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PERCHE’ SVEZZARCI DAL SALARIO

dicembre 2012 by:

“Anche nei paesi più pesantemente industrializzati, l’occupazione industriale non arriva a superare stabilmente la metà del totale degli occupati, così come la percentuale di occupati sulla popolazione totale non arriva a superare stabilmente la metà degli abitanti. Nel Regno Unito si realizza negli anni Ottanta un profondo processo di abbandono dell’industria tradizionale, con la sostanziale chiusura delle miniere e la fortissima riduzione delle industrie siderurgica e automobilistica, coll’abbandono della politica di protezione e di sussidi pubblici (…) Ormai nelle economie avanzate 8 lavoratori su 10 sono occupati nel ‘settore terziario’ dagli aspetti variegati, sempre meno  definibile in termini di ‘posti’ di lavoro. Ed è proprio qui che si diffondono categorie nuove: il lavoro a tempo parziale o a tempo definito e il telelavoro si combinano in una crescente frammentazione di compiti, prestazioni, modalità, sistemi di remunerazione; e rendono necessario un discorso nuovo”.

“Il cerchio così si chiude. Ci aggiriamo sperduti tra le macerie del lavoro domandandoci come fare a ricostruire qualcosa; parliamo ancora di ‘posti’ di lavoro quando non se ne creano di fatto quasi più, di salari minimi quando il salario è diventato una forma di remunerazione relativamente antiquata”.

Queste enunciazioni dal saggio di Mario Deaglio “Il lavoro e le sue prospettive“, pubblicato nel 2000 nell’Atlante del Novecento della UTET, appaiono un riferimento obbligato quando si voglia pensare l’avvenire né immediato né lontano. Deaglio addita le positività di quattro prospettive, che definisce ‘importanti campi d’azione’: l’istruzione; l’allungamento dell’attività produttiva al di là dei rigidi limiti d’età, ‘con carichi via via più leggeri’; la disciplina della mobilità; una regolazione equa dei flussi migratori e del tipo di competizione che può avvenire a distanza. Sono prospettive largamente condivise, le quali contrastano l’inclinazione a vedere il futuro nei termini più pessimistici. Tuttavia resta, con tutta la sua forza, la constatazione “di posti di lavoro, non se ne creano di fatto quasi più”. In Occidente l’area della povertà, cioè della mancanza di lavoro, tende ad allargarsi. Per l’Irlanda si parla di un 6% in più.

Probabilmente gli irlandesi dovranno dimenticare l’euforia di pochi anni fa, quando una serie di circostanze (che potrebbero non tornare) sembravano aver cancellato per sempre quel parossistico squilibrio tra risorse e popolazione che nella Great Famine del 1845-47 aveva fatto un milione e mezzo di morti per fame e spinto l’anno successivo un milione di persone a emigrare nel Nord America. Tendiamo a considerare ormai impossibili in Occidente sciagure così gravi, e diciamo che a pensare così facciamo bene. Tuttavia faremo meglio a prevedere delle vie di fuga. Non dobbiamo temere il flagello della distruzione del raccolto di patate, che uccise tanti irlandesi. Però ci minaccia la capacità dei nuovi paesi manufatturieri di produrre ‘tutto’. La via di salvezza più promettente sarà forse di avvezzarci alla fine dello sviluppo. Per molti implicherà di imparare a vivere senza un reddito di lavoro. La collettività dovrà imporre gravi sacrifici agli abbienti per poter garantire il minimo vitale a tutti i bisognosi; e tutti i bisognosi dovranno rinunciare ai confortevoli stili di vita che i tempi prosperi elargivano.

Tutto ciò renderà necessarie restrizioni sempre più dure alle libertà economiche e ai diritti di proprietà. A meno di non tornare alle ferocie della Great Famine, quando gli inglesi che mangiavano -e le loro élites erano comproprietarie del mondo: la Gran Bretagna egemonizzava il mercato mondiale- consideravano naturale che la carestia spopolasse l’Irlanda, come in passato facevano le pestilenze- a meno di non tornare alle ferocie, dicevamo, le società democratiche e libere dovranno accettare la disciplina dell’irreggimentazione collettivistica, sola capace di distribuire la ricchezza con qualche equità, come Londra non fece in Irlanda. Il riorientamento politico richiesto dall’imperativo della solidarietà coi miseri sarà verosimilmente più arduo nei paesi che avranno meglio conosciuto gli urti della lotta di classe e l’attivismo delle sinistre. Ciò in quanto l’aggressività di queste ultime avrà aggiunto anticorpi difensivi negli strati abbienti e diffuso diffidenze nelle masse teoricamente rappresentate dalle sinistre settarie.  Forse la socialità prevarrà più agevolmente dove le bandiere rosse avranno sventolato meno.

Anthony Cobeinsy