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MARIO MONTI COME JEKILL E HIDE?

gennaio 2013 by:

Chissà se tra gli indecisi, a quanto pare ancora numerosi, sul voto da dare o non dare in questi giorni, ce ne sono pochi o molti che si domandano chi sia davvero Mario Monti nella sua fresca veste politica. Bisogna dire che lo stesso premier tecnico non ha fatto gran che, durante l’ineffabile campagna elettorale nostrana, per chiarire eventuali dubbi; semmai ha fatto non poco per sollevarne di nuovi. Chi non sembra nutrire alcun dubbio sul suo conto sono, nel loro complesso, i suoi avversari, ossia praticamente tutto il resto dello schieramento politico, a lui più o meno aspramente ostile. E da lui, certo, cordialmente ricambiato nel quadro di un rocambolesco rovesciamento all’incirca dell’80% dei rapporti parlamentari rispetto ai tredici-quattordici mesi precedenti.

Sia quanti già lo avversavano, infatti, sia i molto più numerosi che per tutto quel periodo hanno sostenuto il suo governo, sono adesso largamente concordi, pur con qualche sfumatura, nel dipingerlo come un’entità variabile tra un omuncolo (“non capisce niente di economia”, Berlusconi dixit) e un mostro, un novello dracula capace solo di dissanguare i suoi connazionali o per sadismo o per libidinoso servilismo, secondo tradizione, nei confronti dello straniero di turno. Nel mezzo si colloca una raffigurazione un po’ più benevola che lo descrive come un accademico piuttosto freddo e leggermente ottuso incapace di avventurarsi oltre la mission (italiano moderno, non dialetto veneto) di far quadrare i conti dello Stato (“per forza, è un tecnico e non un politico, non ha la visione”, Giorgia Meloni, tra gli altri visionari e veggenti). Sempre succube, comunque, della prepotenza teutonica.

Che il Professore ci abbia messo del suo, lo ripetiamo, alla creazione di una certa sua immagine, soprattutto più di recente e forse specialmente per effetto perverso di certi suoi sforzi di modificare quella iniziale, sembra evidente e va detto. Ma è fin troppo facile attribuire gli eccessi della vilificazione, denigrazione o demonizzazione del personaggio alla sua discesa o salita in campo, al timore di perdere voti a vantaggio del nuovo competitor (vedi sopra) continuando a tributargli anche solo un minimo di apprezzamento per il suo operato, naturalmente da parte di chi lo faceva. Un timore comprensibile e perfino legittimo, che però ha spinto vecchi e nuovi avversari ad esagerare contando troppo sulla credulità degli elettori e sulla opinabilità dei fatti.

Vale la pena allora di dare un piccolo contributo a chiarire un po’ i termini della questione alla luce non più del vecchio “visto da destra, visto da sinistra”, dato che destra e sinistra nostrane sono nella fattispecie in piena convergenza, bensì di un “visto da sud, visto da nord”. In un articolo intitolato “Il grande malinteso” e pubblicato un mese fa, il settimanale tedesco “Die Zeit” (liberale più di centro-sinistra che di destra) si sofferma sulla divisione dell’Europa in politica economica ricordando innanzitutto come Angela Merkel, parlando al World Economic Forum del 2010, avesse indicato la strada da seguire per rendere il vecchio continente più competitivo.

Tutti dovevano, secondo la cancelliera, imitare l’esempio dei “membri migliori” della UE in tre settori chave: l’Olanda  per le riforme del mercato del lavoro, la Germania per il freno all’indebitamento, la Scandinavia per il sistema scolastico. Lo scorso anno la Merkel ha ribadito la sua filosofia durante un’altra sessione del WEF svoltasi a Roma in ottobre, scontrandosi però con quella dei paesi dell’Europa meridionale, inclusa anche la Francia di Hollande, anelanti sì a rafforzare le loro economie più o meno sofferenti ma usando strumenti diversi, praticamente riassumibili nel “comune sostegno alla congiuntura” ossia, in parole povere, spendendo tutti più soldi per promuovere crescita, innovazione, ecc.

L’autore dell’articolo, presente per l’occasione a Villa Madama, individua proprio in Mario Monti, il padrone di casa, l’esponente più autorevole di questa filosofia meridionale. Nel suo intervento il premier tecnico avrebbe infatti additato come imperativo del momento la promozione della crescita e non il “dibattito quasi teologico sul controllo delle finanza statali”, lanciando così una prima bordata contro i tedeschi, per i quali “la crescita bisogna prima meritarsela”. Una seconda bordata sarebbe seguita raccontando di avere spiegato ad Obama che “per i tedeschi l’economia rientra sempre nella filosofia morale”. Una battuta che avrebbe suscitato l’ilarità del pubblico sudeuropeo ma fatto ridere anche i tedeschi, vittime come altri del malinteso denunciato nel titolo dell’articolo.

Monti avrebbe d’altronde reso altresì omaggio all’economia sociale di mercato, cara alla Merkel erede di Adenauer e di Ludwig Erhard, interpretandola però in modo da far rizzare i capelli in testa alla cancelliera. Ossia contrapponendo al modello anglosassone, che esalta la deregulation come fine a se stessa, un modello europeo fondato su alte tasse destinate al benessere per tutti. Infine, il premier tecnico si sarebbe spinto fino a suggerire alla Merkel di copiare in Germania alcune riforme italiane, lodate dalla stessa cancelliera, delle quali si è dichiarato particolarmente fiero. Evitando tuttavia (sempre secondo l’articolista) di precisare che molte di esse sono rimaste sulla carta e che l’Italia è ancora all’inizio e non alla fine del cambiamento di rotta, come altri italiani avrebbero invece confidato a Villa Madama.

Che dire? Se il resoconto del settimanale amburghese è esatto, il nostro premier uscente ne uscirebbe come un Giano bifronte o un Jekill-Hide, capovolgendo tuttavia il malvezzo nazionale, tradizionale anche per politici e diplomatici, di parlare in un modo in patria e in un altro all’estero e agli interlocutori stranieri, per compiacere rispettivamente i connazionali e questi ultimi. Ma è forse più verosimile che un discorso come quello di Roma Monti lo abbia fatto semplicemente perché riteneva arrivato il momento di correggere la rotta una volta raggiunto l’obiettivo di mettere relativamente al sicuro i conti pubblici e di scendere o salire in campo per gestire in un modo o nell’altro anche una nuova fase di politica economica.

Se invece il discorso riflette almeno in parte una linea seguita fin dall’inizio, il suo tenore non fa che confermare la versione già nota di almeno un paio di occasioni, nel corso del 2012, nelle quali il Professore riuscì a far prevalere le posizioni sudeuropee su quelle nordiche, indipendentemente da più o meno rigide “filosofie” contrapposte. In ogni caso, quali che siano i suoi limiti o infortuni, non meriterebbe le accuse di sistematica acquiescenza nei confronti dei diktat teutonici, specie da parte di chi implorò Bruxelles (di nascosto, a quanto pare) di inviare a Roma prescrizioni scritte di misure anticrisi per non doverne rispondere al cento per cento all’elettorato e riservandosi, un anno e passa dopo il cambio della guardia a Palazzo Chigi, di denunciare una tresca anche internazionale per silurare il governo Berlusconi. Avendo, nel frattempo, fatto fare il lavoro sporco al suo successore con i necessari appoggi parlamentari.

F.S.