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L’Iran si avvicina al voto: possibile un altro scoppio della rabbia di piazza?

novembre 2012 by:

Tra circa sei mesi la Repubblica islamica dell’Iran andrà al voto. Il Paese, pedina fondamentale nello scacchiere mediorientale per peso politico ed economico, arriva all’appuntamento con addosso gli occhi di tutto il mondo. Le scorse elezioni, nel 2009, avevano generato le imponenti proteste della società civile che denunciava i brogli a favore del presidente uscente Ahmadinejad. “L’Onda Verde”, così chiamata per via del colore scelto dai manifestanti, era sembrata per alcuni giorni in grado di sommergere il regime. Mai, dalla rivoluzione del 1979, la teocrazia è parsa tanto in bilico come nel suo trentesimo anniversario. Solo una repressione brutale delle manifestazioni e una campagna di arresti e torture senza precedenti sono riuscite a soffocare la rivolta. Quello su cui si interrogano gli osservatori internazionali è se la brace sia ancora accesa.

Al malcontento della popolazione istruita che vive nelle città, nerbo delle precedenti proteste, si è aggiunto negli ultimi anni quello dei più poveri. Una grave crisi economica, dovuta anche alle sanzioni imposte dall’Onu, ha ridotto il potere d’acquisto degli stipendi. Il prezzo dei beni primari è cresciuto a dismisura: in un anno è raddoppiato quello del latte e quello del pane è sestuplicato. La valuta iraniana, il rial, ad ottobre si è svalutata del 40% sul dollaro ed è in costante calo. L’inflazione viaggia su valori vicini al 25%. Le esportazioni di greggio, perno centrale dell’economia del Paese, sono in forte calo e a fine anno potrebbero risultare dimezzate rispetto al 2011. Alle proteste di chi denuncia la mancanza di libertà si sono sommate quelle di chi protesta per la mancanza di benessere economico. Due mesi fa sono scesi in piazza contro il governo i commercianti dei Bazar. Questa è una lobby potente in Iran e già fu fondamentale per la caduta dello Scià. Perdere il loro appoggio sarebbe pericoloso per il regime, che infatti sta correndo ai ripari prendendo le distanze dall’attuale presidente.

Ahmadinejad non si candiderà nel 2013. Se anche non ci fosse la costituzione ad impedirglielo, fissando il limite di due mandati, non ne avrebbe comunque la forza politica. L’Ayatollah Khamenei, suprema guida spirituale e politica dello Stato, dopo aver appoggiato il presidente nella repressione dell’Onda Verde, l’ha progressivamente abbandonato al suo destino. Gli attriti tra i due sono dipesi prima dal tentativo del presidente di guadagnare potere e autonomia, rimpiazzando alcune figure vicine a Khamenei con propri fedelissimi, e poi dalla reazione dell’Ayatollah. Nel 2011 il conflitto è esploso pubblicamente con una raffica di arresti di persone considerate vicine ad Ahmadinejad e con le illazioni su una visione “eretica” dell’Islam sostenuta dal presidente. Screditato agli occhi anche dell’elettorato religioso e conservatore, Ahmadinejad ha ottenuto un risultato deludente alle elezioni per il Majlis (il parlamento) dello scorso marzo. I numeri parlamentari ora non gli permettono di fare oltre la parte del leone, anzi. Molti all’interno del regime sono pronti a sacrificarlo come capro espiatorio per placare il malcontento popolare, scaricando sulle scelte economiche del presidente la colpa della crisi.

Il regime è preoccupato di garantire la propria sopravvivenza. Questa viene messa a rischio, oltre che dalla crisi economica e dalle divisioni interne, dal contesto internazionale. Dopo le “primavere arabe” la teocrazia si sente meno al sicuro. L’appoggio anche economico ad Hezbollah, il movimento fondamentalista sciita del Libano, e al dittatore siriano Bashar al Assad creano più malcontento che altro tra gli iraniani, specie in un momento di crisi economica. Anche l’invio di soldi ed armamenti ad Hamas non è ben visto. La causa palestinese sta molto più a cuore ai dirigenti del regime islamico, impegnato in uno scontro con Israele, che non ad una popolazione che non è nemmeno araba.

Un eventuale attacco israeliano, più volte ipotizzato negli ultimi mesi, avrebbe probabilmente ridato forza al regime e armi alla sua propaganda. Ma pare non sia più imminente. La via diplomatica per risolvere la questione del nucleare sembra essersi riaperta, stando alle dichiarazioni del segretario generale dell’Aiea (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica delle Nazioni Unite) Yukiya Amano. Molto dipenderà dall’atteggiamento di Teheran che, vista l’attuale debolezza, potrebbe essere più dialogante e accettare l’invio di ispettori Onu.

Anche la prospettiva di un attacco americano sembra più remota dopo la vittoria di Obama. Nei confronti dell’Iran il presidente sta utilizzando soprattutto i mezzi della diplomazia multilaterale. Negli ultimi due anni si è avuto un costante inasprimento delle sanzioni economiche contro la repubblica islamica, soprattutto da parte di Stati Uniti e Unione europea. Russia e Cina, che pure fanno parte del gruppo “5+1” (gli Stati membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu, più la Germania) che ha deciso le sanzioni, sono più restii ad applicarle specie per quanto riguarda i limiti alle esportazioni di greggio dal Paese del Golfo.

Un aspetto nuovo e interessante dello scontro con l’Iran è poi il recente impiego di armi cibernetiche. Gli analisti di cyberwarfare sono abbastanza concordi nel ritenere che i due virus, Stuxnet e Flame, scoperti in Iran siano stati lanciati da Stati Uniti e Israele, forse in collaborazione tra loro. Flame è un classico virus spia, che ha per anni sottratto milioni di file e informazioni al regime di Teheran. Più affascinante Stuxnet, che si configura come una vera “arma”. Il virus, prima di essere scoperto e neutralizzato nel 2010, è riuscito a distruggere circa un terzo delle centrifughe della centrale atomica di Natanz, ritardando di mesi, forse anni, il programma nucleare iraniano. Teheran sta investendo molte risorse per la creazione di una propria forza nell’ambito cibernetico, ma lo scontro col l’Occidente per ora è impari.

L’Iran che va al voto è un Paese fiaccato dalla crisi e dall’isolamento internazionale. Un contesto in cui è possibile, anche se ora è difficile prevederlo, che scoppi un’altra rivolta. Per sventare questa eventualità il regime potrebbe scegliere la strada del dialogo, cercando di ottenere un allentamento delle sanzioni. Oppure, e questo è il timore di molti iraniani, potrebbe cercare lo scontro per unire la popolazione contro il nemico esterno. Anche a costo di rischiare un conflitto.

Tommaso Canetta