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ONIDA CONFERMA: DI QUESTO PASSO SI INVOCHERA’ L’UOMO FORTE

ottobre 2012 by:

Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale -cioè uno degli esuberi, il giorno che la Costituzione e la Corte saranno cestinate- ha incriminato gli italiani in blocco nell’irosa risposta che ha dato (‘Corriere’ 24 settembre) a Michele Ainis; il quale aveva definito zavorra il decentramento dello Stato, e sostenuto che dalla riforma nel 2001 del titolo V della parte seconda della Costituzione sono cominciati certi nostri guai. L’Emerito ha indirizzato contro “l’amico e collega” una serie di duri ‘non è vero’: 1) che la Costituzione trasformi le Regioni in potentati (“i potentati sono dovunque, al centro e in periferia, e la Costituzione non c’entra”); 2) che la Costituzione incoraggi il ‘centralismo’ delle Regioni a scapito dei municipi e consegni il governo del territorio alle mani rapaci delle Regioni; 3) che le Regioni a statuto speciale siano anacronismi (“esse sono luoghi di esperienze (sic), come del resto le Regioni ordinarie; 4) che abbia senso chiedere che lo Stato si riappropri di competenze.

Fin qui un dissenso di dottrina tra costituzionalisti. Però Onida va oltre. Accusa Ainis di “accarezzare per il verso del pelo la demagogia imperante che cerca il colpevole di tutto nelle istituzioni (…) senza mai domandarsi se non si debba chiedere conto di ciò che ci scandalizza, non a questa o quella istituzione della Repubblica, ma ai nostri concittadini elettori, i quali col loro voto hanno mandato in parlamento e al governo i famosi ‘nominati’ che hanno approvato le peggiori leggi ed eletto e rieletto discussi presidenti e consiglieri” (N.d.R: Chi avrebbero potuto eleggere, se tutti i politici appartengono alla stessa Casta?). Infierisce sugli italiani la requisitoria: “I politici contro cui si inveisce sono quelli che gli elettori hanno scelto. Non c’entra la Costituzione”.

Vi aspettavate che fosse un pontifex maximus del culto della dea CartaCost a testimoniare le malefatte dei Nonni Fondatori, laddove congegnarono un sistema nel quale gli elettori -il popolo ‘sovrano’- non contano niente, e tutto appartiene ai farabutti insediati dalla Costituzione? Che potevano fare gli elettori se non precipitarsi come lemmings, plagiati a credere che le urne siano la democrazia, ad annegarsi nella gora del partitismo organato dalla gloriosa Carta? Forse che se gli elettori-lemmings avessero scelto la lista Y invece che la Z il risultato sarebbe stato diverso, e non saremmo dove siamo? Forse che la Carta non ha generato la peggiore politica dell’Occidente?

E’ naturale che il pontifex rivendichi le virtù della sua Dea. E’ innaturale e maramaldesco che lo faccia incolpando le vittime dell’oppressione ingegnerizzata dai Costituenti. Michele Ainis, bersaglio dell’intemerata dell’Emerito, ha buon gioco a replicare: “Se la buona democrazia dipende dalle persone e non anche dalle regole, noi costituzionalisti faremmo bene a cambiare mestiere”.

Il pontifex si riscatta in grande col concetto finale della sua argomentazione: “A furia di fare della demagogia anti-istituzionale, rischiamo di alimentare il disamore per la democrazia e di preparare la strada all’invocazione dell’Uomo forte”. Questa sì che è verità sacrosanta: rischiamo di alimentare. Due avvertenze, peraltro: 1) non di disamore occorre parlare, ma di disgusto e odio per ciò che  dobbiamo ai detti Fondatori, non per la democrazia. La democrazia, un giorno, sarà tutt’altra cosa, senza gli eletti della casta. 2) I mali dell’Uomo forte saranno poca cosa rispetto al ‘governo dei delinquenti ai sensi della Costituzione’. Chi si sente di prevedere che gli italiani offriranno i petti ai blindati dell’Uomo forte, perdipiù agitando copie della Costituzione, il ‘libretto rosso’ del misoneismo?

A.M.C.