodi cavallereschi. Lo scontro tra Cristianesimo e Islamismo avvenne tra due civiltà, in quel momento fondate su principi sostanzialmente uguali eppure contrapposte fanaticamente. Oggi, un millennio dopo, le contrapposizioni sono cadute, salvo che per pochi lunatici. Anzi, constatava 55 anni fa l’illustre arabista Francesco Gabrieli, “è divenuto quasi di moda, da parte cristiana e cattolica, un atteggiamento comprensivo e conciliante, appunto, verso l’Islam”. Gabrieli sottolineava che le Crociate colpirono l’Islam in un momento critico della sua storia, “quando l’ondata araba si era arrestata, o rifluiva, e quella turca si andava ancora affermando. L’attacco in forze dell’Occidente latino colse di sorpresa una società musulmana politicamente divisa.

Verso la metà del sec-XII la resistenza musulmana si è irrigidita. L’arabismo come forza politica è ormai passato in seconda linea e sono turche le dinastie che conducono la lotta. Il grande Saladino, curdo di stirpe, muove dall’Egitto (da lui riportato all’ortodossia) per abbattere il regno latino di Gerusalemme. La cancellazione degli Stati cristiani che resistevano sulla costa sarà l’opera dei sultani mamelucchi, che alla metà del sec.XIII si insediano in Egitto soppiantando gli ultimi Ayyubiti. I rozzi soldati mamelucchi rafforzano il feudalesimo militare già introdotto dai Selgiuchidi, respingono verso il 1260 l’invasione dei Mongoli e liquidano le Crociate. Il papato, che aveva deviato le crociate contro i battezzati Albigesi e Svevi, deve rassegnarsi alla definitiva riscossa islamica”. Da parte musulmana, insegna ancora Gabrieli, non si parla di pace con i cristiani, ma solo di momentanea tregua. Molti islamici contrastarono la più famosa delle tregue tra i due campi, quella del 1192 tra il Saladino, sultano di Egitto e Siria, e Riccardo Cuor di Leone, molto prode ma non poco meno nobile e generoso del suo grande avversario, “l’optimus princeps dei musulmani, ricco di slanci più pietistici che cavallereschi”. Peraltro furono frequenti le “empie alleanze” tra credenti di fedi opposte contro nemici di entrambe le fedi.

I contrasti interni all’Islam cominciarono negli anni a ridosso del Profeta: lo scisma sciita risale al suo cugino e genero Alì ibn Abi Talib. E nei tempi che seguirono le divisioni anche atrocemente sanguinose tra credenti sia in Cristo, sia nel Profeta confermano crudamente l’impotenza delle fedi di fronte ai contrasti di interessi, agli odi politici e nazionalistici, ai particolarismi tra detentori del potere, ai materialismi, agli edonismi. Eppre mai come in questo avvio del terzo millennio d.C. le fedi -tutte- hanno il potenziale di esprimere direttrici e conduttori per società che hanno perso sia la maggior parte dei valori tradizionali, sia le guide ideologiche che sembravano reggere la modernità. Erano soprattutto le guide laiciste: capitalismo, liberalismo, comunismo. Tutte finite o morenti. Nei paesi più direttamente riferiti alle grandi religioni, le dottrine laiciste hanno dimostrato di non possedere più capacità propulsiva. Di qui nei paesi islamici la prevalenza, anche nelle prove elettorali, dei partiti e movimenti di ispirazione religiosa. Le fedi, che non hanno mai saputo impedire odii, guerre e sciagure, risultano in quanto ideologie terrene ben più vive ed efficaci delle idee laiche che, almeno in Occidente, dominarono l’Ottocento e il Novecento.

l’Ussita