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COME CHIAMEREMO IL NEOCOLLETTIVISMO CHE DOVREMO DARCI

ottobre 2012 by:

Morto nel disonore il comunismo, e assodata al di là di ogni dubbio l’irrilevanza delle varie famiglie del sinistrismo gauchiste, resta che l’avvenire è di una variante migliore del collettivismo. Dovrà essere opposta a quelle leninista e maoista, dovrà ispirarsi all’egualitarismo fraterno del convento, della gilda o del kibbuz. Senza la svolta neocollettivista non è concepibile alcuna delle bonifiche e delle opere di giustizia che la società attende, in Occidente come nell’Islam e altrove: ridurre a poca cosa i divari tra i redditi e le condizioni, cioè cancellare i miserabili come i veri e propri ricchi; attaccare i privilegi della proprietà, l’idolatria della crescita, la divinizzazione dell’impresa; azzerare gli abusi dell’alto mandarinato (manager pubblici e privati, top burocrati, generali) e delle professioni indecenti (politici, sindacalisti scervellati, campioni sportivi, stilisti di moda e simili). Solo la disciplina, e anche la coercizione, di un neocollettivismo ancora da progettare realizzeranno le bonifiche e le opere di giustizia. Non farà le une e le altre la sinistra convenzionale a ‘la Repubblica’: è insincera e buona a niente.

Il problema è non solo configurare questo neocollettivismo del futuro, ma anche come chiamarlo. La categoria di comunismo è definitivamente fuori gioco. Il comunismo realizzato  e quello fantasticato dagli ultimi mohicani (intellettuali con arteriosclerosi, cineasti male aggiornati, energumeni antagonisti, etc.) darebbero la certezza assoluta che mai la giustizia trionferà (e mai si spegnerà l’odio dei popoli che provarono lo stalinismo). La parola ‘socialismo’ è usurata all’estremo e in più, specialmente in Italia, Spagna e persino Francia, è sconcia. Per poterla pronunciare a tavola o in presenza dei bambini essa va accompagnata da un altro termine, p.es. socialismo del kibbuz o del convento, guild-socialism e simili.

Al suo inizio ‘Internauta’ richiamò gli apporti di Rodolfo Mondolfo al concetto di socialismo non leninista, cioè umanistico, e quelli di Ramiro de Maeztu al Guild Socialism (sorto in Gran Bretagna quale alternativa al fabianesimo; quest’ultimo si evolse nel Labour, presto ministeriale, liberista e satellite degli USA).  Qui, un anno dopo, segnaliamo con rispetto il ‘socialismo humanista’ di Fernando De los Rìos. Egli fu personaggio storico parecchio più di Rodolfo Mondolfo, che anch’egli voleva il socialismo, anzi il comunismo, libero e amico dell’uomo. Luogotenente di Pablo Iglesias  (fondatore nel 1879 del movimento socialista spagnolo,  incarcerato otto volte, Iglesias fu socialista di una razza opposta a quella dei Craxi, Felipe Gonzales, Blair, Schroeder, Zapatero), De los Rìos fu cofondatore e ministro importante della Repubblica del 1931. Durante la Guerra civile operò quale ambasciatore a Parigi e a Washington a favore della causa repubblicana. Cattedratico di filosofia politica in vari atenei, anche americani, resse brevemente quale rettore l’università di Madrid. Con Juliàn Besteiro, fu il maggiore esponente della tendenza riformista nel partito socialista e nel governo repubblicano. Nel suo nome si riassume il ‘Socialismo Humanista’.

Come vent’anni fa scriveva Elias Diaz, cattedratico a Madrid, “nulla fu più distante dal pensiero ‘humanista’ di De los Rìos dell’economicismo e del meccanicismo derivati dalle interpretazioni positiviste del marxismo”. Rifiutava di prendere la lotta di classe -quale era  nel suo tempo, violenta e persino armata- come valore e centro dell’etica socialista. E mai ammise una proprietà sociale/statale senza libertà. Lo spirito e l’esempio di De los Rios siano, anche sul piano teorico, un modello per l’oggi”.

“El humanismo -puntualizzava il professore Elìas Diaz, se vincula a una doble participaciòn: en las decisiones y en los resultados (…) Junta al Renacimiento, y sin confusiòn con el, la Reforma religiosa del cristianismo serà otra fuente inspiradora del humanismo di De los Rìos. En alguna ocasiòn se autoconfesò ‘cristiano erasmista’ (…) Pero Fernando De los Rìos se declara, sin mas, ‘no marxista’: no acepta, en principio, a Marx, por considerarlo (via Kautsky)  positivista”.  Da ministro della Repubblica come da teorico accademico, De los Rìos avversò il massimalismo della sinistra socialista (poi passata al comunismo) e invece caldeggiò la collaborazione con le forze centriste. Mai rinunciò alla coerenza socialista: “Capitalismo e umanismo sono antitetici”.

Ecco dunque una possibilità in più per chi voglia dare un nome al corso neocollettivista che l’avvenire ci promette, e che le malazioni passate e presenti ci vietano di chiamare socialista. Alle opzioni “kibbuzsocialismo”, “guild socialism” e “socialismo del convento” si aggiunge -nel nome di Rodolfo Mondolfo e di Fernando De los Rìos- “socialismo umanista” o “social-umanismo”.

A.M.C.