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METEORA FRAGA IRIBARNE – LA SFIDA CHE NON RACCOLSE

novembre 2012 by:
fraga

L’uomo che negli anni Sessanta doveva diventare lo statista spagnolo intellettualmente più dotato tra tutti, nacque in Galizia nel 1922, nipote di un carpentiere e di un muratore. Come molte altre famiglie della Spagna che si affaccia sull’Atlantico, anche quella di Manuel Fraga senior poté o dové ‘hacer las Americas’: trasferirsi, in questo caso a Cuba, e dopo qualche anno rimpatriare come ‘indiana’, con risparmi di qualche entità. La mamma Maria Iribarne Debuix era nata in Francia.

Il Nostro, di nome Manuel come il padre, fu uno scolaro prodigio, con una memoria strabiliante, sin dagli anni del ‘parvulario’ (asilo d’infanzia). Poco dopo la laurea in legge fece e vinse i quattro concorsi più difficili di tutti: magistratura, diplomazia, uffici delle Cortes, abilitazione alla cattedra universitaria.

Divenne ordinario a Valencia a 26 anni.

Un giovane così non poteva non attirare l’attenzione di Francisco Franco: nel 1962 lo fece ministro. Quando tre anni dopo Fraga Iribarne portò in Consiglio dei Ministri la sua Ley de Prensa, che sopprimeva la censura e liberalizzava la stampa, alcuni ministri recalcitrarono. Tagliò corto il Caudillo: “Si los gobiernos débiles de principio de siglo pudieron gobernar con amplia libertad de prensa, es poco probable que un Estado fuerte y lleno de recursos (mezzi) como el de ahora, no pueda gobernar con una libertad de prensa regular”. L’aver aiutato Franco a ragionare così fu il capolavoro di Fraga Iribarne. Un’altra opera grossa fu il boom turistico, cioè l’apertura delle frontiere. Il lancio del settore turistico “abriò la mente de un pueblo que, segùn decìa el filosofo José Ortega y Gasset, se encontraba ‘tibetanizado’. Fraga descubriò en el turismo el petròleo de la economia espagnola“.

Un ventennio dopo Fraga fece la puntata sbagliata del liberalismo conservatore alla Cànovas del Castillo e alla Antonio Maura, quest’ultimo l’importante Premier che, prima d’essere messo fuori gioco dalla Dictadura di Primo de Rivera, aveva tentato di riformare dall’alto il decrepito liberalismo dei notabili. Fraga, dicevamo, si suicidò politicamente con la sua scelta. Tuttavia non mise mai la fede nel mercato al di sopra della consapevolezza: “Fracasado y en trance de desapariciòn el socialismo de Estado, quiero recordar en todo caso que el sistema superviviente, el capitalismo liberal, dista mucho de ser un modelo que no admita discusiòn ni perfeccionamientos; y a la vista tenemos las dificultades que tiene para hacer frente a los ciclos econòmicos; para dar a la poblaciòn, y in particular a la juventud, un nivel razonable de empleo; para ofrecer un sistema mundial aceptable de vida para muchos miles de millones de seres humanos. Aparte de que no es menos cierto que tampoco existe un modelo ùnico de capitalismo liberal. Contra lo que creìa Adam Smith, el mero interés de los agentes econòmicos no crea por sì solo, por el efecto automàtico del mercado, una ética natural de la sociedad“.

Abel Matutes Juan, che a Madrid è stato ministro degli Esteri, ebbe a osservare: “Se qualcosa si può dire con certezza di questo spagnolo, di questo basco-francese, di questo europeo che si chiama Fraga, è che il suo sguardo acuto ha visto arrivare il futuro. “Hay una vieja creencia popular segùn la cual, como anuncio de una crisis, aparece un cometa en el firmamiento. Fraga es uno de esos cometas. Nadie ha anticipado tan exactamente todos los detalles de la crisis que se cierne sobre nuestra cultura“. Nelle parole di Alberto Ruiz-Gallardon, presidente della Comunidad de Madrid, “el Profesor y el politico Fraga es una de las personalidades cuya aportaciones a nuestra realidad contemporànea se incluyen (entrano) en el ambito del pensamiento europeo del nuestro siglo“.

A chi gli proponeva di compiere o scrivere una grande opera come testimonianza del suo passaggio nella storia della Spagna, Fraga dette una risposta abile: “No, non deseo obras grandes y solemnes; quiero dejar (lasciare) mucha obras pequegnas y ùtiles para un pueblo pobre“. Abile perché, storicizzando, aggirava la difficoltà di giustificare la propria rinuncia -egli uomo di visione, e anche profeta- ad avventurarsi nella più avanzata delle esplorazioni, la totale trasformazione della democrazia. Invece di avventurarsi nel futuro, egli credette di dovere rilanciare il passato: il liberalismo conservatore.

Antonio Massimo Calderazzi