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DESTINO MEROVINGIO PER MARIO MONTI

dicembre 2012 by:

Lo sanno tutti che la prima grande dinastia franca, i Merovingi, fondata da re Clodoveo nel 481, non finì bene: abbastanza presto ridotta dal potere dei maestri di palazzo al ruolo di rois fainéants. L’ultimo sovrano merovingio, Childerico III, fu deposto da Pipino il Breve padre di Carlo Magno. Nei suoi tredici mesi Mario Monti ha fatto il merovingio, menomato dall’arroganza dei partiti, camuffata da senso di responsabilità. Al di là delle rivalità intestine, i partiti erano e sono strettamente confederati in un ‘maestro di palazzo collettivo’ capeggiato  da una specie di Pipino il Breve chiamato Giorgio Napolitano. Il collettivo ingiungeva, il Merovingio applicava.

Nel novembre 2011, insediandosi a palazzo Chigi, il Nostro cinse la corona di Clodoveo -dell’antenato primo, Meroveo, si sa poco- nel migliore dei modi. Annunciò che, oltre a scongiurare il default, pericolo supremo, avrebbe ucciso il drago della malapolitica. Ne avrebbe tagliato in grande i costi e i ranghi, abolito o diradato le province e le prefetture, avocato i redditi dei superburocrati e dei boiardi oltre il livello del più alto dei magistrati, incoraggiato il passaggio al parlamento unicamerale, avviato le grandi dismissioni; e parecchio altro. Soprattutto avrebbe fatto avanzare in modo simultaneo austerità ed equità, spirito imprenditoriale e socialità. Equità avrebbe voluto che il dovizioso One per Cent dello Stivale soffrisse, p.es. per l’Imu, tanto quanto soffrirono gli abitatori di bilocali più servizi. Perché la sofferenza fosse eguale, se i bilocali pagarono mille, i più ricchi di tutti avrebbero dovuto pagare cinquecentomila: questo essendo all’incirca il divario tra le condizioni.

Nulla di simile è avvenuto. Nell’anno di Monti l’incremento della progressività del prelievo fiscale è stato infimo. In realtà l’aggressione straordinaria sugli spiantati inermi avrebbe dovuto essere accompagnata da un’autentica patrimoniale sulle grandi fortune. Se all’espatrio illegale dei capitali si fosse risposto con espropri di beni non espatriabili e coll’esilio dei possessori nemici della collettività, ben pochi capitali avrebbero abbandonato il suolo patrio. All’asserzione, fatta anche dal Merovingio, che la patrimoniale avrebbe disincentivato gli investimenti stranieri, è agevole opporre che sarebbe stato facile esentare da prelievi eccezionali per ‘x’ decenni i nuovi investimenti dimostrabilmente stranieri.

Nessun gioiello nazionale è stato messo in vendita: cominciando dal Quirinale offensivamente costoso e sfarzoso. L’azione contro i costi e le prevaricazioni della politica, tutta delinquenziale, non è mai cominciata. Se un giorno sarà intrapresa, avverrà sotto un altro consolato. Inoltre appariva naturale, coerente con la logica bonificatrice del governo tecnico, che imitassimo i numerosi paesi che hanno ridotto le spese militari e chiuso le spedizioni all’estero. Incomprensibilmente, nel 2012 lo zelo atlantista e l’offerta a Washington di contributi a nostre spese sono cresciuti invece di ridursi. Per comprare super-armi di ultima generazione, Monti ha tagliato il Welfare. Invece nessuno può censurare il Fiduciario della partitocrazia per non avere preso misure in pro della crescita: primo perchè nessuna di tali misure era possibile nel 2012, secondo perché la crescita non dovrà più essere perseguita come lo è stata nell’ingannevole passato. Va sì perseguita la fraternità verso chi resta senza reddito. Gli alti consumi di massa non sono una priorità.

A credito del Merovingio devono certamente andare le parziali migliorie nei conti dello Stato e l’indubbio incremento della nostra reputazione internazionale rispetto al ludibrio in cui era affondata. Però: chi si sente di fare previsioni su quando e come dimezzeremo il debito sovrano, ove non cesserà la protezione ai privilegi della  nascita, della ricchezza e delle caste? Dovesse Monti diventare capo dello Stato, il suo volto sarebbe cento volte preferibile a quello di qualsiasi altro avanzo delle repubbliche trapassate.  Però il potere vero sarà dei partiti: il collettivo dei maestri di palazzo i cui capostipiti si chiamano De Gasperi Nenni Togliatti invece che Pipino il Breve Pipino di Herstal  Carlo Martello.

Ad ogni modo, non finirono molto bene nemmeno i vincitori carolingi. Il loro impero non fu millenario. Né durerà per sempre l’usurpazione dei partiti che soggiogarono Monti.

A.M.C.