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NOBILTA’, IN REALTA’ FURTI, DELLA POLITICA

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“Sembra finalmente arrivata l’ora dei tagli alla politica”. Che Massimo Teodori abbia ragione, contro le apparenze che invece fanno pensare a  sforbiciate lievissime? Ad ogni modo Teodori ha fatto molto bene a concentrare in marzo un suo vice-editoriale del Corriere della Sera, invece che ad analisi e a sociologie, a un solo punto: togliere soldi alla Casta. Fa seguire un decalogo dettagliato: abrogare il rimborso spese elettorali, i contributi ai gruppi parlamentari e a quelli consiliari, i finanziamenti ai giornali di partito e simili; dimezzare le indennità dei parlamentari eliminando tutti gli accessori; pagare direttamente i collaboratori parlamentari; abolire tutti i benefit (staff, appartamenti, auto blu) ai presidenti di Camera Senato Corte costituzionale; abbassare i vitalizi parlamentari, cancellare quelli regionali. Infine disciplinare rigorosamente i denari pubblici e privati che vanno alle fondazioni politiche e parapolitiche. Piccola svista: nessun accenno all’abolizione di una Camera o alla falcidia dei parlamentari.

Secondo Teodori,  la maggiore voce  nascosta oggi sono le “centinaia di fondazioni che drenano miliardi di euro fuori di ogni regola e controllo a beneficio di capi e capetti corrente (vedi, ad es. i bilanci Finmeccanica, Eni…). Molti ignorano che la vera idrovora che succhia soldi per i partiti sono le fondazioni che istituzionalizzano corruzione e comparaggio’. Il Nostro propone altresì di sequestrare i tesori costituiti con i denari pubblici versati a partiti fantasma tipo Margherita, An, Pds, Idv, etc.; e conclude: “‘Tagliare le basi materiali su cui la Casta fonda il potere nei partiti e sui partiti”.

Tutto vero naturalmente. Ma Teodori avrebbe assai più meriti se, considerati sessantotto anni di saccheggio della ricchezza nazionale da parte dei partiti, azzardasse una spiegazione su un fatto grottesco: le insistite asserzioni dell’Uomo del Colle, da quando sorse  l’odio per i partiti e i loro mestieranti, sulla “nobiltà della politica”. Egli non si riferiva alla politica come categoria ideale, come passione,  partecipazione e Ars..  Si riferiva  alla nostra politica, notoriamente la più detestabile e camorristica d’Occidente. Il detto Uomo aveva fatto per una trentina d’anni il gerarca culturale del Pci, una setta che era riuscita ad egemonizzare la repubblica delle lettere e il demi-monde  dei giornali, dello spettacolo, degli editori, degli altri mercati e marciapiedi di spaccio della cultura. Come aveva, come ha il Defensor nequitiae, il coraggio di dire nobili i furti, i borseggi, le tangenti, le frodi quasi settantennali della consorteria cui gli Alleati vincitori consegnarono lo Stivale? Si farebbe psicanalista per farci capire il professor Teodori?

A.M.C.