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LA SOCIALITA’ DI PRIMO DE RIVERA SECONDO RAYMOND CARR

gennaio 2013 by:
Primo_de_Rivera

Altrove in questo numero (“La Casta sta trionfando: convinciamoci a odiare questa democrazia”) si sostiene che il nostro sistema non è più risanabile -troppo porcina la classe politica- e che non ci resta che sperare, un giorno, nel sollevamento di ufficiali giustizialisti alla Portogallo 1974, il quale abbatta le Istituzioni. La dimostrazione più efficace della positività di tale colpo di Stato viene dai sei anni della dittatura in Spagna di Miguel Primo de Rivera (1923-29). Sei anni di modernizzazione autoritaria, di prosperità, di generale avanzamento delle classi povere e di accanita resistenza di tutte le destre.

Lasciamolo dire a Raymond Carr professore a Oxford, probabilmente il maggiore storico straniero della Spagna contemporanea. Riassumiamo fedelmente infatti i giudizi di Carr sulla Dittatura di Primo, quali si succedono nei capitoli dal XII al XIV della 9^ (nona!) edizione dell’opera

Spain 1808-1975, pubblicata in spagnolo sotto il controllo dell’Autore da Editorial Ariel, Barcellona, 1999.

 

Nemico dei politici, amico dei lavoratori

“Il pensiero di Primo de Rivera era primitivo, personale e ingenuo: un odio ossessivo dell politica e dei suoi professionisti. L’ideale del generale era una Spagna senza politici. Avevano distrutto la Spagna; un sincero patriota l’avrebbe fatta risorgere. Con la farsa delle elezioni la Casta dei politici aveva isolato il governo dal popolo, egli invece sapeva di poter comunicare direttamente col popolo, restituendo al governo il suo carattere democratico. Conversava in continuo con la gente, spiegava i suoi decreti, confessava i propri errori. Lo faceva con franchezza sorprendente, proiettando l’immagine di un despota benevolo che cercava di operare al meglio delle sue possibilità, benché non sempre con successo; e che dopo una giornata di duro lavoro scriveva a mano lettere ai suoi sudditi. Rilanciava così lo spirito della democrazia: “Quando correggiamo i nostri errori ribadiamo che il popolo è sovrano se si fa guidare dalla ragione”.

Il suo costante paternalismo benefico rasentava l’eccentricità. Il primo avanzo di bilancio lo destinò a riscattare la biancheria che i poveri di Madrid avevano portato al monte dei pegni. Questa propensione al bene, che comprendeva un vero e proprio entusiasmo per i diritti della donna, gli guadagnò subito l’affezione del popolo. Al contrario la bonomia e la spontaneità da franco cacciatore gli attirò prontamente la malevolenza della classe dirigente di ieri. Agli inizi la sua ingenua emotività fu una virtù salvifica: “Ho baciato un soldato annerito e sporco”. Solo sulle sue spalle pesava la responsabilità di rigenerare il Paese: “So di valere poco e non dubito che sia la Provvidenza divina a fare che uno che non sa governare se stesso riesca a governare venti milioni di spagnoli. Non ho esperienza di governo; i nostri sono i semplici metodi di chi vuole il bene della patria”.

L’odio per i vecchi politici si razionalizzò in un antiparlamentarismo che si proclamava più democratico del passato liberalismo. La Dittatura rispettava pragmaticamente le grandi realtà collettive; invece le dottrine dei diritti individuali erano invenzioni artificiali, ‘arabeschi di intellettuali disoccupati’.

 

Non fu fascista

“La Dittatura di Primo de Rivera -sottolinea sempre Raymond Carr- non era fascista. La sua teoria della sovranità si apparentava più con la Scolastica aristotelica che col totalitarismo. Joaquìn Costa era stato il Precursore che profetizzò la venuta di un ‘chirurgo di ferro’, lui il Dittatore. E Ortega y Gasset, intellettuale disincantato, aveva argomentato a favore di una selettività che rifiutava ‘una falsa uguaglianza tra gli uomini’. I seguaci del Dittatore e del figlio José Antonio veneravano gli attacchi di Ortega alla vecchia politica.

La linea di Primo de Rivera in materia di lavoro fu un successo. Come era accaduto con Napoleone III, il senso dell’azione del Dittatore fu l’eliminazione dello spettro rosso e al tempo stesso la simpatia per i lavoratori. Negli anni di Primo l’anarchismo sparì; il movimento sindacale accettò il meccanismo d’arbitrato introdotto dal governo e si rafforzò decisivamente a spese del sindacalismo rivoluzionario, le cui organizzazioni cessarono di esistere. Su questo terreno l’azione del Dittatore era ben altro che repressione. Il generale e marchese si impegnava seriamente per il benessere materiale e per le altre rivendicazioni degli operai. Non si limitò a predicare l’etica del lavoro: ai proletari dette case popolari, un’assistenza sanitaria e, sopratutto, un meccanismo d’arbitrato che i dirigenti socialisti accettarono e gestirono.

Il buon rapporto con lo Stato fu formalizzato dal Codice del lavoro varato nel 1926 dal giovane ministro Aunos. Tutti i conflitti salariali e normativi erano risolti da comitati paritari nei quali padroni e dipendenti avevano lo stesso peso; il voto decisivo spettava al governo, che non nascondeva il suo favore ai lavoratori. Il sistema non era un’importazione dal corporativismo fascista: in Spagna aveva una lunga storia. In quanto membri dei comitati paritari i delegati sindacali erano stipendiati dallo Stato. Appena insediatosi al potere, il Dittatore si accordò coi sindacati. Cooperando con la Dittatura, la maggiore centrale sindacale UGT si trovò l’organizzazione operaia unica, operante ed efficace.

Nel 1924 il suo leader F.Largo Caballero e il Dittatore considerarono  la possibilità di unire l’UGT e il Partito socialista in un partito ufficiale di regime. Largo Caballero stesso entrò nel Consiglio di Stato, organo di vertice del regime. Si salvò la coscienza rifiutando di prestare giuramento in abito da cerimonia: e il Dittatore apprezzò. I capi del movimento sindacale non potevano condividere l’orrore dei politici per il ripudio da parte di Primo del parlamentarismo borghese. E infatti i sindacalisti rifiutarono di unirsi a tutti i tentativi di cospirazione contro il Dittatore.

 

Filosocialismo e opere pubbliche

Il socialismo fu il figlio prediletto del regime, perciò fu avversato sia da molte imprese, sia dai sindacalisti cattolici che denunciavano ‘l’ingiusto monopolio socialista dei comitati d’arbitrato’ e il favore del governo ai ‘sindacati senza Dio’.

A credito della Dittatura va ascritta, oltre a un’eccellente legislazione sui municipi -autentica riforma strutturale- una pianificazione finanziaria ed economica progettata da giovani tecnocrati ‘apolitici’. I successi riformistici di Primo de Rivera furono il frutto di 50 mesi di ‘cordialità emotiva’ e di un gabinetto di ministri la cui parola d’ordine era ‘No somos politicos’. Inevitabilmente i tecnocrati si scontrarono con banchieri e capitalisti che non simpatizzavano in nulla col benevolo radicalismo sociale e  col dirigismo della Dittatura.

Le idee di Primo de Rivera erano quelle, semplici, di un soldato: far pagare al capitale. Calvo Sotelo, ministro dell’Economia, voleva un fisco moderno e socialmente giusto: “La democrazia autentica si riconosce per la capacità redistributiva delle imposte, non per una Costituzione politica formale”. Però il regime non arrivò a mobilitare le masse  contro le classi agiate: fu fermato dall’accanita campagna di stampa dell’aristocrazia bancaria. Per grande che fosse stata l’utilità del Dittatore come restauratore della pace sociale, i conservatori avversarono frontalmente la riforma fiscale e il governo stesso. La Spagna si vide così privata di una rivoluzione del fisco che le era indispensabile. Dovette contentarsi del più serio consolidamento del debito pubblico dell’intera storia nazionale, nonché dei numerosi avanzamenti amministrativi e tecnici.

Il problema fu che gli investimenti, le opere pubbliche, le misure espansive, le provvidenze sociali, i programmi di edilizia popolare  esigettero sia gli aumenti ‘bolscevichi’ delle tasse, sia le nazionalizzazioni: gli uni e le altre aspramente combattuti dagli ‘aristòcratas’ e dai ‘financieros’. La costruzione di case economiche fu una delle opere maggiori del regime; così pure le misure del Welfare, che comprendevano p.es. i sussidi alle donne incinte. Le opere pubbliche – strade, dighe, sviluppo del turismo- apparvero un keinesianismo prematuro, ma in realtà erano la ripresa degli ideali dei riformatori settecenteschi. E poi il mercantilismo e l’autarchia: andava prodotto in Spagna tutto il possibile, dalle automobili alle cotonate, dall’elettricità alle pelli di coniglio. Con tutti i difetti delle concezioni autarchiche, i tecnocrati del Dittatore portarono avanti un nobilissimo impegno di modernizzazione. Le strade e l’elettrificazione rurale furono spettacolari, la siderurgia si sviluppò ai livelli della Grande Guerra, quando i belligeranti compravano avidamente dalla Spagna neutrale. Il commercio estero crebbe del 300%. La rete ferroviaria fu modernizzata. Imponenti le opere di valorizzazione dei grandi bacini fluviali, Duero ed Ebro. La Dittatura mostrava un volto di espansione e di prosperità: vista retrospettivamente, fu quasi un’età dell’oro.

 

Detestato dai ricchi

La modernizzazione e il benessere non furono ‘falsi’ come sostenevano gli oppositori, né dipesero solo dalla buona congiuntura internazionale di prima del crollo del 1929. Invece il regime può essere criticato per non aver saputo compiere una grande riforma agraria; eppure i progetti agrari erano più ambiziosi di tutte le opere che furono realizzate. La prosperità del primo quinquennio di Primo fu sì il risultato del ristabilimento dell’ordine, ma anche il prodotto di uno sforzo deliberato.

Eppure non fu il collasso della prosperità che nel 1929 determinò la fine del regime. Furono i poteri forti.  Primo de Rivera sottovalutò le forze che lo combattevano. Fino all’ultimo confidò nella gente: ‘I principali, a volte i soli sostegni del governo, sono le donne e i lavoratori’.

Il regime fu abbattuto dalle destre, non dalle sinistre. L’aristocrazia madrilena e la corte detestarono il Dittatore. Più in generale i ceti conservatori e possidenti si sentirono minacciati da uno Stato corporativo che veniva gestito nell’interesse dei lavoratori”

estratti da Raymond Carr