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LA NEMESI DI ZAPATERO: MANUEL AZAGNA

gennaio 2013 by:

Il mondo, cui non sfuggì il significato iconoclastico/dissacratorio della traettoria nei cieli spagnoli di J.L.Rodriguez Zapatero, dovrebbe riflettere sulla concatenazione di quel governante con un suo lontano predecessore e maestro, dal quale derivò la carica scardinatrice e una ferma vocazione giacobina. Il suo maestro non fu il compagno di partito Felipe Gonzales, primo capo di governo della Spagna passata alla partitocrazia ( Felipe portò i socialisti al potere nel 1982, e il suo lungo consolato è indicato come felipismo). Gonzales fu la variante spagnola di Bettino Craxi, con l’abilità e il cinismo di quest’ultimo; ma non fu abbattuto dalle sentenze penali.

Il maestro e il riferimento di Zapatero fu Manuel Azagna, ministro della Guerra al sorgere della Seconda Repubblica di Spagna (la Prima, proclamata nel 1873, era già morta nel 1875 per la restaurazione dei Borboni); poi capo del governo in quanto vincitore delle elezioni del 1936; infine, due mesi dopo, presidente della Repubblica. Restò a capo dello Stato fino alla disfatta nella Guerra Civile. Se Zapatero si provò a forzare la Spagna ad accelerare il passo della modernità artificiale, cioè ad omogeneizzarsi con le tendenze e le derive contemporanee, Azagna tentò la stessa cosa a partire dal 1931: con una coerenza laicista e liberal-radicale e un settarismo che inizialmente gli portarono una fortuna eccezionale; alla fine lo distrussero.

L’ascesa di Manuel Azagna si può dire fenomenale: una carriera senza eguali per un uomo che non era né un capopopolo né un avventuriero; era un intellettuale di pochi lettori. Prima di trovarsi nel 1931 uno dei fondatori della Repubblica, Azagna era stato un letterato e pubblicista politico, di ferma collocazione giacobina. Nel suo primo biennio la Repubblica fu governata da una coalizione di sinistra borghese, la quale innalzò Azagna a ministro della Guerra. Era un dicastero nevralgico: si trattava di ridimensionare duramente delle forze armate ormai elefantiache rispetto alle modeste esigenze di un ex-impero, e il ministro lo fece con caratteristica intransigenza. Lo strano era che egli, nemico di un vecchio ordine in cui i militari rappresentavano, con la Chiesa, una grande forza conservatrice, non era propriamente antimilitarista. Anzi assegnava all’esercito un singolare ruolo di appoggio alla riedificazione nazionale, dopo la grave sconfitta del 1898 e i rovesci coloniali nel Marocco.

Ha scritto José Marìa Marco, con quattro opere dedicate uno dei suoi maggiori biografi, che il Nostro, avversario del retaggio militare spagnolo però ammiratore di quello francese risalente a Valmy e a Jemappes, le fulgide vittorie del 1792, era persino guerrafondaio. Per amore della Francia repubblicana e laica cercò accanitamente con altri progressisti di far entrare la Spagna nella Grande Guerra. Prevalse la superiore saggezza, amica del Paese e degli uomini individui, dei governanti conservatori del tempo: Eduardo Dato, che un anarchico assassinerà nel 1921, e Antonio Maura che, anch’egli capo del governo, aveva tentato la via delle riforme dall’alto. Vinta la Guerra Civile, Francisco Franco avrà il merito di resistere alle pressioni del Fuehrer, appena trionfatore sulla Francia, perché Madrid entri nel conflitto a fianco dell’Asse. Più tardi il Caudillo riuscirà a convertirsi in alleato dell’America. Fece morire molti spagnoli, anche di garrota, ma a tanti altri  salvò la vita.

 

Per gli interventisti come Azagna i massacri della Grande Guerra avrebbero aperto un’era rigeneratrice. In ogni caso, nota il biografo  J.M.Marco, “quienes, como Azagna, se complacìan en pintar con las tintas mas negras el presente de Espagna, parecen pensar che sus compagtriotas estàn dispuestos a morir por la causa de la modernidad (…) De paso, Azagna desvela hasta (fino a) què altìsimo punto llega (arriva) su aprecio del espìritu militar. En defensa de la naciòn los ciudadanos han da estar dispuestos a dar sino su vida si es necessario. Ese es el sacrificio que Azagna, que no habìa hecho (fatto) el servicio militar, solicitaba de sus compatriotas (…) En la jerarquia de la vida social establecida por Azagna el militar ocupa tan alto lugar (posto); solo lo supera el politico, que acepta sacrificar todo a la colectividad” (nostra sottolineatura). Letta con gli occhi di oggi, quest’ultima frase dà la misura del farneticare dell’intellettuale Azagna. Il conato interventista del 1914 nel nome di un’immaginaria virtù delle stragi nelle trincee, virtù grazie alla quale la Spagna si sarebbe rigenerata, basta da solo a condannare l’Azagna non ancora uomo di governo.

Alla fine del 1933 la coalizione radical-progressista perse le elezioni. Invece nel febbraio 1936 il Frente Popular, alleanza di tutte le sinistre incoraggiata dall’avvento in Francia del Front Populaire, trionfò nelle urne. Manuel Azagna, che nei grandi comizi elettorali si era rivelato oratore efficace, viene portato dalla vittoria al vertice del governo. Dopo poco più di due mesi convince il parlamento a destituire il presidente della Repubblica, Alcalà Zamora, e si fa eleggere al suo posto. Negli annali della politica europea una carriera così brillante resta eccezionale, soprattutto per un uomo che non aveva un partito importante dietro di sé, era simpatico a pochi e presentava un volto fisico non attraente.

Nei cinque mesi che governò la Spagna intera Azagna volle quasi esclusivamente svecchiare, laicizzare e consolidare il potere della sua fazione. I terribili problemi della povertà di massa sembrarono non coinvolgerlo. Fece poco per il proletariato urbano, pressocché nulla per i braccianti senza terra, sottoalimentati per miseria. Conseguenze, scontri sociali quotidiani e crescenti, con un’esasperazione della controviolenza reazionaria. La fazione militare certamente si risolse a scatenare la Guerra civile: però due anni prima Francisco Franco aveva schiacciato nel sangue la rivolta dei minatori delle Asturie nell’interesse della Repubblica, che egli serviva. Se Azagna si fosse impegnato sul fronte della giustizia sociale invece che su quello della laicità e del rimodellamento delle istituzioni, il ribellismo classista degli anarchici e dei socialisti rivoluzionari non sarebbe esploso; non sarebbe esplosa nemmeno la reazione dei generali.

Dal primo all’ultimo giorno della Guerra fratricida il presidente Azagna fu come immobile. Governarono altri, specialmente i primi ministri Largo Caballero e Negrin. Il capo dello Stato faceva rare apparizioni e allocuzioni, scriveva (anche narrativa), mandava emissari nelle cancellerie e nei salotti internazionali a perorare la causa repubblicana, coltivava le rose nei giardini ex-reali, ritoccava le uniformi della Guardia presidenziale. Sapeva che la guerra volgeva al peggio, ma non tentò seriamente di imporsi su Negrin e sui comunisti, secondo i quali “resistir es vencer”. Arrivò la disfatta finale -primavera 1939- e il Capo dello Stato riparò in Francia a piedi, assieme a una moltitudine di profughi e di militari fuggiaschi. Morì esule l’anno dopo, fu sepolto nel cimitero di Montauban. Aveva puntato tutto sul laicismo e sull’ammodernamento delle strutture, trascurando i poveri che chiedevano pane.

E’ impressionante l’analogia  con la vicenda e le grandi scelte di J.L.Rodriguez Zapatero. Pervenne giovane al vertice di una Spagna assai prospera a confronto con quella di Azagna. Investì il suo capitale politico e la sua energia nella ripresa dell’anticlericalismo e nel contrasto alle tradizioni. Ai grandi problemi del Paese e dell’economia antepose i diritti delle minoranze e dei diversi. I bisogni essenziali del popolo restarono trascurati, finché arrivò la dura crisi. Zapatero è finito sconfitto e profugo come Manuel Azagna.

A M Calderazzi