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CESARE ROMITI VAGHEGGIA IL SECONDO BOOM, I VESCOVI SARDI SOLIDARIZZANO MALE

novembre 2012 by:
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Per cercare di capire come andrà a finire, il meglio non è ascoltare un grande manager, il più illustre tra i nostri, piuttosto che gli economisti della cattedra? Allora ecco Cesare Romiti, ottantanove anni ma ancora sulla breccia come presidente della Fondazione Italia-Cina e come altro. Da una parte sentenzia che “la grande industria non c’è più. E’ rimasto solo l’Eni. Un’impresa come la Fiat, quando sospende la progettazione da un paio d’anni perché c’è crisi di vendite, decreta la morte dell’azienda”.

Dall’altra proclama “Ci serve un piano Marshall per liberare l’orgoglio dei giovani. Lo chiamerei ‘Rifare l’Italia’. Ritroviamo l’orgoglio e rifacciamo l’Italia”.

Grandi cose, indeed! Però all’intervistatore di ‘Avvenire’, il quale obietta che ai tempi del piano Marshall vero arrivarono i dollari dagli USA, ma oggi chi pagherà?, il grande manager dà una risposta  sconcertante: “Non parliamo di aiuti, ma di una scintilla che accenda il desiderio, appunto, di rifare l’Italia (…) Ridiamo entusiasmo e fiducia a imprese e a cittadini. Nei momenti più difficili gli italiani sanno unirsi e reagire con l’orgoglio. Basti pensare all’alluvione di Firenze”. L’ex imperatore va un po’ sul vago, non spettando a lui ottantanovenne agire; quindi altra obiezione dell’intervistatore: “Non è una ricetta economica”. Replica: “Lo so, è politica. Le rivoluzioni partono da ragioni ideali, non economiche. Bisogna andare al cuore degli italiani, dei giovani. Sono loro la forza del Paese. Solo così l’Italia troverà la forza di un nuovo boom”.

Un volontarismo assertivo, questo di Romiti, tanto più cogente in quanto accompagnato da alcune critiche specifiche al nostro costume economico. Esempio: “L’introduzione delle stock options ha contribuito a minare l’industria dalle fondamenta. Agnelli me le propose decine di volte. Dissi sempre di no. Oggi si offrono stock options legate a risultati di brevissimo periodo. In questo modo l’industria diventa sempre più un fatto finanziario e non manufatturiero. Il deterioramento del mondo economico è cominciato quando ha preso il sopravvento la finanza. E’ stata la stessa industria a implodere”.

Che dobbiamo fare? “L’Italia non può misurarsi solo con lo spread. C’è bisogno di far tornare gli italiani a lavorare. Di dare opportunità e speranza a milioni di giovani e meno giovani. Sono gli uomini che muovono i cicli economici”. L’intervistatore di ‘Avvenire’ azzarda che la prospettiva così additata è ‘una rivoluzione romantica’.  Romiti insiste: “Bisogna andare al cuore degli italiani e dei giovani. Sono loro la forza del paese. Solo così l’Italia troverà la forza di un nuovo boom”. Un nuovo boom! Il grande manager non ha indicato, né nel concreto né tanto per parlare, quali azioni e fattori susciteranno un grande balzo in avanti in alcun modo simile al miracolo postbellico, quando, nelle parole del capo della ‘Fiat dell’Avvocato’, “tutta la società italiana aveva voglia di fare, più che di ragionare”.

Non è facile credere nel ‘secondo miracolo’. In più non è assiomatico lo si debba desiderare, con tutto il rispetto per il Bismarck dell’Avvocato. Il ritorno alla crescita è specialmente implausibile in Sardegna, dove p.es. si sostiene che ‘tutti i vescovi’ sono a fianco dei lavoratori. Si lamenta la desertificazione industriale. Ma quando certe industrie fatte sorgere artificialmente nell’isola erano finte, economicamente illogiche, essere a fianco dei lavoratori significa poco, o niente. L’Europa è grande promotrice di iniziative di sviluppo, ma in Sardegna ci proibisce addirittura, pena costose sanzioni, di tenere in vita attività che senza sussidi e incentivi chiudono. Allora i vescovi sardi dicono cose altrettanto senza senso quanto i patriottismi e gli psicologismi di Romiti. La Sardegna perde le fabbriche perché non avrebbe dovuto averle. Nessuna legge vuole che tutte le plaghe del pianeta divengano e restino manufatturiere.

Non parliamo poi di Taranto. Lì le maestranze ILVA non si contentano degli assegni di sopravvivenza (che non dovranno mancare, e non mancheranno). Vogliono le buste paga e i tumori (tumori anche per quanti non ricevono buste paga). Anche chi preferisca la dottrina sociale della Chiesa agli stanchi furori del sinistrismo dovrà deplorare che i vescovi si schierino con le maestranze per le buste paga d’abord. I vescovi dovrebbero depennare questa solidarietà, in quanto sbagliata. Gioverebbero di più ai lavoratori se li aiutassero a capire la convenienza, non solo spirituale, di cambiare valori e obiettivi: di passare dal perseguimento del benessere simil-piccoloborghese all’umanismo della frugalità, dell’abbassare i bisogni (coll’infelicità che impongono); di rinunciare alle priorità dell’occupazione  e del reddito; di  accettare il ritorno alla vita semplice, organizzata da un nuovo e libero collettivismo solidale. Infatti occorrerà inventare i modi per vivere bene col poco. Al limite, con nessun lavoro retribuito e col solo assegno di sussistenza modesta, da garantire a tutte le famiglie.

Se verrà il Secondo Boom di Cesare Romiti, tanto di guadagnato? Forse che sì, forse che no. Il miracolo di mezzo secolo fa ci ha fatti addicted  a un edonismo frustrante che non tornerà. In ogni caso non tornerà presto.

A.M.C.