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IL VIETNAM CHE UMILIO’ GLI USA NON FARA’ PRODIGI NELL’EXPORT?

ottobre 2012 by:

Quando parliamo di battaglie globali per i mercati (=per la sopravvivenza) tendiamo a rinviare l’inclusione del Vietnam tra i vincitori. Sappiamo che è già un protagonista, però lo collochiamo nello sfondo. Per ora i numeri giustificano che si ragioni soprattutto di Cina. Però dovremmo prepararci a sorprese. 48 anni fa il Vietnam schiacciò i francesi a Dien Bien Phu. Più tardi osò l’inosabile, battere un’America resa spietata dalla vergogna, e vinse. Non fu solo questione di eroismo e di fibra umana; anche di pensare e di organizzare. L’America non ha più potuto cancellare o dimenticare il tremendo scacco subito.

E’ inevitabile ragionare: un Paese che si è coperto di tanta gloria contro la superpotenza planetaria, non possiede un potenziale superiore ad ogni confronto? Non è verosimile che farà meraviglie nella competizione economica, ben al di là della sua superficie, popolazione e Pil odierno? Che su vari piani potrà battere non solo competitori quali India, Indonesia e Brasile, ma persino misurarsi con Germania e Cina? Che relativamente presto peserà più dell’Italia?

Il territorio vietnamita supera di solo un decimo il nostro. Secondo dati riferiti al 2010 o 2011, la popolazione attiva è di 41 milioni su un totale di circa 84 milioni. La disoccupazione dovrebbe aggirarsi sul 6%. Nel lontano passato il Paese fu a lungo vassallo della Cina; la sua successiva indipendenza finì nel tardo Ottocento per la conquista francese. Nel 1954, duramente sconfitta a Dien Bien Phu, Parigi cedette agli USA le pretese sull’Indocina. Il conflitto si trascinò stancamente fino al 1965, quando Washington fece affluire un’armata possente e i bombardieri delle portaerei e di innumerevoli basi. Tre anni dopo, l’offensiva del Tet rivelò la micidiale efficienza dei Vietcong. Il loro trionfo si completò con la conquista di Saigon e la fuga precipitosa degli americani.

La nazione vittoriosa si aprì agli investimenti stranieri nel 1990. Dieci anni dopo il presidente Clinton  andò a Canossa,  cioè ad Hanoi, e da allora cominciò l’afflusso di grandi investimenti, anche americani. Nell’estate del 2010 (oppure 2011) si contavano 544 investimenti statunitensi in corso, per 164 miliardi di dollari. I turisti stranieri superarono i 5 milioni. Il Paese figurava undicesimo al mondo per investimenti stranieri, dodicesimo per sviluppo del turismo. Moody lo collocò sesto tra i paesi industrializzati, con uno dei Pil più alti in Asia. La sola edilizia, terzo tra i settori che attirano più capitali internazionali (primo probabilmente è il tessile) contava nel settembre 2010  $8 miliardi di iniziative straniere. Crescono impetuosamente, e sono in testa nell’export, il legno, l’abbigliamento e l’acciaio. L’export siderurgico si moltiplicò per 20 in dodici mesi. Invece l’azienda campione per brillantezza dei risultati appartiene al comparto calzaturiero.

Nella siderurgia, settore per così dire maturo persino in un territorio cui una guerra feroce aveva inferto distruzioni materiali e umane gravissime, l’aggiornamento tecnologico procede veloce. Un’azienda su tre ha le attrezzature più moderne; cinque anni fa era una su quattro. E’ il risultato della cooperazione di un partner industriale possente, la Cina. Nelle sole infrastrutture vietnamite sono previsti investimenti fino a $200 miliardi in 10 anni, di cui 20 miliardi per modernizzare 6 grandi porti.

Il Paese ha i suoi problemi, due dei quali sembrano essere la corruzione e l’inadeguatezza culturale di una parte dei burocrati. In una società in partenza comunista (ora ‘comunista’ come la Cina?) i burocrati sono ancora importanti. Ma una ex-colonia che riuscì a schiacciare il corpo di spedizione mandato da Parigi per riconquistare l’Indocina; che soprattutto seppe organizzarsi per trionfare in una guerra atroce con gli USA (sganciarono più bombe che nell’intero secondo conflitto mondiale), si può dubitare che risolverà le difficoltà e raggiungerà gli obiettivi?

E si può dubitare che il Made in Italy sarà incalzato da un avversario altrettanto implacabile quanto quello che, con una logistica fatta soprattutto di portatori e da biciclette, obbligò le portaerei americane a buttare a mare gli elicotteri per far appontare altri fuggiaschi della Superpotenza?

Anthony Cobeinsy