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LA CITY OF LONDON INCARNA IL PECCATO MORTALE DELLA FINANZA

novembre 2012 by:

Alcuni mesi fa, quando esplose lo scandalo Libor, il settimanale newyorkese ‘Time’ non resistette alla tentazione di additare nella capitale britannica la scaturigine di tutto quanto si deplora come l’opposto dell’operosità capitalistica virtuosa. Londra e non New York, forse perché sulle rive del Tamigi aleggiava un retaggio antico, fatto venerabile da una communis opinio anglofila. Gli autori dell’inchiesta, Peter Gumbel e Catherine Mayer, muovevano dalle attività spericolate di alcuni brillanti protagonisti stranieri, cominciando da Bob Diamond, un trader di Concord, Mass. che pervenuto alla testa della Barklays, banca fondata da Quaccheri nel 1690, aveva portato l’istituto al  sesto posto assoluto in Europa, assets 2,3 trilioni di dollari. Per sè  Diamond aveva guadagnato almeno $150 milioni. La bravata più recente  era stata comprare ciò che restava della Lehman Brothers pochi giorni dopo la bancarotta. Lo scorso 26 giugno la Barklays era stata multata per $450 milioni in connessione allo scandalo Libor, chiamato da un columnist ‘the crime of the century’.

Si additavano altri trader d’assalto stranieri: il francese Bruno Iksil, asso dei derivati, probabilmente responsabile di operazioni costate, secondo le versioni, da 2 a 5 miliardi alla J P Morgan Chase; l’americano Joe Cassano, capo della divisione prodotti finanziari del gruppo AIG, massimo assicuratore al mondo (nel 2008 AIG era stato sul punto di crollare); un pakistano che aveva fondato a Londra una banca privata operante in 70 paesi prima di fare bancarotta con un vuoto di $20 miliardi. Nick Leeson,  basato a Singapore, aveva contribuito alla chiusura della banca d’investimenti Barings. Erano stati scossi da scandali grandi banche come Deutsche Morgan Grenfell, Credit Suisse First Boston, Merrill Lynch, National Westminster. L’oriundo africano Kweku Adoboll è finito sotto processo per operazioni che avevano fatto perdere $2,3 miliardi alla svizzera UBS.

Ma il servizio di ‘Time’ sottolinea che, al di là delle malefatte di una schiera di stranieri e di locali affluiti nella City, “London itself, especially its compact financial district known as the City, is implicated (…) A swelling sentiment would like to see a bigger entity in the dock: London. It is no longer enough to explain the City’s supremacy as a global incubator for scandals by citing its  supremacy as a center for international finance, the world’s most potent competitor to New York City, a place where transactions covering literally trillions of dollars, pounds and euros are executed every day. The scandals lay bare serious failings in the British system -failings of regulation and of culture. In a globalized financial system, such failings have global repercussions, yet responsibility for fixing the system rests locally, with the flawed system itself. Politicians, police, regulators, corporations and the media, which should hold the rest to account, have been enmeshed in a series of confidence-sapping scandals. As the world discovered in 2008, when you’re too big to fail, that’s a problem”.

Nel 2011 un rapporto del Fondo Monetario Internazionale rilevò che “the size and interconnectedness of the U.K. financial sector make it a powerful originator, transmitter and potential dampener of global shocks”. Il punto, dice l’articolo-denuncia di ‘Time’, è che il successo di Londra quale mercato finanziario era poggiato su “an increasingly quaint notion of British gentlemanly business practice”; sulla convinzione that “the market itself is clean, even if some players are not. In the mid-1980s, Britain’s Conservative government instituted an oversight regime in the City that relied heavily on self-regulation. Labour, after winning power in 1997, continued the light-touch tradition (…) Self-regulation still prevails in Libor, a state of affairs that now looks like a serious omission”. Conclusione dell’inchiesta: “It is critical for London’s future as the key global financial center to rebuild confidence, and quickly. If Britain doesn’t root out the conditions that allowed the conflicts of interest and illegal practices in the Libor affair to flourish in the first place, it may find not just its economy in peril. Its position in the world, already crumbling, is at stake”.

La posizione della Gran Bretagna, non solo di Londra, nel mondo è dunque a repentaglio. Che posizione le è rimasta? Prima del secondo conflitto mondiale, voluto alfierianamente dal belluino guerrafondaio Winston Churchill -innamorato del tuono dei cannoni come Mussolini lo era delle sfilate ai Fori Imperiali- Albione era non solo la maggiore di tutte le potenze, ma anche la Gran Madre del liberalismo e del costume pubblico occidentale. Distrutta la grandezza britannica dalla titanica vittoria di Churchill -in realtà vittoria dell’iperbellicista F.D.Roosevelt, fondatore dell’impero americano- il Regno Unito si trovò coperto di debiti e senza l’impero: al di là delle apparenze, il paese dalle prospettive peggiori. Aveva aperto la civiltà industriale, perderà quasi tutte le industrie. A valle del tardochurchillismo della Thatcher il Regno di Elisabetta, sovrana i cui orizzonti spirituali non si allargano oltre gli ippodromi, è un aggregato di alberghi e camere ammobiliate per ex-sudditi coloniali, un ‘financial center’ che attira cambiamonete e mariuoli da tutti i continenti e un bieco sabotatore dell’Europa (‘Internauta’ ha ripubblicato in proposito una lettera di Renzo Cianfanelli, storico corrispondente da Londra del ‘Corriere’).

Chi scrive non sa se The City of London perderà o no in tutto ‘la gentlemanly business reputation’ (un articolo recente su ‘Internauta’ di Gianni Fodella constata che la reputazione è già persa).  Io lamento la rovina di una grande nazione, che ha dato una lingua al mondo, ridotta a satellite secondario degli USA, anch’essi sul viale del tramonto. Ha puntato sul fare soldi coi soldi, ma forse cambiamonete e mariuoli si rivolgeranno altrove. Albione è ostinata, però col tempo si renderà conto della sventura d’aver dato i natali al leone Winston Churchill.

Anthony Cobeinsy